martedì 1 marzo 2022

DEAFHEAVEN Infinite Granite (2lp/cd Sargent House, 2021)

 


Amore a primo ascolto. Cosi è scoccato, istantaneo, il mio rapporto con i Deafheaven.

Parigi, 16 luglio 2018 pomeriggio: entro in uno dei tanti mega store Fnac sparsi nella capitale, a Montparnasse. Subito parto a scavare nell'ottimo assortimento cd e vinile presente, mentre in sottofondo scorre in heavy rotation un disco appena pubblicato, caldamente consigliato come album della settimana. Scorrono i dischi sottomano, anche con una certa velocità (svariati anni di allenamento...), e scorre ancor più il disco, sempre più avvincente. Comincio ad invaghirmi, al punto che vado a chiedere al commesso in postazione chi sono: ”It's the new Deafheaven album, on Anti records”. Li conosco giust'appena di nome e distrattamente, fuorviato da quanto letto in passato, tacciati di essere un gruppo buono per gli hipster...Continuo a pensare a cosa acquistare, altri 20 minuti e siamo a 3/4 dell'album...Sono catturato letteralmente dalle note che si diffondono nel reparto, tanto da ritornare dal solito commesso ad approfondire la questione: ”Incredibile...black metal with melodies indie or shoegaze!”, sfuriate black metal ma dalle nitide melodie, pure troppo per un gruppo associato a quel genere. Lui cortesemente e senza scomporsi, con entusiasmo controllato, ribatte “Yeah, is a BLACK-GAZE band!”. La mente corre ai suoi connazionali Alcest, intriganti ma certo non così coinvolgenti quanto l'ascolto odierno. Black gaze: quello strano ibrido che miscela ritmiche e voce black metal imparentandolo con sonorità eteree, dolci e sognanti di stampo shoegaze, sulla carta talmente agli opposti da suscitare ilarità o quantomeno non pochi dubbi sulla sostanza, nel quale includerei qui nostalgie screamo HC '90 e digressioni mutuate dal più riflessivo indie/postrock in crescendo (in primis di ascendenza Mogwai, con chitarre talvolta echeggianti persino i Dinosaur jr.). Ci penso qualche altro minuto e mi accaparro Ordinary corrupt human love sborsando €15 richiesti... Mai acquisto, negli ultimi anni, fu così prezioso (al quale accoppierei quello che è considerato il loro sophomore album, il secondo Sunbather del 2013, da molte riviste e libri specializzati ritenuto uno dei capolavori del metal -in senso lato- del nuovo millennio)! 

OCHL però diventa lo spartiacque della carriera: forse la band meditava già una sterzata direzionale (nonostante i tanti responsi positivi ricevuti, ricordo la nomination al Grammy per il pezzo Honeycomb come best metal performance), anche se quando fu postato nel 2019 il brano Black Brick, rimasto inedito su disco (trattasi di una outtake da OCHL, con cui davvero c'entrava nulla, di fatto il brano più estremo della carriera), fatto circolare unicamente tramite file audio, veemente attacco poco stemperato a mostrare il feroce lato black metal dei 5 -una nera sfuriata che si erge per la (quasi) totalità della sua durata- non era facile presagire che proprio questo avrebbe messo la parola fine alla prima fase della band, che si apprestava a festeggiare con un bel tour mondiale i suoi 10 anni nel 2020. Questo purtroppo non è accaduto, e sappiamo benissimo il perchè, handicap che ha portato a far uscire un live in studio celebrativo dell'evento, con le 8 tx poste come si sarebbe articolata la scaletta base del tour, a sancire anche, dopo la doppia parentesi Anti/Epitaph, l'approdo alla Sargent House. Dunque, preso il coraggio a piene mani si sono tuffati completamente nel nuovo corso e l'uscita ad agosto 2021 di Infinite Granite fuga ogni dubbio a riguardo: la svolta è compiuta.

D'altronde l'avevamo subito intuito dall'ascolto delle anteprime, a ridisegnare i nuovi equilibri della cornice sonora, sempre consapevoli dei propri mezzi e forza, seppur in altra convinta forma, dove la maggiore accessibilita' non implica uno svendersi al mainstream (considerando pure il minutaggio medio dei brani che, pure sforbiciato, si attesta sui 6 minuti). Il tiro negli episodi piu' diretti e' senza dubbio catchy, visto che ora si lavora sul pieno melodico, impregnato di una increspata grana che diventa pura immersione in un gioco di colori e avvincenti suggestioni in chiaroscuro. E scopriamo pure il cantato pulito di George Clarke (parallelamente attivo con i nuovi Alto Arc), straniante a primo approccio, abituati come eravamo fino a poco fa, che messo da parte il tipico rantolo black (per la gioia delle sue corde vocali), fornisce una prova delicata che si presenta ben funzionale al contesto e tanto basta (almeno tanto quanto i suoi dolenti, evocativi testi, nei quali riversa il suo personale caos calmo)

9 brani dalla produzione avviluppante ma slanciata, curata dal nuovo producer Justin Meldal-Johnsen (con la collaborazione del fido Jack Shirley), che offrono ben piu' di una fascinazione shoegaze/dream indie pop (dal nerbo propriamente rock), sempre presente sin dagli inizi ma, non dimentichiamolo, rivista e tradotta da angolazione post-metal (componente rintracciabile se proprio vogliamo, e mooolto stilizzata, nel denso tono dei brani più che nel suono d'insieme), galassia ove hanno orbitato per anni (anche se in tanti già faticavano a inserirli in tale contesto per sangue e radici, preferendo distinguerli come band alternative, per quanto estrema).

(Heavy) shoegaze dei giorni nostri, graffiante talvolta ma spesso battente bandiera riflessiva, dinamico e fisico quando ci vuole, con presenza di synths e le ispirate chitarre a tessere, riempire e ricamare incastri, riverberi, stratificazioni e liquidi arpeggi -più che riff- in una impalcatura dalla dilatata linearità strutturale, mancanti di quelle improvvise schegge variabili e sporgenze che ne mutavano mood e svolgimento all'interno dello stesso brano (tendenza predominante fino a OCHL, che piu' che ravvivare esaltavano gli stessi), ma senza che questi nuovi perdano efficacia ed intensità poichè settati su differenti geometrie.

L'opener Shellstar aggiorna ed incanala al meglio l'ascolto dei DFHN odierni come pure l'accattivante Great Mass of Color (ottima, con uno spesso finale d'altri tempi), l'alta offerta dreamy di In Blur non si traduce in mera ruffianeria; la corposa The Gnashing ci attira col suo nebuloso magnetismo nella sua orbita senza ritorno, le sfaccettate Villain e Lament for wasps proseguono seducenti nel loro andamento, l'ondeggiante Other language dal soffice temperamento che cova sotto la cenere fino all'estatica chiusa... Sicuramente alleggeriti da quell'ansia che li travolgeva, ora si mostrano più liberi di fluttuare ed espandersi, come ben sottolineato dal pulsante blu sfocato adottato per l'artwork, capace di illustrare e integrare le sensazioni spacey che scaturiscono dall'ascolto (se e' vero che a tale colore viene associato l'infinito).

Non abbiamo davanti i nuovi Ride, Slowdive o Swervedriver, se ve lo volete sentir dire, ma una band in costante movimento, che guarda sì a taluni modelli prendendo quanto serve, ma senza sminuire il proprio operato presente e passato (a cui possiamo ascrivere la placida e lunga Mombasa, che monta avanzando sino al subbuglio finale), con brani che sembrano talvolta sospendersi nelle parti centrali prendendo spesso forza d'insieme nelle (splendide) fragorose code finali. Insomma il gioco di squadra ancora una volta ha prodotto un lavoro meritevole, che spero solo non venga svalutato per mero pregiudizio.

Brillante specchio di una evoluzione coerente, a segnare un'ambiziosa ripartenza generale, da parte di una band che non ha paura di osare anche a costo di spiazzare l'audience, ancora una volta. Questo per me è IG, best lp 2021.




domenica 26 dicembre 2021

CONTRASTO Visto per Censura (cd + libro 2021 - DIY)

 


Dopo aver parlato dei lavori di Eversor e Sud Disorder, concludo parlando di questo disco così da completare quello che ritengo l'italian trittico più interessante del 2021 agli sgoccioli.

Nell'agosto scorso ho assistito alla presentazione del progetto di cui vado a parlarvi in occasione del Disaster Fest organizzato alla Masseria Foresta Autogestita nei dintorni tarantini (con concerto annesso della banda, per me la migliore della bella serata), dove Max, voce della band, ha spiegato l'iniziativa messa in piedi. Lodevole, per storia, contenuto, messaggio e finalità.

Nonostante ci siamo persi di vista da svariati anni, per mancanze del sottoscritto, ho continuato a seguirli attraverso i dischi, assistendo alla loro crescita e trovandomi pressochè concorde con lo sguardo analitico espresso attraverso testi e presenze in contesti che riflettono la loro attitudine libertaria contro. Parlo dei CONTRASTO, veterani dell'underground nostrano, appartenenti alla storica ondata HC della seconda metà anni '90, nati in quel vitale territorio tra Cesena, Forlì e Cervia, con bella gente e valide situazioni che quando potevo ho frequentato in quegli anni (dal Confino al Casello okk, amici tra Roid, Rebelde, Le Tormenta, La Quiete, fanzines e distro annesse...), saggiando di persona la bontà del loro sbattersi per le proprie idee. Una solida band sempre pronta a dare mano col suo integro hardcore da ben 25 anni, laddove hardcore abbraccia il suo pieno significato, quello insito nella sua natura antagonista. Prova, ennesima, questo cd + libro che riprende una documentazione fatta di umanità violata, sottoposta ad ogni genere di ricatto e coercizione, dimenticanza quando va bene, spesso umiliazione.

In questo specifico caso, si ripercorre quanto accadde nei giorni prossimi alla liberazione d'Italia dalla piaga nazifascista nel 1943, con la rivolta (per fame...) nell'ergastolo di Santo Stefano in Ventotene (tristemente noto come luogo speciale per la detenzione di dissidenti politici, chiuso poi nel 1965), utile ancora oggi a comprendere le schiaccianti dinamiche sull'esercizio del potere del piu' forte da una parte e l'audace autodeterminazione che si fa lotta a quell'iniquo sistema dall'altra. Una tensione palpabile positiva per quel moto d'innesco nelle coscienze, in condizioni estreme se non proprio disperate, eppur vive, nonostante il rapporto di forze impari: altro che impotente soggezione al destino!

L'istituzione carceraria è uno dei pilastri su cui fondare il buon esempio da parte del potere, senza fare inutile retorica. L'abbandono nelle quattro mura dell'individuo significa disfarsi del problema senza affrontarlo: il carcere con il suo sistema abbrutizzante, contenimento sociale che agisce per sottrazione al fine di redimere (annullare?) l'individuo pensante, allontanato dalla mischia sociale-produttiva per conformarsi a ciò che si attende da lui la giusta società perbenista che ostenta così la democrazia...appunto, democrazia e società. Quali? Quelle ipocrite dove trionfano arrivismo, menefreghismo, che inducono sfrenatamente ai consumi? Quella democrazia dell'azzanno consentito per l'agognato status sociale da esibire calpestando tutto a danno di altri, che fa crescere disparità e inevitabilmente difficoltà dello stare al mondo (specie quando le condizioni di partenza non sono alla pari)? Quella società che innalza ancora muri e muraglie, distruzione in nome di un progresso materiale che rema contro la vita stessa, che diffonde false informazioni e cibi tossici, che ostenta posizioni da medio evo? Una seria e profonda analisi della struttura e logica carceraria implica una spietata critica al sistema dominante, ergo, la società capitalista dentro cui viviamo, andando magari oltre l'indignazione a costo zero, buona unicamente per i salotti. Cosa fare? Riformarla, abbatterla, migliorarla? Tutto valido, se questo dipende e diventa un applicativo pratico, per quanto articolato, di estensione della propria sensibilità personale votata allo scopo, utile a capire meglio i meccanismi che la regolano agendo di conseguenza.

Il primo pezzo è l'audio racconto dello scritto che trovate all'interno del libretto, a seguire potrete (ri)ascoltare 23 brani dall'umore mai pacificato (il vero sentimento Hardcore, dopotutto), pescati dagli ultimi dischi della band dati alle stampe tra il 2012-2018, sempre all'insegna della coproduzione da famiglia allargata (il mezzo per arrivare ad una più possibile diffusione del disco in ogni angolo dello stivale e oltre, quella rete concentrica che anima il diy, nel connettere e condividere i progetti attivamente con spiriti affini).

Furiosi spesso (Democrazia (un cappio al collo), Tornare ai resti, Più di mille parole, Prima che tutto sia altro, Credere obbedire crepare a testa in giù), compatti e secchi (Cambiare tutto per non cambiare niente, Come il soffitto di una chiesa bombardata, Politica e rivoluzione, Ultimi fuochi di resistenza), dall'intensa narrazione (Questa non è forse guerra, Cento fiori son sbocciati, Le tue promesse sono pietre, la splendida conclusione acustica C'è qualcosa in me che è più vecchio di me) o tutto insieme, questi gli aspetti che incarna il loro travolgente HC dal fuoco vivo (che conserva sempre sotto sotto una ruvida scorza melodica), con quel lucido filo conduttore che, da un quarto di secolo, esprime rigetto ad un sistema che falsa e deforma la vita di molti, rendendola poco degna di essere vissuta, come invece meriterebbe la vita d'ognuno, importante e non ripetibile.

Una pagina strappata all'oblio storico, di quella che a noi piace ricordare ("Per quanto si tenti di ridurla al silenzio, la storia umana si rifiuta di tacere", dalle parole dello scrittore Eduardo Galeano), fatta di rivolta e resistenza in un periodo convulso del nostro percorso nazionale, un prezioso recupero di quella dignità calpestata ma non vinta, tuttora valida per un riaffermare di quella giustizia umana per troppo tempo soffocata (emergenza ancora odierna). Un racconto adeguatamente supportato da una colonna sonora che estende e rafforza il concetto esposto. Questa è azione di Contrasto.

Importante: e' il primo cd sfornato dai Contrasto, in una marea di vinili a cui rimangono fedeli, formato editoriale stavolta scelto per cercare di entrare nelle carceri, da sempre off limits per mille contestabili motivi. Dalle loro parole: "Portare la musica dentro un carcere significa poter mettere in risonanza/riverberare l'immaginario di chi si trova costretto/rinchiuso in un luogo di implosione e di torsione psico-fisica".  Non sono da soli, non siamo da soli.

contrastohc@gmail.com

contrastohc.com



DEFEZIONE Non basta una vita (7”ep settembre 2021)

 


Il Molise è quella regione schiacciata tra Puglia, Campania, Lazio ed Abruzzo, un piccolo lembo di terra praticamente dimenticato della penisola, checche' se ne dica. Come ben sanno gli attivisti che si trovano ad operare in contesti geograficamente decentrati (svantaggiati se paragonati ad altre zone più proficue, almeno in termini di situazioni e opportunità), quanto viene prodotto nell'underground fatica ancor piu' ad emergere, anche se il mezzo Internet può contribuire a far circolare meglio la proposta presentata. Certo, sempre meglio del passato, dove lo sforzo per far sapere che esistevi era maggiormente dispendioso, gap ovviato in ambito musicale da passionali metodi cheap come le fanzines e le valanghe di flyers che diventavano fondamentali, assieme al tape-trading, concerti e passaparola tra i più informati. Proprio in questo modo venni a sapere degli Excidium, ottima band del panorama thrash/death metal locale della seconda meta' degli '80 (ricercateli!), come ricordo sempre in ambito thrash i Thorax, più recentemente invece ho letto dei Blind Ride...per il resto non mi sovviene altro, anche se sono certo ci saranno state tante altre espressioni. Proprio per questi motivi, una release come questa, perdipiù fatta da parte di un giovane gruppo, mi spinge a parlarne.

La band, già intestataria del cd omonimo, sceglie il vinile per la seconda uscita, grazie allo sforzo congiunto tra TPIC e Dischi Rozzi, due label-distro molte attive del nostro sottobosco (sempre la TPIC ha coprodotto il cd L'alieno in viaggio dei redivivi palermitani Tagliami Dettagli, che vi invito a scoprire se amate il più viscerale punk/HC melodico trattato alla Kina).

Un grezzo carattere caratterizza i 9 compressi brani, HC perlopiù fast -con voce che mi ricorda i Bloody Riot-, tipico di quando la concitazione prende il sopravvento, accentuata da una impastata registrazione, che abbisogna di una maggiore messa a fuoco che naturalmente verrà. Intanto danno un assaggio del loro essere rapidi esecutori, dove risaltano la brutale title track, e le dinamitarde La differenza e Brucia dolore, violente frustate che vanno dritte al punto.

Suoni da un mondo che vacilla sempre più pericolosamente, con testi a fare il paio con quanto espresso (riportati nel foglio allegato), armati di urgenza che si fa comunicazione di un sentire disagiato e fuori posto, dove emergono nervi e ferite lontano dall'essere sanate, che nascono dallo scrutare una squilibrata realtà che non si confà alle aspettative più sensibili... Disillusione che si fa sfogo ma anche forza costruttrice, magari cominciando proprio concretamente da un disco. Aldilà del risultato, peraltro incoraggiante, un segno di cosa significa sentirsi vivi e parte di una comunità ricettiva, battitori liberi in barba a qualsiasi difficoltà, qual è il DIY. CBHC presente!

DEFEZIONE / TPIC: MARKOSKAPUNK@HOTMAIL.IT

DISCHI ROZZI: dischirozzi@libero.it


mercoledì 21 luglio 2021

SUD DISORDER Senza amor non vale nulla (lp/cd maggio 2021)

 



Finalmente abbiamo tra le mani il nuovo disco dei quattro disorders, dopo un'attesa di ben 6 anni. Un lp risalente al 2015 accolto bene nella comunità HC, garantito dai tanti bei giretti su e giù per lo Stivale e qualche puntata fuori, situazione, quella live, dove sicuramente danno il loro meglio fino all'ultima goccia di sudore.

Nel frattempo i nostri non sono stati con le mani in mano, cosa che si avverte subito dal risultato finale delle sessioni scaturite al Sudestudio di Stefano Manca (che, va detto, ha saputo cogliere appieno potenza e dinamismo del SD sound). Sì, perche' stavolta si sono superati, facendo davvero ringhiare i loro strumenti, come potrete ascoltare in Senza amor non vale nulla, dove forniscono una prova superba, di quelle che mordono muscoli e coscienze.

I brani risentono dei loro ascolti e/o influenze ma senza invadenti soggezioni (echi sparsi Satanic Surfers, Propagandhi...e Hobophobic!), ben costruiti e oliati da intensivo rodaggio in cantina, un investimento totale tanto hanno lavorato in fase di rifinitura, aggiungendo tanta farina del proprio sacco all'amalgama generale. Corroborante HC/punk ad alta gradazione anthemica, irruente ma sentimentale, generato da una ribellione che si insinua e trasforma il proprio vissuto, senza punti fermi tranne i nostri, pur nell'incertezza del domani se non dell'oggi stesso: quella rabbiosa dignita' che ci appartiene e fa della relazione/interazione tra esseri umani la propria arma solidale.

11 botti dotati di un'esuberanza trattenuta a stento, che si alternano veloci e scalpitanti (ma senza battere record di velocita'), corde e pelli che caricano a puntino una voce pronta a sgolarsi nell'esplicitare liriche incendiarie (amplificate da centrati cori); parole grondanti vita reale, siano esse brutali o sarcastiche, tra disagi, conquiste e rivendicazioni, esclamate col beffardo riso sulla bocca. Oltre i confini rompe subito gli indugi, proiettandoci dentro l'infervorato clima di lotta richiamato, Con o senza di te acchiappa all'istante, grazie ad un gran giro melodico che fa penetrare appieno nella tenerezza risentita del testo, sensazione replicata in Ancora soffia il vento, Rabbia Antifa dice tutto gia' dal titolo, fino ad arrivare allo sferzante Il Male siete voi, il pezzo piu' diretto e movimentato della raccolta.

Colpiscono poi i duetti con gli ospiti (due a due sull'asse TO-TA), scelti in base ad affinità elettive: Sabino (Bellicosi/Titus/I giorni dell'alba) dà la sua impronta nella grande Il gioco dei Morti (dalla indiavolata verve fast 'n'roll!), Eugenio dei Bull Brigade interviene spavaldo come piace a noi nella fiera confessione della title track, e poi i bloodbrothers Luca (Hobophobic/Carne) a marcare l'incalzante Cenere e Enrico SFC, che ci mette molto del suo nel caratterizzare l'esplosiva Poison City Iron Front (vertice del disco, per testo, tiro, coinvolgimento ed energia sprigionata, un instant-classic che rimarra' nella storia locale del genere). Ecco, proprio quest'ultima nominerei definitivo simbolo sonoro di Taras, così come adotterei Goal di Fido Guido come trascinante inno per il (neopromosso in serie C!) Taranto Calcio, e la cruda Jonic deathrow Manifesto a firma SFC, rappresentazione, per quanto sanguinante, su cosa significa vivere nell'area ionica. Sentirsi coinvolti nella narrazione, sapendo che, nonostante tutto, ci si batta affinché non sia ancora detta l'ultima parola sul destino da altri sancito, accresce quella fratellanza verso chi è riuscito a trasmettere efficacemente quel senso dentro una canzone.

Chiude nel migliore dei modi la sempre emozionante Questi anni, semplicemente il più toccante pezzo della storia HC/punk nazionale, reinterpretata con il cuore in mano, autentica dichiarazione d'amore verso la band che lo ha scritto (Kina, anno 1988), con quel testo e musica ancora in grado di far vibrare corpo e mente, tanto da far breccia tra le varie generazioni succedutesi in Italy (feeling che in Puglia è iniziato da subito e rafforzato nei decenni, cosa che posso testimoniare di prima mano).

Edizione lp a cura di Motorcity prod. e digipack cd alleanza Dischi Rozzi/Poison rec, dalla curata grafica e packaging (con quella rovente palma sul molo nei pressi della Casa Occupata nella citta' vecchia, a fare da ponte con il passato di casa, vedi I sogni a naufragare e Portami lontano da qui; il mare, portatore sì di opportunità, sogni, ma talvolta pure tragedia da mettere in conto, con quel moto sempre centrale nelle vicende dei nostri...calma e tempesta, riassunto dell'indomito carattere della band).

I Negazione cantavano decenni addietro Brucia di Vita: in pratica, forte e chiara, l'essenza di SANVN.



venerdì 18 giugno 2021

EVERSOR Closer (12”ep - febbraio 2021)

 


Parlare di un gruppo di cui si ha stima e che si segue da una vita, fornisce diversi vantaggi. Giocano a favore indirizzo e gusto musicale condiviso, storia della band quanto conoscenza diretta delle persone che stanno dietro gli strumenti. Approcciarsi però potrebbe portare delle insidie, in quanto le aspettative cui carichiamo ogni nuova prova -specie se si confronta con l'apprezzato passato-, alzano sempre l'asticella del richiesto un passo oltre, portando a tenere conto di alcune varianti, piacevoli o meno che siano.

Ho conosciuto i gabiccesi nella fase 1 della loro storia, quella marcatamente thrash/death, al debutto nel 1989 con il 12” The cataclysm, che onestamente ricordo più per la cattiveria del materiale (passato in radio nel mio primo vero programma a fine 1990). Bene, poco dopo vedo la band sul sampler Klein Circus e a ruota il 7” Psychopathic Intentions sempre su Circus/Blu Bus, all'epoca una della eccellenze del circuito HC/punk nostrano (fondamentale per la band anche nelle convinte scelte diy a venire, un impatto umano e musicale scaturito grazie al comune sentire per i Kina) e conoscendo la combriccola aostana un certo stupore si fece largo nei miei pensieri: mai vista una metal band nel loro catalogo! Ma quando incappo nell'ascolto di Friends, felice parto del 1994 che segue lo split con gli Accidia segnando il definitivo passaggio all'HC, la sorpresa sarà ancora più gradita (anche per chi come me ama il metal estremo in tutte le sue forme). Un lp fresco ed attrattivo, grazie a quel melodismo che via via affineranno nel tempo in maniera sempre più ricercata e profonda; se l'asse portante prima era la violenza sonora, da qui lo diventa la melodia in tutto il suo vibrante campo emozionale (in grado di attirare i difficili favori della trasversale audience HC punk nostrana quasi all'unanimità). L'ammaliante caratteristica sad but positive poi mi conquisterà nel 1996 con lo splendido September (spunto per intervistarli su Urlo, magazine col quale collaboravo all'epoca dei fatti in questione), celebrato come uno tra i nostrani migliori album rock -non in- italiano da Extra Mucchio nel 2012, ribadita nel -mio preferito- più duro e conclusivo mini Breakfast Club del 1998 (senza dimenticare l'esperienza datata 1993 nell'estemporanea Banda di Tirofisso -messa su da Stefano Giaccone-, nel secondo dei tre 7” pubblicati, dove prestano braccia e gambe nell'ottima title track Deve Accadere, dando forse pure l'input alla variabile banda per coverizzare, sul terzo 7”, Finish dei MC4 in chiave acustica). Stima confermata fedelmente anche con il passaggio al monicker MILES APART, adottato subito dopo la defezione del batterista Valentino, che arricchirà la storia discografica dei f.lli Lele e Marco Morosini di altri brillanti capitoli, meritevoli come i precedenti di stare tra gli indimenticabili del genere in suolo natio...e non: il trio viene invitato a suonare in Giappone a seguito dell'interesse di alcune releases stampate proprio nel Sol Levante dalla Snuffy Smile, così come farà in Europa l'ottima Boss Tuneage dell'amico Aston Stephens e la Day After, a rimarcare quello che noi sapevamo gia'.

Gia'...Giungiamo ad oggi. I nostri, a bocce ferme da ben 23 anni, rispolverano l'originaria sigla per marchiare l'inaspettato Closer, un disco dal peso specifico importante, prima ancora personale che musicale, non un aspetto marginale della storia dietro la sua creazione. Frutto del periodo in lockdown che ha impresso una bella scossa a quella voglia mai sopita di farsi sentire, un bene augurante biglietto da visita per la ripartenza, come una decisa reazione alle imprevedibili variabili cui la vita ci sottopone talvolta. La voce e la chitarra di Lele ci accompagnano sempre in questo comeback con il rientrante drummer Vale, il tutto con il benestare e supervisione di Marco, convalescente in ripresa ed assidua presenza attiva per quanto nel disco le parti di basso siano state affidate all'amico Luigi Selleri (drummer dei salentini Suburban Noise, trio che non ha mai fatto mistero di essersi ispirato, tra gli altri, alle Ever-gesta). Il lato umano e l'attitudine genuina, aspetti che ho sempre riscontrato ed apprezzato, sono sempre preponderanti, caratteristica che inonda tutti i loro dischi (rimarcata anche in sede live, avendoli visti 5/6 volte negli anni)... Pregio che traspare nei 4 pezzi presenti in circa una dozzina di minuti (stampati su vinile 12” single sided), a ribadire l'heartfelt style, equamente sospinto e che combina l'energia e la risolutezza delle radici (emo) HC (l'ottima apertura con Understanding, uno di quei pezzi che ci fanno sentire nuovamente a casa, come se non fossero trascorsi tutti questi anni) con indie-rock elettroacustico delicato ma penetrante (Hold the rain e Closer, deliziosi quadretti che ogni buon fan di MC4 e Last days of April dovrebbe considerare), cioè le due anime del bel sentiero percorso dai nostri (con la terza traccia What are you fighting for? a fonderle egregiamente), in una linea di continuità con quanto fatto, che guarda avanti con rinnovata fiducia. Le (belle) liriche dolci/amare, fatte di pensieri e connessioni che animano, con spirito partecipativo, quell'esperienza continua che definiamo esistenza, dove sfera privata e pubblica convergono e ci definiscono come persone, cementano il legame stretto a suo tempo.

Copertina dell'illustratore Alessandro Baronciani (che suonava, per chi non lo sapesse, negli Altro), coproduzione allargata con Hellnation, Elsa, Green, Assurd e la jappa Waterslide, tutti coinvolti come una grande famiglia a suggellare nel migliore dei modi un decennale rapporto di amicizia.

Un bel vinile che si consolida con gli ascolti, grazie alla forza dell'avvincente intreccio suono/testi e tutte le emozioni che da esso scaturiscono, così fluide e organiche. Nulla è andato perso: rimane sempre un bel heart's affair... Bentornati.




martedì 9 febbraio 2021

Masseria MAIZZA - Fasano (BR) 1996-2002 ...Old's Cool!

 


Semplicemente, un breve ma doveroso ricordo di una grande esperienza nostra, per vicinanza e sentimento.

Sì, perchè quella bella e spaziosa costruzione immersa nella campagna e non distante dal mare, qual è stata la masseria Maizza, è stata la casa ove incrociarsi nei tanti fine settimana durante quei sei anni e poco più che hanno segnato il suo intero ciclo esistenziale, che molti di noi ancora sentono con smisurato affetto, al netto dell'effetto nostalgia (canaglia).

Vado a memoria...

L'atto finale fu la conclusione, nel settembre 2002, del contratto di comodato d'uso decennale siglato tra proprietà e cooperativa sociale cui era stata data in gestione, e nonostante l’impegno per cercare una mediazione sino all'ultimo istante, era chiaro a tutti che l'altisonante progetto di sfarzoso snaturamento avrebbe prevalso. Infatti era già in cantiere la trasformazione del sito in un agriturismo de-luxe, con tanto di piscine e campo da polo per ricconi. E così fù. 

Ma cosa avrà avuto di così speciale questo posto, per parlarne ancora a distanza di oltre 18 anni? Lo ripeto, una delle più illuminanti esperienze locali.

La storia fu attivamente promossa e inizialmente avviata, diciamo nel 1995, grazie allo sprono della Rumble Fish Corporation, stoica diylabel-distro messa su da Antonello L'Abbate con gli altri Shock Treatment, decani della scena pugliese in ballo dal 1991 al 2003 (con ben 6 dischi e 3 demo-tapes pubblicati: immaginate un suono stravolto -a trazione ritmica- che si abbevera della fonte post nelle sue varianti dissonanti e arcigne declinazioni, che siano core o noise, hard o punk, se non tutte insieme in libertà), i quali decisero di dare mano preziosa ai pochi gestori, collaborando fattivamente alla vita del luogo, rianimato con il coinvolgimento delle nuove leve autoctone, accomunate dal collante musicale e desiderose di crescere con le proprie forze. Man mano che la convinzione cresceva ed il gruppo costituente si conosceva all'atto pratico -anche dibattendo criticamente- la faccenda montava e meglio si definiva il progetto in essere che si erano prefissi, proponendo attivita' che rispecchiassero le anime degli attivisti, senza obblighi né convenienze di facciata, solo voglia di fare a modo loro e niente più. Meglio fare che non fare, no?

Così nacque l'idea che l'avrebbe fatta conoscere e ricordare negli anni, una meritata fama guadagnata sul campo con quel ghiotto appuntamento che si teneva puntuale come un orologio svizzero ogni anno a luglio: il Rumble Fish festival, che muterà poi denominazione nel 2001 in Maizza festival, tributo appunto all'accogliente masseria ospitante. L’iniziativa era volta a mostrare, nel corso della consueta due giorni, band -principalmente HC/punk- dell’area underground italica, orbitanti nell'universo dell'autoproduzione; dalla prima edizione in una diversa location (Circolo Pericle) con soli gruppi locali, alla prima nazionale del 1996 durata ben tre giorni, che in realtà fece da presentazione al cd Get the Usual suspects out, coproduzione a 4 che vide coinvolta la stessa R.F.C., con la presenza di quasi tutte i nomi partecipanti alla -valida- compilation (qualcosa come 16 band su 20!), poi stabilitasi con lo standard degli 8 gruppi in cartellone, andata avanti sino ad arrivare alla ottava ed ultima nel fatidico 2002, quella accolta, per la prima volta, da uno scroscio d’acqua tale da costringere a tenerla indoor. Ogni anno ho fatto in modo di esserci, come tanti altri, pur vivendo altrove, riuscendovi sempre e comunque...Perche'?

Il significato di scena emergeva e si rafforzava proprio in queste situazioni, tra incontri e reincontri, nuovi e vecchi amici con happening all'insegna della sbracata (pre) vacanza, specie per le truppe calatesi fin quaggiu' a godersi mare e campagna, per quanto in basic condition, spiattellati in un weekend di quelli belli torridi, come da sudata consuetudine pugliese. Abbracci e baci, scambi e acquisti dai banchini, progetti da sviluppare tra improvvisate cordate diy nate davanti un piatto di pasta, una birra o partita a calcio, foto, video e quant'altro ci faceva sentire sulla stessa lunghezza d'onda, contribuendo ognuno a modo suo a creare l'evento.

Personalmente non dimentico diverse serate tirate a fare l'alba, passate a chiacchierare su mille argomenti, col Presidente Antonello (l'urlante burbero dal cuore d'oro) o qualche cena di ritrovo a cazzeggiare ascoltando musica, suonata o diffusa, anteprime di pubblicazioni, fossero fanzine (qui operava l'ottima Karta Kanta/Carta Stracci del bell'Angelo Olive), cassette e/o dischi poco importava, predominava il piacere di stare insieme... Momenti superlativi che hanno cementato amicizie toste, di quelle che sopravvivono, che ci si riveda dopo 10, anche 20 anni e sembra invece come la sera prima.

Oltre a una vagonata di italiani, anche diversi gruppi esteri hanno calcato le assi del palco in&out (con il clou Avail/By All Means nel sett. 1998), nonostante la parsimonia con cui venivano organizzati i concerti (di media un paio al mese), conservando quella voglia di divertirsi nell'organizzare le cose, anche perchè le attività non erano finalizzate solo all'atto live o unicamente recuperare fondi per autofinanziarsi (per quanto una costante dei posti autogestiti simili...gia', il prezzo della liberta'). Difatti, le iniziative messe su dal collaudato staff (sfidanti all'ultimo sangue nei tornei di risiko promossi, va detto) erano varie e si susseguivano tra programmazioni di film/documentari, presentazioni libri, oltre al laboratorio di restauro mobilia, info shop, passando per il mercatino di abbigliamento di seconda mano (senza dimenticare la creazione di due sale prove, solitamente ad uso degli interni S. Treatment, i fuzz corers No Exit ed i cafo-noisers Phonorakes e dalle filiazioni scaturite dallo scioglimento delle ultime due, l'effervescenza punk-r'n'r dei Gangway! Man ed il sofferto incedere post-HC degli Erpice, tutti con dischi all'attivo, passando anche per Brusca e Superbarbers...). Una preziosa palestra per tanti giovani alle prime armi e non che, da quest'insieme, hanno saputo trarre stimoli per costruire autonomamente il proprio modello nelle proprie aree di riferimento, anche se a due passi. Altre solide situazioni si sono susseguite nei dintorni negli anni (la Masseria Foresta Autogestita, tuttora attiva e impegnata, per dirne una) però il fatto che si respirasse quel senso comunitario la rendeva speciale, se non familiare, almeno per chi l'ha vissuta nella sua forma più sana e coinvolta.

Insomma, in un periodo pur propizio per occupazioni e contesti autogestiti (se ne contavano in regione una quindicina, oltre a varie t.a.z. improvvisate), una tappa fondamentale per la Puglia nello sviluppo dei fermenti antagonisti del tempo, un cantiere dove i gruppi trovavano la famosa isola felice, imbattendosi realmente nella pratica cultura do-it-yourself, sbattimento e soddisfazioni inclusi, andando anche ben oltre il piano squisitamente musicale. Una inestimabile esperienza per chi come noi ha avuto la fortuna di viverla e, anche dopo quasi quattro lustri, unica. Sì, una nostra gran bella storia, di fatto alternativa.


P.S.: Diretta appendice, visto il naturale collegamento col fin qui narrato, il nuovo posto autogestito, attivato nel 2003 da diversi orfani coinvolti nella precedente storia: il Coccaro 3, nome preso dal riferimento ubicativo dell'area (la stessa della vecchia locazione). Quando le cose cominciavano ad ingranare, nel marzo 2006 i locali furono bruciati in maniera dolosa, provocando ingenti danni alla struttura dell'intero casolare, inclusa la strumentazione ed il resto presente nelle stanze, che solo grazie ad una sottoscrizione da mutuo soccorso diy su scala nazionale fu resa meno pesante, almeno dal punto di vista economico. La conseguenza però fu la prematura interruzione delle attività, e purtroppo stavolta a tempo indeterminato. La memoria rimane, nel bene e nel male, che si sappia...

Citando alla rinfusa, un caloroso saluto e perpetui ringraziamenti a:

Antonello e Oriella, Fernando, Achille e Elena, Francesca, Ignazio e Domenico, Michele, la famiglia Olive (Angelo, Vincenzo e Franco), Paolino, Pierino, la coppia in trasferta Cristina e Donato, Giuseppe Pugliese, l'altro Giuseppe, Stomeo, Vito, Palmina, Piero, Lucio, Annarita, Gianfelice, Ambrogio... e tutti gli altri coinvolti, che solo il sopravanzare dell'età mi fa involontariamente dimenticare.


lunedì 1 giugno 2020

IGGY & The STOOGES Raw Power - lp 1973 CBS/Columbia



Continuando a parlare di numeri primi, qui sviscero il contenuto di un altro esempio da top personale.

Etica, estetica e suono: l’atto di nascita ufficiale del punk-rock. Questo rappresenta RAW POWER per chi scrive. D'accordo, prima di loro c'erano stati altri forsennati esempi come Seeds, Sonics, Deviants, gli stessi amici fraterni MC5, le seminali garage band minori degli oscuri sotterranei 60's riesumate dal buon Lenny Kaye nelle storiche comp. Nuggets... Tutto vero, ma senza che nessuno di questi si fosse mai avvicinato al nichilismo espresso in musica (e non solo) da questi giovani disadattati. Ribadisco, questo rimane, se non il primo, di sicuro l'esempio massimo di punk prima che lo stesso venisse codificato come genere, anche solo per mantenersi a livello puramente musicale, con una sua fisionomia e personalità indipendente. Walk on the real wild side of life...

Il paradiso era Detroit, nel Michigan” disse un tale Lester Bangs...
Gli Stooges nascono (come Psychedelic Stooges, nei primi concerti) nel 1967 ad Ann Arbor, nell'area della motorcity Detroit, città questa che ha sempre mostrato un carattere alquanto instabile (l'alienazione da catena di montaggio?) quindi poco incline all'imperante flower power in voga all'epoca, un posto molto più intriso di duro realismo quotidiano a scontrarsi con le astrazioni hippie-filosofiche tutto peace and love e sballi di espansione mentale del periodo. I nostri, James Newell Osterberg Jr. ribattezzatosi Iggy Pop, i fratelli Ron (chitarra) e Scott (batteria) Asheton e Dave Alexander (basso), non rimangono immuni dal contesto sociale (e viziacci...) e riversano nel suono il proprio turbinio personale (specifico, senza nessuna collocazione ne' aspirazione politica) e da subito sono bombardamenti a tappeto.

Dopo la prima fase che ha partorito nel 1969 un malsano esordio dannatamente morboso (THE STOOGES), ed un acido seguito furiosamente allucinato l'anno dopo (FUNHOUSE), perdono il contratto per scarse vendite con la Elektra (label avente nel roster Doors e Love, tra i tanti), nonostante le insistenze con la dirigenza per il rinnovo attuate da Danny Fields, che aveva portato la band e gli MC5 nella prestigiosa scuderia (nella quale rivestiva in pratica il ruolo di A&R: a lui si deve qualche anno dopo la scoperta dei Ramones, dei quali sarà il manager per alcuni anni) e dei quali si sentiva un po' il fratello responsabile. Insomma, nell'estate del 1971 sembrano sparire dalle cronache musicali.


Ma la creatura risorge mesi dopo -come uno zombie, data la fattanza imperante-, con un rimescolamento della formazione (per un breve periodo allargata a sei elementi!), grazie all'interessamento concreto del MainMan management, ove approdano su invito di David Bowie, innamoratosi dell'Iggy più che della band (you know Z-Iggy?), allora a livelli stellari in quanto ad ascesa e popolarità (ricordo siamo in piena esplosione glam-rock). Viene loro promesso il rilancio della carriera, con tutto il gusto della meritata rivincita...Date queste premesse, i nostri si preparano al meglio a Londra, dove si erano temporaneamente trasferiti nell'estate del 1972 (su scelta del management, che decise di allontanarli dagli Usa nel serio tentativo di rimetterli in pista), forti di un accordo con la CBS/Columbia, per concepire e registrare il terzo lp, stavolta, cosa non trascurabile, a nome IGGY & THE STOOGES. Ebbene sì, gli englishmens puntavano tutto sul frontman, il quale metterà in chiaro di prendere lui e tutto il pacchetto, cedendo giusto al compromesso della nuova denominazione.




RAW POWER esce nella primavera del 1973, dopo vari rimandi, pur essendo già pronto da diversi mesi (all'epoca la maggior parte dei gruppi faceva uscire spesso più lavori nel corso di un solo anno), ed apre col botto, con quella frustata a sangue chiamata Search &Destroy! Il pezzo punk per antonomasia: nudo e crudo, ficcante, dai volumi poco livellati spacca impianti! Già solo questa grezza gemma li avrebbe fatti entrare nella storia, un vero e proprio inno, con quella chitarra che s'inventa un solo-riff a dettar legge e Iggy che sputa il (tanto) veleno che ha in corpo, ma il resto non è da meno. La tregua sonora, ma non testuale, dell'intensa Gimme danger seduce (per quanto disperata sia), ma altri calci ben assestati negli stinchi si susseguono: Raw Power (quella col rutto d'ingresso ed il piano martellato, ok?) e la tagliente Your pretty face is going to hell (nata come Hard to beat), trascinanti loud volume r’n’r basici (proto-punk!) assicurano energia ad alto voltaggio; la lussuria allo stato puro di Penetrate, perversa quanto il suono; I need somebody rallenta con la sua tossicità blues (nella parte del refrain, se sostituite la chitarra con una tromba ne vien fuori uno standard dei '40!); la torrida Shake appeal ci attorciglia nel suo implacabile ritmo condita anche da handclaps, portando dritto a Death trip, che svela già nel titolo e nella durezza della missione (We're going down, going down...) la devastazione esistenziale in corso dei nostri figuri, concludendo questo viaggio verso la perdizione… Dicevamo, dammi pericolo: a quanto pare lo spericolato singer questo cercava. Live incandescenti, dove il nostro contorsionista col fuoco che brucia dentro si taglia, salta, rotola a terra, azzarda stage diving e crowd-surfing ante litteram...Situazioni che diventano spesso caotiche, da non sapere come e se andrà fino in fondo il concerto, performance oltremodo esasperate e fisiche, che mettono a dura prova i 4, il cui degno e rappresentativo live non poteva che essere l'estremo (anche come incisione, da bootleg qual è) METALLIC KO, uscito poi su Skydog rec nel 1976. Altro che intrattenimento e lustrini, tra bottigliate e ferite con un'attitudine realmente provocatoria, audience e band -in un clima di accerchiamento, a distanza zero - a molestarsi reciprocamente. Da rovina totale. “Dicono sia la morte ad ucciderti, ma non è così. Sono la noia e l'indifferenza a farlo” (Iggy).

I grandi mattatori sono senza dubbio il singer, qui con il suo particolare urlo cantato, e James Williamson, novelli glimmer twins come gli amatissimi Rolling Stones, unici compositori dell’lp (nonché gli unici ancora in vita), sodali anche nel consumo della droga per antonomasia dei '70. La vera scoperta è proprio Williamson (già nei Chosen Few), a vederlo un incrocio tra Jeff Beck e Keith Richards, con la sua affilata chitarra a sparare rasoiate letali, a legare con la travolgente ritmica dei rientranti Asheton bros (il collezionista di cimeli nazi Ron, passato appunto al basso, e il bello e pericoloso fratello Scott, qui in un ruolo loro malgrado più da comprimari), serrati nei 34’ in cui si sviluppano gli 8 focosi pezzi. Pur non disconoscendo il recente passato, ne accentuano la componente più violenta (sacrificando magari la vena free): invece di smussare gli angoli grezzi del suono, dono della maturità solitamente, fanno l'esatto contrario, aguzzando maggiormente gli spigoli sino a ferire, più semplici e diretti, da non lasciare scampo alcuno...Dissoluti ed allo sbando, per questo pronti a tutto e contro tutti, con la volontà di farlo fino in fondo (sulla consapevolezza avrei qualche dubbio...), caratteristica di chi non ha proprio nulla da perdere. Self destruction blues...


Altro ruolo chiave lo ricopre la copertina, che immortala un fascinoso Iggy nel -mitologico- concerto tenuto a luglio 1972 a La Scala Theatre a Londra, l'unico degli Stooges tenuto in Inghilterra nei '70, quando erano lì di casa a comporre l'album in oggetto. Questo iconico scatto fatto da Mick Rock (che raccoglierà l'intera session in un apposito libro fotografico, già foto-copertinista per Syd Barrett, David Bowie, Lou Reed tra gli altri), fu usato dalla Columbia su scelta della casa madre CBS, senza l'approvazione e all'insaputa della band e di Iggy, il quale pare l'abbia sempre odiata, al pari del monster lettering scelto graficamente, ritenuto trash...Si, bastarda la major (mica si smentiscono), ma scelta azzeccata a venire!

Dicevamo dell'alieno Bowie, personaggio chiave che in questa fase pare abbia fatto il buono e cattivo gioco influenzando il destino della band, guadagnandosi però il merito di aver insistito per la pubblicazione dell'lp, vista la riluttanza dei suoi soci, dal manager Tony De Fries alla stessa CBS. Difatti Iggy, occupatosi della produzione e missaggio, presenta un lavoro ritenuto indecente dall'etichetta, e qui Mr. Jones in prima persona si offre di remixare l'album appena completato: intervenuto per salvare il salvabile (e con mille sensi di colpa), non migliora di molto la situazione, ma anche il mix sgraziato che proporrà gioca qui un ruolo cruciale, donando al tutto una cruda ferocia. L'ultima batosta sembra l'abbia data il mastering mancato, fatto senza la dovuta cura e spinta giusta, a detta dell'Iggy anni dopo...

Insomma, nonostante i buoni presupposti iniziali, quasi tutto è andato storto, dalla scarsa visibilità al carattere poco commerciale della release (certo non un disco adatto alla massa) ma anche a causa della stessa natura dei 4, poco inclini a strategie di mercato e accondiscendenza... Un disco tutto istinto che all'epoca fu tacciato di involuzione, vendendo di fatto poco, decretando così la disfatta della band, sancita a febbraio 1974. Ma l'immediato futuro avrebbe riservato attenzioni diverse al disco ed alla band (quando si dice il futuro non è ancora stato scritto), proprio grazie all'esplosione del punk-rock '76/'77.
Nel 2010 sono stati ammessi nella R'n'R Hall of Fame: per quanto ci possa interessare l'attestato mainstream (per i seguaci già c'erano da tempo immemore), rimangono uno dei tanti esempi da rivalutazione post mortem, a sancire il giusto posto nella storia.

L'Iguana, dopo una forzata pausa per rimettersi in piedi, farà partire la carriera solista, sempre grazie alla mano gentilmente fornita dall'onnipresente Duca Bianco, che lo coadiuverà nei primi lp prima di lasciargli spiccare il volo (diciamo concretamente dopo Blah blah blah del 1986), che ben continua ancora a 73 anni, ormai onorata dallo status di leggenda vivente che tutto può e fà. Carriera solista che comunque lo consacrerà come autore di altre pietre miliari in campo rock, anche citando solo i primi due album The Idiot e Lust for life (ma io ci schiaffo pure American Caesar)...Se l'obbiettivo era diventare il perfetto frontman rock di tutti i tempi, diciamo che il plusdotato singer (nato però batterista con gli Iguanas e Prime movers) lo ha raggiunto a pieni, unanimi voti.
Si mormora che i tre Doors restanti pensarono a lui per sostituire il Morrison, tra l’altro ispiratore del nostro, seppur in una versione ancora più riottosa e lasciva, unione non andata in porto proprio per colpa del succitato problemino che lo affliggeva (un po' come infilarsi dalla padella alla brace...).

Allo scoccare del nuovo millennio cominciano a susseguirsi voci su una possibile rentrée della primitiva creatura. Proprio sull'album dell'Iguana Skull Ring del 2003, si hanno le prime avvisaglie che l'idea di rivedere gli Stooges nel nuovo secolo non era proprio fantascienza: infatti, in 4 dei 16 pezzi (peraltro dignitosi) figurano i low profile bros Asheton. Detto fatto: dopo l'apparizione al Coachella festival nell'aprile 2003, tornano ufficialmente in pista con 3/4 della prima line-up, con al basso il funambolico Mike Watt al posto del defunto Alexander, ai quali poco dopo si aggiungerà il sax del redivivo Steve MacKay, formazione che ha generato l'album THE WEIRDNESS nel 2007.
Nel 2009 ci sarà tempo anche per la porzione IGGY & STOOGES, ossia il rientro del Williamson al posto del da poco defunto Ron (1/1/2009), con annessi altri tour mondiali anche a supporto del nuovo album READY TO DIE del 2013, ma la morte di Scott nel 2014 (oltre a quella di MacKay nel 2015) ha definitivamente messo la parola fine agli Stooges 2.0., ufficializzata il 22 giugno 2016. Una reunion, diciamolo, frutto più di calcoli: per me, Iggy ha voluto in qualche modo ripagare gli altri -a mò di pensione- nei loro ultimi anni di vita, alzando moneta sonante con la rimpatriata live, garantita dal redditizio nome.

Nel 1997 proprio Iggy decise di rimettere mano remixando l'album colpevole, con risultati pressochè invariati...Se vi può interessare, nel 2010 fu pubblicato un doppio lp contenente questa e la versione originale col Bowie mix. Sempre nello stesso anno sarà la volta di Raw Power de-luxe Legacy edition, che lo accomuna ad un (buon) live dell'ottobre 1973 ad Atlanta denominato Georgia Peaches. La novità è la presenza di 2 inediti scovati per l'occasione: Doojiman è un pezzo da riscaldamento pre-concerto a dirla tutta, che si evolve in una sorta di tribale jam voodoo; l'altro è il più selvaggio Head On, già noto ai cultori, in una versione più strutturata per quanto catturata durante le prove. Non credo di offendere nessuno dicendo che entrambi nulla aggiungono alla folgorazione che potranno indurvi gli 8 della storica scaletta.
Per i più esigenti esiste anche la super-deluxe edition, che porta in dote ben 3 cd (di cui uno con rarità, outtakes e alternative versions), 1 dvd, il 7” Raw Power/Search & destroy nella riproduzione made in Japan, 5 stampe apposite più corposo libretto 48 pagine, acquistabile sino a qualche anno fa solo dal sito della band. Quella che si dice l'edizione definitiva (delle circa 150 versioni indicate su Discogs).

Materiale interessante per completisti (come me, of course): la raccolta demo 1972-73 Rough power (con la specifica indicazione “Guaranteed Bowie-free!”), uscito nel 1994 per la Bomp del compianto amico e fan Greg Shaw (che inaugurò intorno al 1991 una apposita serie per l'etichetta chiamata The Iguana Chronicles, con svariati titoli fuori), i piuttosto simili More Power e Dirty power, accanto al dettagliato box Heavy Liquid (Easy Action rec.) e Rare Power del 2018, presentati tutti con inediti (confrontarne sempre la veridicità: i nostri erano a corto di moneta quindi sembra abbiano venduto e rivenduto la stessa roba a più persone nei '70), oltre ad una pletora di dischi borderline tra stampe bootleg e semi-ufficiali.



Un altro disco da leggenda (che-ve-lo-dico-a-fà: 3 capolavori su 3), per impatto e portata pesante, quella devastata/devastante grazia fonte primaria di abbeveraggio e santino del punk '77, tuttora citato da band note e meno note, che li hanno coverizzati indistintamente (spesso in maniera filologica: dai Sex Pistols/Vicious, Guns'n'Roses, Dead Boys, Dictators, Damned, ai Samiam, Hard-Ons passando per Juliette Licks, Emanuel, ed un milione di altre). In giro si trovano alcuni tribute album, dei quali segnalo l'interessante -nonché uno dei primi ad uscire- tributo australiano Hard To Beat (Twenty-One Stooges Killers) del 1988 in doppio lp per la Au go go rec: ascoltate cosa son capaci di fare i nuovi adepti dalla terra dei canguri (da sempre ricettiva al culto detroitiano), caricati a molla nel cercare di avvicinarsi all'animalesca essenza sprigionata dagli originali.
Se volete sentire una delle band che secondo me ha compreso ed assimilato in pieno il credo dei 4 rivolgetevi agli inglesi Thee Hypnotics, i loro eredi trasposti negli anni '90.
Altro noto fan della band sicuramente é Jim Jarmush, regista ed ideatore del gran bel dvd Gimme Danger, il documentario sulla band uscito nel 2017, che copre brillantemente l'intera carriera dei coinvolti.

Ha ragione Duff McKagan, quando afferma che Raw Power dovrebbe essere usato come unità di misura contro il cattivo gusto della scena rock. Un suono abrasivo, sfrontato, realmente urticante nel suo essere violento come pochissimi fino ad allora, credibile e viscerale rock ‘n roll stradaiolo, con quella sporcizia conturbante lato bassifondi... Qui la lezione è di quelle che lasciano il segno, nella testa, nel cuore, nel fisico (e nelle vene...): Raw power is more than soul, has got a son called (punk) r’n’r! Lunga vita.

P.S: Proprio questo disco fornì nel 1981 il nome -adatto!- ad una band di Poviglio (RE) a noi molto cara, ancora oggi attiva tra dischi e palchi nostrani e internazionali, la più longeva del nostro HC...