lunedì 17 luglio 2023

Dischi da rivalutare: T.S.O.L. Disappear – 2001 (cd Nitro)

 


In attesa della imminente calata che li vedrà protagonisti il 28 luglio nella serata d'apertura del bellissimo Distruggi la Bassa fest, voglio parlarvi del loro comeback album in apertura di millennio, ancora a fuoco dopo quasi un quarto di secolo

We generate monsters, we generate victims, we generate islands adrift in a system”

Già questo stralcio di testo da Terrible people basterebbe a definire l'attitudine dell'acronimo più iconico in ambito punk/HC: True Sounds Of Liberty

Ma permettetemi un velocissimo passo indietro, prima di proseguire. Nel 2004 assieme all'amico Enrico SFC ho condotto per una intera stagione il programma Frequenze Liberate (Liberation frequency dei Refused vi dice qualcosa?), grazie all'intercessione di un comune amico tarantino (grande Tanino!) che ci fece approdare a Nova Radio a Firenze. Imbattendomi nell'archivio cd dell'emittente, scopro per puro caso Disappear: mi servivano alcuni pezzi per chiudere la puntata, dato che avanzava minutaggio utile. Lo ascolto mentre lo mando in diretta mettendo primo e ultimo pezzo del cd, pescati a caso: effetto bomba! Rimango stupito dall'esuberanza che emanano i due pezzi, al punto che chiedo di portarlo a casa. Il responsabile dell'archivio mi dice che probabilmente mai era stato passato quindi ben contento di regalarlo a chi poteva apprezzarlo! Anche oggi, a distanza di anni, continuo ad ascoltarlo, e mi ripaga con le stesse sensazioni della prima volta, tanto da parlarne a chi avrà la pazienza di leggere quanto sotto.

I T.S.O.L nascono dall'idea del chitarrista Ron Emory ed il bassista Mike Roche nel 1978, ai quali si uniranno il cantante Jack Grisham e ed il batterista Todd Barnes degli appena discolti Vicious Circle a fine 1979. Da subito l'intesa funzionerà, producendo prima l'esordio omonimo 12"ep T.S.O.L (Posh Boy), selvaggio esempio del brusco carattere e liriche incitanti all'azione -di stampo politico, aderenti a posizioni anarchiche- con un sound all'altezza davvero incendiario (impossibile non esaltarsi con Superficial Love, Properthy is theft, oppure la splendida accoppiata Abolish Government/Silent majority, riprese anche dagli Slayer sul loro ottimo cover-album Undisputed Attitude, che riaccenderà interesse verso l'operato dei nostri), e quel caposaldo del punk/HC -che si è fatto- più scuro (o per molti, il nascente deathrock) che risponde al nome DANCE WITH ME su Frontier. Non dico niente di nuovo affermando che trattasi di una turbolenta doppietta che farà storia, marchiando indelebilmente la scena americana inserendo la band nel gotha degli irrinunciabili nel panorama assoluto di riferimento. 

Tuttora Dance with me gode di un rispetto assoluto da parte di ogni buon amante del più irruente punk/HC che incorpora forti suggestioni gothic, 11 nere gemme dall'avvincente sguardo morboso, imbevute di pericolosa decadenza (ma senza il disperato spleen dei coevi Christian Death): dalla grinta di Sounds of Laughter alle perversa Silent Scream, scabrosi testi horror come nella famigerata Code Blue (più per provocazione che per immersione nel mood della corrente dark, cerone e eyeliner inclusi) o la rabbia di I'm tired of Life, sino alla resa senza speranza della title-track, senza dimenticare una presenza sul palco di quelle significative (risse all'ordine del giorno, con Grisham a sedarle forte della sua mole simil armadio e impavida avventatezza pronto allo scontro, anche quando si presentava indossando una gonna). Pure l'altro capolavoro -sempre su Frontier- dal titolo Only Theatre of Pain, che segna l'esordio dei blasfemi Christian Death avverrà pochi mesi dopo e sempre nei medesimi dintorni (qui ancora con un suono debitore di innegabili radici punk: non a caso alla chitarra troviamo l'ottimo Rikk Agnew, già di fama Adolescents), a conferma che il goth attecchisce bene in California, in compagnia di Super Heroines & 45 Grave (seguiti poi da Burning Image, Pompeii 99, Psi-com giusto per citarne alcuni), adepti che proprio sotto il sole troveranno gole pronte per i loro aguzzi denti.

Dopo aver siglato un accordo con la Alternative Tentacles nel 1982, seguirà il nuovo 7"ep WEATHERED STATUES (con la notevole Man and Machine) e a ruota l'lp BENEATH THE SHADOWS, che si comporteranno altrettanto bene. L'album smorza un pò il tiro tipicamente punk aumentando il tasso oscuro del suono (ma stavolta in senso più psichedelico, dai rimandi Doorsiani), ma quello che perde in irruenza si cerca di compensare in una costruzione dei brani più ambiziosa (non sempre indovinata), arrangiamenti più curati (con inserimento in pianta stabile di piano e tastiere) e slancio rock -quando wave-, come possiamo sentire già dall'opener Soft Focus, nel fascino della strumentale Glass Streets, o nelle più ritmate ed ottime The other side e Wash away. A modo loro, a tratti persino eleganti. 

Dopo l'abbandono del Grisham (la cui particolarità sta anche nel fatto di cambiare nome su ogni disco: Delonge, Greggors, Ladoga, Delauge, Alex Morgon) e del batterista nel 1983 (i quali riappariranno sotto il nome Tender Fury, con alcuni album all'attivo), si avranno altri titoli, allontanandoli però da quanto in tanti avevano amato. 

Ad un certo punto si troveranno due band dal nome T.S.O.L, situazione che scatenò l'inevitabile disputa legale il cui risultato inibirà per un periodo proprio i fondatori dall'uso della sigla, a vantaggio del nuovo cantante Joe Wood (subentrato dall'album del 1984 Change today?, in forza fino agli anni 90, ex cognato proprio di Grisham!), che porterà la band progressivamente verso lidi hard/street r'n'r, perlopiù noti in questa fase quando i Guns n' Roses li citeranno come una delle loro influenze, portandoseli pure in tour. Difatti, se prendete il live album del 1991 uscito per la Triple X, noterete che fu pubblicato con i nomi dei quattro originari componenti, in virtù proprio di quanto detto sopra...per inciso, un disco che funge da greatest hits live, compendio delle epocali creazioni del biennio 81-82.

Comunque, ripresi i diritti della sigla e con 3/4 degli originali (ad eccezione del compianto batterista T. Barnes, deceduto nel 1999, rimpiazzato da Jay O'Brien) riappaiono sulle scene nel 2001, prima con il bel 7" Anticop/White American e poi con questo graffiante DISAPPEAR per la Nitro, etichetta nata nel 1994 (inizialmente solo per pubblicare i Guttermouth) per volere di Dexter Holland, voce degli Offspring, loro dichiarato fan e maggiore sponsor (deciso ad investire una parte della montagna di soldi piovuta dopo il successo planetario della sua band, in una attività parallela in linea col suo primm'ammore), che ce li rende belli scattanti ed in forma. 

A cominciare dalla copertina da B movie, tesa a richiamare in parte quella di Dance..., come a voler suggellare una connessione con lo spirito degli albori (facendo un salto temporale, oso dicendo che questo poteva essere il naturale seguito di quel fantastico lp), si susseguono 12 pezzi che sembrano concepiti negli ’80, ma evitano di suonare datati; diciamo attuali seppur con una registrazione d'antan, per mano del loro storico producer Thom Wilson, con chitarre focose e il recupero di quella sporcizia primigenia, con un cantato talvolta enfatico, al limite della teatralità, pochi orpelli e pezzi brevi dritti al punto per una viscerale mezzora che viene fuori di getto. Passato e presente che si incontrano, mescolano e fecondano a vicenda (con qualche inevitabile autocitazione sparsa) portando ad un risultato da assaporare tutto d'un fiato, che sembra fatto per riconquistare l'intesa tra loro, più che per accontentare i fans (anche se un pensierino alla possibile diffusione su larga scala l'avranno pure fatto, ma dubito potessero piacere agli amanti del neo-punk in voga al tempo).

Meno macabro e più agile (pure nei testi, dai risvolti talvolta amari), dalla sfacciata Sodomy al feroce sarcasmo della sinistra Terrible People, tra una notevole tirata hardcore (In my Head), l'invettiva di AntiCop, una Renounce che ti acchiappa e non ti lascia più (beachpunk a mille!), continuando con la devastata ode di Pyro o il ruggito di Automatic, le più esili Socialite (con una bella tromba finale) e Paranoid invece risentono dell’esperienza più melodica del cantante e chitarrista nei Joykiller (messi su nel 1995 con ex Vandals e Gun Club, con 4 album in score), sino alla scatenata Disappear, che con tutta la sua irresistibile veemenza chiude al meglio un disco che si dimostra convincente e genuinamente passionale. Non paragonabili ai loro terremotanti inizi, per impatto e rilevanza, anche perchè mutato a 360° tutto il contesto (all'epoca i suoni HC punk erano ancora farina freschissima da setacciare) ma la dignità qui è salva, tanto da ravvivarne al meglio la leggenda.

Nel 2003 ci sarà pure un nuovo album di inediti sempre su Nitro, DIVIDED WE STAND, che vi consiglio per un'eventuale acquisto congiunto, fornendo una bella fotografia dei T.S.O.L. fase 3, che tra una reunion e l'altra pubblicheranno anche altri dischi (l'ultimo studio è THE TRIGGER COMPLEX del 2017 su Rise), ma rimanendo perlopiù attivi in versione live. Occasione che si presenterà ormai a giorni, qui da noi per alcune date del loro euro-tour, così da poter saggiare la tenuta di questi indomiti sessantenni. Buon live a tutti!




mercoledì 19 aprile 2023

SUBURBAN NOISE Somewhere between now and forever (lp 2022 Overdrive, Shove, Waterslide)

 


Il 2022 ci ha riservato last minute un inaspettato regalo, ad accrescere la buona annata targata Apulian punk/HC. Stavolta protagonista il redivivo trio emo-core per eccellenza emerso in regione, pugliesi di nascita ma relocated per 2/3 nello stivale da oltre 20 anni, anche se quando si cita la sigla si torna indietro alla seconda metà dei '90, quindi residenza LE. Trovata la quadra logistica, la fattibilità é venuta da sé, seppur a puntate tra 2019 e 2021, faticosi buchi di tempo tenacemente ritagliati che hanno concretizzato il progetto lp che ho tra le mani, reso possibile dalla Overdrive con la collaborazione di Shove e della nipponica Waterslide, presentato ufficialmente live il 29 dicembre scorso in uno splendido concerto rimpatriata a Taranto con i Carne e gli Arsenico. 

E così belli in forma si ripresentano con immutata dedizione alla cronache musicali, anche se due brani qui presenti erano stati editati nel frattempo in un singolo digitale, che mi esaltarono al punto da stalkerizzarli nei mesi a venire. Sì, la colpa di quei brani é stata quella di offrire la perfetta sintesi -affinata- del loro suono: più core in Our simple song e più pop in Ora/Qui, macinati a nastro da chi scrive. Di seguito riporto la recensione che pubblicai su Nikil webzine (agosto 2020):

"Semplicemente una storia umana, fatta di passione, amicizia e altruismo. Questi sono e rimangono i Suburban Noise, terzetto salentino che inaspettatamente, a distanza siderale dall'ultima release in attività (lo split 7” con i concittadini Room 104, estate 2000, anche se l'ultima reale in ordine cronologico è stato il cd El sonido del Suburbio, che riuniva il 7” Sunward, lo split citato ed il mcd Here comes the Sun più bonus live, per la giapponese SP rec nel 2009), tornano a farsi vivi a novembre 2019 con il singolo liquido Here/Now, con l'aiuto della Loyal to Your dreams.

L'idea che sta alla base del disco è venuta spontanea come forma di incoraggiamento e supporto ad un amico comune in difficoltà, Marco Morosini, bassista e seconda voce di Eversor / Miles Apart, autentiche leggende dell'underground nostrano d'esportazione emo-core e confini indie-rock (nonché componente del progetto Sender, e i più recenti Mannaia), che da fine giugno 2019 sta affrontando (e vincendo!) una seria problematica di salute. Ritrovatisi, anche se vivono in tre zone diverse dello stivale, con tutto ciò che ne consegue tra tempo mancante, incastri e logistica, hanno composto di getto questi pezzi, a ricordarci che il fuoco della passione per Luca, Luigi e Stefano non si è mai spento.

Le coordinate sono sempre quelle: HC melodico con una morbida vena emo-pop di sottofondo, suonato con una esaltante foga, memore degli insegnamenti impartiti da Samiam, Lifetime, Sensefield, e appunto, Eversor/Miles, cioè quelle band che dietro un'apparente semplicità di scrittura hanno sempre celato una profondità sentimentale, dote che ha fatto sì rimanessero nel cuore di tanti appassionati sparsi per il globo. E loro si aggiungono alla lista per il sottoscritto, a conferma di quella scintilla che me li ha fatti amare sin dal primo momento (e parlo di ben 23 anni fa, quando ascoltai il secondo demo-poi vinile Sunward).

La registrazione avvenuta in casa SudEStudio è sinonimo di affidabilità (il cui titolare e factotum è proprio il bassista Stefano Manca), a dare quel tocco in più all'insieme: una voce dalla timbrica pulita -ancora magicamente teen!-, una chitarra più sporca che distorta e una scoppiettante, energetica sezione ritmica tessono le due tracce presenti, animate da una -intatta!- grazia melodica, mai piaciona né ruffiana, corredate da testi struggenti, dall'imprinting emozionale, dove l'incontro tra sensibilità e umanità genera un fiume di significative sensazioni...E, credetemi, specie in questo disco, non sono parole di circostanza.

Our simple song è un pezzo veloce decisamente avvincente (la loro vetta assoluta?), che ama la dolcezza senza trascurare l'impatto, una grower song dall'agile sviluppo e dall'intensità parimenti crescente, con quel sing-along finale che potrebbe durare all'infinito senza stancare, e la più pacata elettroacustica Ora Qui, cantata in italiano che, se proprio vogliamo trovare riferimenti, si aggira dalle parti di certi Farside/Solea, a trasmettere altre good vibrations. Due pezzi che si collocano tra i migliori episodi della loro discografia: una festa ascoltarli! 

Come ben sappiamo, una melodia indovinata, un riff, un testo ispirato, una canzone che tocca le giuste corde emotive personali (qualsiasi esse siano) sono in grado di rimetterti in sesto, facendo vivere ed affrontare meglio la quotidianità...Forza Marco!

Un instant record che vi invito caldamente a scoprire: cogli l'attimo, qui ed ora!"


Aggiungiamo a questi due assi, altri 6 a comporre l'album: A poem's line e Inside Out rievocano e riattualizzano la parabola dei migliori Starmarket, con quel feeling che scava e trasporta in un luogo di benessere, replicata dal sommesso respiro di A new day in odore degli amati (primi) Sensefield, quando Aaron si concentra su una linearità di gioco che va e viene con una circolare melodia (con tocchi di piano nella prima parte a puntellare il tratteggio melodico), con i brevi acustici Flying a kite (strumentale) e Lontana la riva ad accompagnarci per mano alla fine dei rispettivi lati del vinile (no cd). Un pieno di carica vitale dispensata in 25 minuti, senza giri a vuoto e teneramente semplici così come traspare dall'artwork adottato e dal booklet, suggestive polaroid di passato-presente-futuro in linea col sobrio carattere dei tre.

8 caldi brani dal vivace romanticismo, che sarà pure fuori stagione ma che continua ad intrigare, rimandando a quel tempo in cui la corrente emo-core da culto cominciava ad affacciarsi come credibile realtà (non ancora intaccata da fama/fame delle classifiche e preso per il culo tra moda e tronfie macchiette, come accadrà sovente nel nuovo millennio, quando perderà progressivamente, con l'incremento del comparto pop, quasi del tutto l'originaria declinazione attitudinale), interessando gusti ed ascolti di molti, rapiti dalla parte più malinconica e introspettiva del suono HC.

Immergetevi in questo viaggio fatto di riflessioni esistenziali open to life, ricordi e/o domande che siano, elementi che nel loro continuo interagire danno un senso a quella fragile costruzione mobile che é l'uomo pensante, con un suono adatto a sorreggerne la sostanza; come sfogliare un diario personale in cui rivedersi, quei piccoli piaceri senza pretese, ma in grado di sopravvivere profondamente al tempo che trascorre.

suburbannoise.bandcamp.com
over-drive.it
watersliderecords.bandcamp.com
shoverec.bandcamp.com




domenica 25 dicembre 2022

STRAIGHT OPPOSITION Path of separation (cd 2022 Time to Kill)

 


Fedeli al motto Educate your mind, tornano gli indomiti abruzzesi che si ri-lanciano a capofitto nell'impresa grazie alla Time to Kill, marchio del ritorno ad un lustro dal precedente The Fury from the Coast. Li accompagna sempre quell'aspra vena specchio del loro essere, offrendo una visione d'insieme che tra testi e musica ingaggiano un massiccio corpo a corpo nelle 13 veloci e compatte fiondate, devote all'old school metallizzato made in NY sull'asse dei più violenti Agnostic Front / Sick of it All / Madball (con qualche azzeccata incursione fuori area, come vedremo), infilando però quel sentire proprio che li smarca dalla ripetizione schematica.

L'incedere furente e cupo rappresenta la caratteristica comune dell'album: si attacca subito con l'assalto all'arma bianca della doppietta Outsider by choice / July 019; si picchia duro con Workstation-Dead box, proseguendo nella mattanza di The next revolution e Delusion of Omnipotence (dal sofferto passo), puntate col sangue agli occhi come in (She's still) Pro choice, Persona (a cui presta voce Davide Shores of Null/Zippo), The secrets of your militance e l'inno No age to xclaim!, mentre si cambia marcia con l'atipica Path of separation, che non è fuorviante dire rifarsi alla scuola alternative/noise 90's (seppur corrosa dal sentimento HC), come si rasenta il death metal nella tumultuosa From the cradle to the grave, con le presenze di Christian Montagna (The Old Blood), Fiore (Fulci) e T.t.K. mastermind Enrico Giannone, sino alla poderosa cadenza della conclusiva No Father's flag.

Sporadici gli appoggi melodici (più che altro vocali, qua e là), break gonfia tensione e ripartenza a iosa, dall'attitudine protesa a mostrare gli acuminati artigli con un notevole impatto frontale, senza che questo mortifichi la fresca scorrevolezza, talvolta latitante in un filone come quello in cui operano. 

Ivan con la sua voce a perdifiato -pura lana vetro- ma intellegibile, chitarra a sferragliare con impeto e sezione ritmica a muraglia precisa nel dare la giusta rapi(dissim)a spinta ai pezzi, stipati in 29 implacabili minuti da ascoltare senza moderazione. 

Un disco intelligente e passionale, coerente con la loro storia, questo della compagine pescarese, che continua a dare tutto negli infuocati live set, rimettendoli back on the map nell'attuale panorama HC, aumentando se possibile il peso specifico direttamente sul campo, italiano ed europeo.

Non è affatto la visione degli incattiviti dalla vita, ma al contrario, prerogativa di chi ritiene centrale l'umanità senza sconti nè demeriti, che si pone l'obiettivo di concretizzare la logica del passo avanti in termini di rapporti, personali e sociali (anche a costo di di scontentare il vicinato), inequivocabili nel proprio serrato punto di vista, che diventa rivendicazione politica. Questo è l'HC, prendere o lasciare, intrepida filosofia pratica che da sempre anima i nostri. I see red: no age to xclaim! E con un monicker del genere, vi aspettavate altro?


straightopposition.bandcamp.com



sabato 24 dicembre 2022

INGANNO Vite a meta' (cd 2022)

 


E' decisamente un buon momento per l'HC/punk pugliese, già dimostrato con i dischi del 2021 a firma SFC e Sud Disorder, confermato in questo 2022 con i baresi Antidigos, gli A.M.P. e due nuovi esordi, targati Carne e questo che vado a presentarvi siglato dagli INGANNO, in piedi dal 2014, i quali dopo una infinita gestazione finalmente rilasciano il loro primogenito lungo, con l'aiuto di diverse realtà del nostro underground diy (L'Oltraggio/Dischi Rozzi/Equal Rights Forlì/Peretta-core/Disastro/DIY Conspiracy Bari HC/Freak ink Bari/Poison Hearts).

I quattro mettono in moto un solido subbuglio di note e accordi che smuove a dovere fornendo il giusto propellente alle liriche proposte, dove si incrociano speranze e delusioni, irriverenza, rabbia e sentimento altruista, che solo chi ha abbracciato la vita dalla prospettiva abituata ad entrare negli argomenti affrontati, riconosce come basilari per dare l'innesco allo slancio libertario quale è Vite a metà.

13 concisi brani di aggressivo HC/punk alla ionica, che non disdegna talvolta vibrazioni più emotive (ma non emo, ok?), con grinta e sicurezza adeguata, memore di tanti anni di ascolti e applicazione diretta. E' un continuo sputar fuori tutto il veleno accumulato prima che affoghi irreparabilmente i sogni, proprio quei sogni che ci hanno tenuto vivi e coscienti, facendoci capire che un'altra vita era, é possibile. E proprio guardando in faccia la realtà con quell'acume che diventa -anche- necessità, rimarcano la propria identità anticonformista sin dalla posizione tranchant che introduce l'album, a servire lo scatto d'ira de Il mio tempo, come ci si dimena con Il mostro, Circondato, e nelle agitate acque di altri ordigni ben congeniati quali Sospeso e la movimentata title-track.

A immagine e somiglianza impreziosita dalla scatenata voce di Federica (dei LUDD) è il pezzo immersivo del disco (che gira a ripetizione nel mio lettore da un pò), una gran tirata con quella profonda melodia ed un sapiente dosaggio degli elementi da farne un pezzo da ricordare, così come la feroce disamina di Ritrovarsi, confessione di chi non vuole arrendersi anche quando sembra non ci siano speranze, o la riflessione collerica di 2020, che si fa disperatamente viva nell'outro finale. Le rappate-core (con l'ottimo intervento del duo hip hop RAK SHAZA) L'inganno dei Sensi e la cangiante Un salto nel vuoto invece diversificano le dinamiche esaltando nella costruzione la vena più dura dei nostri, che la potente registrazione lavorata dal chitarrista Diego nel suo HC Lab studio centra egregiamente, in una maniera che, dritto per dritto, porta a casa pallone e risultato.

Un autentico turbinio insurrezionale HC, questo urla il disco, a rinnovare quel patto di fiducia con chi si pone sulle stesse, irregolari frequenze. Provare a forzare, se non rompere, gli argini che tarlano la vita, per viverla appieno. Come diceva la Crime Gang Bang nel 1988: Noi resteremo la vostra cattiva coscienza


inganno.bandcamp.com

martedì 6 dicembre 2022

CARNE Saremo ancora minaccia (lp/cd 2022)

 


Lo scritto che trovate di seguito doveva essere allegato alle copie del lp/cd in questione, omesso poi purtroppo per problemi di spazio. In accordo con la band, eccolo qui come intro alla recensione.

Questi anni...Dentro di noi (marzo 2021)

Conosco Luca da oltre 25 anni, tra noi c'è una stima reciproca che va ben oltre il piano musicale, abbracciando sicuramente gusti e amicizie in comune, una certa attitudine condivisa e sbattimenti sul campo (anche minato, come può succedere talvolta al Sud...), sempre votati a tenere viva la fiamma che alimenta ciò che entrambi continuiamo a definire, ostinatamente, scena HC. In pieno lockdown 2020, parlando proprio di questo, mi chiese di intervenire con una riflessione a tema sul pensiero/azione antagonista ai giorni nostri -alla luce del mio bazzicare nel circuito da oltre 30 anni-, gentile invito prontamente raccolto e rinnovato con la partecipazione alla cospirazione d.i.y. che ha permesso l'uscita del vinile/cd che avete sottomano, a firma CARNE. Con l'augurio che queste parole siano da sprono più che un lungo amarcord.

Allora, ragionandoci oggi, con i macro cambiamenti di impostazioni del quotidiano sospeso che ci sono stati (col blocco, si spera passeggero, di situazioni e concerti, fiere, happening e socialità al bando) e che si preannuncia per diversi altri mesi, e non sapendo ove ci condurrà, ci siamo ritrovati a dire A che punto siamo?, se non proprio Abbiamo vinto oppure abbiamo perso? Senza stilare bilanci, mi sento di affermare che abbiamo vissuto ciò in cui credevamo, credo e faccio ancora oggi. E se tante cose non sono andate come volevamo, altre magari ce le siamo fatte a modo nostro provando a costruire IL nostro mondo, il proprio universo ideale (più da mutuo soccorso, se mi passate il termine) singolarmente e in comune, nel contesto lavorativo, nella propria intimità famigliare, in quell'impianto connettivo che definiamo società, incoraggiandoci nell'essere il più possibile attivi ed indipendenti, scegliendo a viso aperto da quale parte stare e attenti a non subire ciecamente ciò che si aspettava il giudicante establishment adulto (“Finora avete giocato, ora testa a posto e tutti in riga”), ad indicarci per inerzia e conservazione la via migliore offertaci dalla civiltà dei consumi. Sì, sporcarsi le mani senza paura se lo si ritiene giusto e con tutte le contraddizioni che potrebbe comportare, senza timori ad usare talvolta il mi interessa, senza per questo tralasciare -quando ci vuole- il ben noto fuck off, insito nel nostro spregevole animo! Un'altra chiave di lettura dell'individuo e dell'esistente, che rifiuta la logica del produci-consuma-sfrutta-crepa... Quantomeno proviamo a farlo.

Personalmente, ho visto la luce punk nel 1984 grazie a Sex Pistols e Clash, ed in seguito nel 1987, con l'HC italiano, l'universo dell'autoproduzione/autogestione, scoperta che stimolò la mia vorace curiosità, alimentando ulteriormente legami e coinvolgimento anche nell'approfondire tematiche e concetti fino ad allora sconosciuti o trattati superficialmente, in un processo attivo d'acquisizione di consapevolezza. Una rivoluzione non solo musicale ma contro-culturale (visto lo sconfinamento in aree extra-artistiche, con tesi e revisioni che inglobano aspetti legati all'economia, al sociale, alla politica), più che accademica direi basata su un'urgenza istintuale, attuata inizialmente da un manipolo di inquieti, sensibili agitatori disobbedienti sparsi ovunque ma con ben chiaro in testa l'approccio g-local, tramite l'ausilio di dischi e preziosi veicoli decodificatori quali volantini, allegati cartacei ai vinili, libri ed opuscoli, ma anche iniziative di contro/altra informazione, concerti, centri sociali, fanzines, che funsero da fertilizzante e megafono delle istanze trattate. Fatti e parole che esprimevano una diversa concezione della vita, che mi spalancarono un intero movimento sommerso (animalismo e vegetarianesimo/veganismo -tanto da diventare vegetariano nel 1992-, antimilitarismo, antirazzismo, lotta all'emarginazione e alle droghe pesanti, anarchismo, femminismo e disparità di genere, salvaguardia ambientale, spesa critica e boicottaggio), facendomi deporre quel senso -già vacillante- di supremazia specista, smuovendo l'intelletto per riuscire a capire e capirmi meglio, scavando per definire quanto giaceva nascosto o non ancora a fuoco nel mio gulliver neo-maggiorenne. Quelle scintille contro! che si trasformeranno in indomito fuoco passionale, instillandomi la coscienza antagonista in tutta la sua vastità di applicazione resistenziale, contribuendo a formare fattivamente la mia persona pensante. La mia scuola di insegnamento reale, e da ciò partirò a discorrere. 

Il do it yourself è la linfa vitale del punk, che nel suo naturale dna di base, incorpora uno stile di vita e non una faccenda music only; quello è solo esercizio di stile musicale punk/HC (parafrasando i PropaGandhi Punk for sustainable capitalism). Il diy e' collaborazione, inclusivo senza divisioni e ruoli prestabiliti, l'essenza della persona che viene fuori esprimendosi con quello che ha, quanto e come vuole portare liberamente avanti per realizzare il suo profondo desiderio creativo e le mille idee che frullano in testa; diffondere l'antitesi del concetto di marketing e clausole contrattualfiscali... Teniamo presente che è la controparte (lo dico, con convinzione: il sistema) che vuole la completa omologazione dell'individuo sotto la vile legge performante del dio-denaro, svalutando qualsiasi cosa metta in discussione l'apparato: qui la grande sveglia che diventa lezione di vita, che semplifico nominandola attitudine diy-punk, ci ha reso più umani in un mondo che spesso sembra popolato da zombies pacificati da consumismo e cultura da pensiero unico fast-food. Metterci in gioco da quando ci si alza a quando si va a letto, ognuno con i suoi metodi e principi, lanciando segnali d'interferenza e input volti ad inceppare -col sogno di distruggere- la macchina regolatrice, sempre pronta ad avvelenarci dentro e fuori, nel continuo presente.

Ecco perchè insisto nel ribadire che diy-punk-HC sono ancora sinonimi di lotta comune, un concreto progetto politico esistenziale -a traino sociale- dal basso, altro che slogans! Ma allora se parliamo di "fai-da-te" dovremmo arrivare a farci l'orto provvedendo a tutta la nostra sussistenza o isolarci per non continuare ad oliare l'annichilente meccanismo contro cui ci scagliamo? Non necessariamente: e' una questione di atteggiamento mentale auto/critico innanzitutto, che abbisogna, sempre, di messa in opera che tenga conto delle reali esigenze della persona che guarda e tiene conto dell'insieme, connessioni che possono incidere costantemente nella propria responsabile gestione, senza intenti moralizzatori nè concorso in sensi di colpa, ma su principi etici. Insomma, attuare quella consapevolezza scardinatrice che dovrebbe appartenerci, che ha fatto sì mettessimo in pratica il nostro urlato coro stonato davanti all'accettazione passiva di ogni nefandezza. 

Mette quindi tristezza quando vedo il discorso bloccato nel suo immobilismo cioè confinato alla sola sfera musicale, preciso contesto nel quale ci si professa coerenti al limite dell'intransigenza, tralasciando però gli altri campi del quotidiano, differendo da quanto si dice di professare 25 ore al di', che non aggiunge alcun contributo alla causa, anzi, risulta deleterio quando diventa il fine per passare il tempo libero (ma non liberato), col risultato però di prendersi per il culo da soli. Ora, la rivoluzione non si fa scrivendo solo canzoni, ma queste possono risultare utilissime per propagandare idee, sostenere una sentita causa, punti di vista e sfumature differenti, riflessioni e/o analisi critiche, messaggi potenzialmente propedeutici ad un reale cambiamento personale, cioè la base di ogni mutamento sociale.

Il punk-HC, fermo restando la poderosa spinta giovanilistica che lo anima, non è il giocattolo della giovinezza che passata si butta o una valvola di sfogo per scaricare nervosismi accumulati come un sedativo per poi stare tranquillo agli ordini del capo, ma un efficace strumento, l'arma -continuamente aggiornata- che spinga a ribellarsi al tossico status quo e che continui a cibare il pensiero-contro per ricercare, coltivare, costruire l'inversione di tendenza e/o generare percorsi di vita alternativi. Chiedersi il perchè pensando con la propria testa, chiedendo risposte in primis a noi stessi più che a qualcuno, decidere da sè ciò che è giusto o sbagliato; lo sforzo del singolo è fondamentale nelle dinamiche evolutive, foss'anche per la stessa e sola persona...e lo dico per ribadirlo principalmente a me medesimo.

Più che cambiare si invecchia, il pensiero si evolve, le esigenze si modificano, ma vi assicuro che le fondamenta del proprio elaborato sono sempre lì intatte, se non rafforzate dall'esperienza.

Diffidate sempre dagli oracoli, coloro che pensano di essere gli eletti depositari della verità e/o purezza assoluta (che non esiste). Chi pensa, dall'alto del suo mediocre piedistallo, di aver capito tutto mentre gli altri una beata mazza, e' pregato di andare a farsi fottere. 

Pensate ci si faccia troppe seghe mentali? Che siamo troppo col culo a terra per fare gli onesti incorruttibili? Che godiamo a vessarci ulteriormente, già con le nostre vite mediamente incasinate? Può darsi, ma quando si sceglie una direzione ostinata e contraria...Magari siamo esseri inadeguati ma senza complessi d'inferiorità, fragili, ma di quella fragilità coriacemente testarda che davvero segna il nostro essere, senza grandi speranze ma mai rassegnati. Realisti ma non abbandonati alla disperazione, disillusi di sicuro ma nonostante tutto ancora sognatori, considerati dei buoni a nulla ma capaci di tutto... E con questa predisposizione che noi, ragazzi prima-ora adulti con tutti i pregi e difetti, continuiamo l'irregolare semina, al fianco delle nuove leve a provocare e diffondere modesti ma sempre utili anticorpi che facciano germogliare preziose piante infestanti per il pensiero borghese che tutto ignora, scavalca e distrugge per interesse. La nostra inguaribile allergia a subire un sistema di valori assurdo, che considera l'esistenza -di per sè precaria- sempre al ribasso, scatenando quella mattanza sociale che ci pone in rivolta permanente. Siamo solo una piccolissima minaccia al nulla che avanza, ma pur sempre una minaccia...

La musica è intrattenimento, evasione, un salvifico bene rifugio, ma ha pure quella forza capace di rischiarare gli animi e aprirci gli occhi e la mente, magari condividendo un percorso che sia anche di crescita umana, così centralizzante da avere un impatto migliorativo sulle nostre esistenze. Siamo -anche- quello che facciamo, ognuno impegnato a sbarcare il lunario come può, a cercare il nostro posto in quel gran teatro che è la vita. Tante piccole scelte possono fare grandi differenze: un album come questo ribadisce chiaramente l'intero concetto, ancora una volta. Sù la testa!                                                                                 ContRoberto Liuzzi


E ora due parole riguardo lo splendido esordio della band...

CARNE Saremo ancora minaccia (lp/cd 2022

L'Oltraggio records e Poison hearts, con Bari HC, Dischi Rozzi, Distruggi la Bassa/True Believers, Equal Rights, Mastice prods, Porrozine, Rumagna Sgroza e Terapia Intensiva)

E venne l'ora del tanto atteso debutto della creatura tarantina, nata da elementi provenienti da Hobophobic, SFC, Mass Execution e altre note compagini della zona.

Il miglioramento dal bel promo 2019 è esponenziale (quasi interamente ripreso, si confrontino le versioni dei brani), per quanto le direttive di partenza siano rimaste inalterate: quello che è cambiato è l'approccio, diventato più sicuro e armonico, tanto che il carattere dei pezzi ne risulta rafforzato (anche per merito di una registrazione ben calibrata, mirata a catturare l'energia dei live set), fattore che permette di assaporare tutta la forza coesiva sprigionata dai nostri, che esalta l'indubbia qualità della scrittura.

Il tono è franco, la musica si staglia superba tutt'uno con testi schietti e sanguigni che fanno della visione antagonista il proprio punto centrale, riassunti ottimamente in 12 compatti e trascinanti pezzi HC/punk, dalla costruzione tutt'altro che lineare (anche nel registro melodico), pregne come sono di stacchi e variazioni che ben bilanciano vecchi sapori e nuove istanze. La vocazione all'anthem c'è tutta, espressa brillantemente nell'opener che titola il disco, che da subito incendia il racconto dell'album (già vista sottopalco in accompagnamento collettivo), così come si presta l'intensa Divorami, e gravide di rabbia -ma senza pregiudicare una avvincente musicalità- risultano quei classici a nome Freddo, Amore selvaggio e Polvere, la toccante A due passi dal mare, l'invito all'azione di Le parole non bastano e la sveglia che auspica Ti auguro paure, con la fisicità istintiva che fa tirare i pugni in aria come vi ritroverete a fare al cospetto delle più variegate Senza prezzo e infamia, Mentre tutto se ne va e E tu ci sei sempre, espresse con quell'ardore che di sicuro lascia traccia ad ogni ascolto. 

E' un disco corale, nell'accezione completa del termine, che va ben oltre l'aspetto musicale pur partendo da esso: qui si incrocia e fonde la visione della band con le aspettative, la volontà di creare e sostenere percorsi che siano da stimolo e diffusione di quel senso di comunità diy del circondario affine a loro -e a noi- più vicino (a partire dalla Rozza Crew), connesso e riunito attraverso l'onda scompigliatrice HC/punk, nel riprendersi spazi e tempo per crescere e esistere. Più che vessillo da innalzare per dimostrare la propria militanza HC, la testimonianza vissuta di cosa significhi vivere l'HC.

Ad impreziosire il tutto, la notevole cura per i dettagli (vinile colorato, adesivi), dal multicolore artwork di Dartworks al booklet con testi italiano/inglese riportati, ottimamente assemblato da mr. Porro Dario Ursino. Sangue, nervi, sudore, sogni, ferite, delusioni, riscatto... Una esperienza epidermica.

Un'altra bellissima pagina che va ad aggiornare ed infoltire il contingente ionico, ora più forte che mai!

carnehardcore@gmail.com - carnehardcore.bandcamp.com




mercoledì 12 ottobre 2022

NOT MOVING L.T.D. Love beat (lp/cd Area Pirata - 2022)

 


Colpaccio dell'intraprendente Area Pirata, già intestaria di alcune ristampe della banda, che si assicura, dopo il bel comeback Lady wine (7"ep 2019), anche la nuova incisione della storica alleanza piacentina/pisana, che ogni appassionato delle cronache musicali ricorda come punte centrali del nostro attacco underground. La loro mission ha attraversato tutti gli anni '80, solcati alla grande con svariati dischi (per Electric Eye e Spittle), rimasti nella memoria in tutti coloro che hanno avuto la possibilità di ascoltarli e meglio ancora vederli live, fama che ha alimentato il culto negli anni a venire (provate Live in the 80's, originariamente uscito in cd+dvd, ristampato nel 2021 in vinile + dvd scaricabile, via Go Down rec, il resto della discografia la trovate ancora in giro, tramite le ristampe della Audioglobe e Spit/Fire).

Lilith, Tony F., Dome La Muerte, Dany D., Maria Severine = NOT MOVING = Rock'n roll suonato e vissuto. Già si aveva chiara dalla loro immagine che non era una storia fatta solo di suoni, ma una questione più viscerale, sfogata secondo la loro wild attitude (con la lotta di resistenza indiana Usa nel cuore). Uno sporco frullato di punk, garage '60, concessioni surf, rock'n'roll indiavolato, blues dalle oscure cripte che si imparentava con una idea di dark, (neo)psichedelia illegale, sulle stesse frequenze di -coevi- partners in crime d'oltreoceano come Gun Club, tra i primi a maneggiare quell'impasto che riscopriva il roots americano rivoltandolo e dandone il proprio marchio alterato aggiornato dalla lezione punk; la scheletrica, debosciata marcia degli allucinati becchini Cramps e la disperata epica dal fulgore vitale degli X. Gioco pericoloso, specie quando si cerca di proporre la propria versione della diabolica summa, per il rischio di essere sminuiti se non affossati come fotocopie dei suddetti, spesso per il solo fatto di provenire dai margini dell'Impero, noto handicap di partenza (e fonte di ottuso pregiudizio)... Ma qui vien fuori il carattere, la forte personalità e quella sicurezza in se stessi e nelle proprie idee che si riversa nel percorso: così ci siamo accorti che l'amalgama si distingueva da quegli illustri colleghi, collegate vero da un possibile background in comune tradotto in sintesi punk (a cui aggiungiamo pure l'HC, con cui si faranno le ossa sia Dome con i primi C.C.M., che Tony, con i Chelsea Hotel), pacchetto a cui prenderanno l'anima risputandola fuori rivisitata con segno e sguardo incendiario proprio (con il santino degli Stones, quelli più bruti e sgraziati, e la geniale sregolatezza degli Stooges a maledire ulteriormente il tutto).

Una band dalla natura non imbrigliabile, troppo per accattivarsi le simpatie dei piani alti della discografia nazionale, ma non quelle di una affezionata schiera di HC/punx, dark, beat-garage-rockers e tutta la fauna del circondario rock underground che costituiva difatti il loro trasversale pubblico di riferimento, anche in Europa, dove più volte si sono recati a scombinare le serate, bombardando gli intervenuti con tutto il ricco arsenale black & wild in dotazione.

Quello che poteva essere il disco della carriera, Sinnermen, divenne per colpa di qualcuno -con una sconsiderata pratica- quasi una pietra al collo della stessa, pur rimanendo un gran disco. Misteri del più stolto, improvvisato marketing casalingo...Da quel fatidico 1986, proseguiranno per qualche altro disco per poi ammainare la bandiera sulla storia condivisa, dopo l'altrettanto vigoroso album Flash on You, nel 1988 (il bassista Danilo aveva già lasciato). 

Dome lo si troverà sempre in giro a sfornare qualche altro passo con la sigla (sempre con Maria Severine e altri componenti), poi da solo o in compagnia dei suoi scatenati Diggers alternati a DJ set, Rita/Lilith in solitaria e alla guida dei SinnerSaints riparte dalla canzone d'autore dalle tinte più acustiche e fumose degna delle migliori (e più credibili) chanteuses, accompagnata sempre dal coniuge Antonio Bacciocchi, che tra bacchette anche per Link Quartet, Tony Face Big Roll Band, Face records e penna scrivente non è mai stato fermo... potrei continuare ancora per molto, ma Love Beat mi consente di riprendere il discorso al presente, dato il cammino ritrovato in comune a seguito di legami riallacciati nel corso del nuovo millennio, tanto da spingerli a comporre nuovo materiale.

Lo spirito piu' vizioso del rock'n'roll alberga sempre nel redivivo nucleo, anche a 34 anni di distanza ben riconoscibile, come potrete constatare dall'ascolto degli 8 originali piu' la bella cover di Primitive a firma The Groupies, che segnano questo loro fascinoso rientro lungo. Come suona? Meno sconquassi ed impeto ma piu' penetrante la versione 2.0 della band: r'n'r dalla fuliggine blues (con l'immancabile sottoveste garage), scollacciato ma con maggiore grazia nell'esposizione, sottilmente velenoso seppur in maniera diversa (manca la tastiera, all'epoca parte integrante del suono). Suona nostalgico nella misura che rimane fedele alle proprie influenze, ma al contempo immette nel blend le variegate esperienze intercorse da quell'ultra trentennale dì, esemplificata dalla voce di Lilith (sposami!), più baritonale e meno selvaggia, che accresce ulteriormente il suo magnetismo (e che rimane sempre la conturbante creatura che esaltava il suono della band con la sua presenza scenica... e con tutto il punkcharme ancora intatto, come ho avuto modo di saggiare lo scorso luglio alla Limonaia in Sesto Fiorentino, dove hanno offerto una gran prova), Dome sempre sul pezzo a sfoderare il giusto riff o accordo, a punteggiare, rifinire il tutto, e duettare/bissare Lilith e Iride quando occorre, depositario di quel sanguigno credo r'n'r che diventa una faccenda di vita o morte (me lo immagino a strimpellare scolandosi qualcosa con Keith Richards e Andy McCoy, magari ricordando Johnny Thunders), il potente metronomo con anima e feeling, completo nella sua ruvida essenzialita' qual e' il modfather Tony Face (credetemi, è lui il vero rimpiazzo del compianto Charlie Watts), con l'innesto della seconda chitarra -e voce in terza- padroneggiata con cura dalla giovane Iride, gia' con Dome nei Diggers, che apporta l'upgrade di nuova energia ai Not Moving L.T.D.+I (sì, non c'e' il basso).

I quattro si divertono a rolleggiare in lungo ed in largo, attraenti sin dall'iniziale Deep Eyes (handclaps richiesti!) che spiana la strada con quel suo torrido incedere Stonesiano, rimarcata dalla carica della sveltina punk Dirty time e dal battente ritmo di Don't give up con le voci a unirsi, la focosa cavalcata rock Goin' for a ride, al caracollante passo di Love beat, che si insinua strisciante con quel gran refrain che entra con fare suadente in circolo; Rubbish land sa di polverose highways notturne dirette verso il nulla, si suda con Down she goes che si smarca invadendo vibra(n)ti territori '70 ad accendere i piu' rovinosi sensi, sino all'epilogo segnato dalla minacciosa Red Line, che riprendendo gli accordi di Goin'... con sola voce e chitarra, avverte che siamo a fine giro ma non ci dà nemmeno il tempo di assaporarla data la sua durata...breve ma appagante, come un bel bacio di arrivederci.

Il risultato e' stato molto apprezzato in giro, tanto che il disco e' già stato oggetto di ristampa in entrambi i formati, dimostrazione che stima e supporto non sono venuti meno, riuscendo ad andare oltre l'effetto nostalgia, e le prove live magari hanno fatto il resto, conquistando nuovi -altrettanto entusiasti- adepti.

No, non sono tornati per riprendersi quanto era stato loro negato, per mille motivi, nel periodo del loro massimo splendore, il mondo purtroppo non funziona così, specie quando hai sempre avuto poco da spartire con i meccanismi del circo mainstream. Un rientro senza fanfare, che non vuole richiamare i passati anni di gioventu' nè vivacchiare sulla musica, ma concedersi una nuova chance (fosse anche l'ultima), senza aspettarsi nulla in cambio, se non voglia di viverla sta cazzo di vita, alla faccia della saggezza che molti imporrebbero per presunti limiti anagrafici.

Qui ci sono intere esistenze intrise di passione, altro che messa in scena...

Un consiglio: completate l'ascolto con le due biografie Uscito vivo dagli anni ottanta di Tony Face e Dalla parte del torto del Dome. Avrete più chiaro tutto quanto.

www.areapirata.com





mercoledì 20 luglio 2022

Gli ULTIMI Sine Metu (lp/cd Time to Kill/Hellnation rec. 2021)

 


"C'è un tempo per andare dritti giù all'inferno/ c'è un tempo per tornare a saldare il conto... C'è un tempo per pensare di farla finita / c'è un tempo per tentare di riprenderci la vita / Giorni miei/ Sono giorni e giorni, giorni miei...(Giorni, The Gang 1997)

Addentriamoci nel mondo narrato dai 4 punx, ritornati in pista dopo la defezione nel 2019 di Path (che ha dato il via ad un cammino musicale in solitario), rimpiazzato dal nuovo bassista Alessandro Carpani, che debutta direttamente su questo Sine Metu, quinta arrembante prova sulla lunga distanza, confezionata egregiamente dalle super attive Time to kill e Hellnation.

Ho avuto una forte infatuazione per gli Ultimi con l'album Tre volte dieci del 2017, 10 canzoni in 38 minuti una più bella dell'altra, tutto viscere e cuore sullo stesso piano. Un pieno di umanità, con tutti i suoi pregi e difetti. Punk che si intinge, talvolta, nel rock, con inflessioni cantautorali in grado di far breccia anche nei palati più curiosi. La stessa, meravigliosa sorpresa che mi procurò il primo ascolto dei bolognesi Stab, con cui scorgo diverse similitudini: pezzi che si prestano ad essere cantati coralmente a squarciagola, che, replicati in acustico, non perderebbero nulla in termini di intensità e spontaneità, dalle melodie che ti si conficcano in mente, ulteriormente esaltate da parole che mordono la vita e a lungo rimangono impresse, con quell'irruente abbraccio che emanano. Un disco bellissimo, appassionante; uno dei cardini degli anni 10 street punk italiani, nuovamente disponibile tramite la provvidenziale ristampa Hellnation.


E qualche cosa rimane ancora
Quando la vita bombarda a tappeto
Giorni pesanti come giganti
Dovremmo esserci ma siamo distanti
E ce l'ho ancora un verso nel cuore
Per chi ha rubato un po' del mio dolore...

Ma che cosa rimane poi
Delle promesse e gli abbracci tra noi
Se diventiamo come i nostri vecchi
Lavoro amici e pugni allo specchio

Con queste aspettative, l'attesa era tanta da parte del sottoscritto...A giudicare dai nuovi 11 pezzi (più reprise), cosa dire? Bis signori, un altro disco da 10. Rinvigorito lo spessore del suono, merito di una registrazione bella tesa e grintosa, ritorniamo ad immergerci in brani caparbi e come sempre capaci di far scorrere i brividi gia' provati nel recente passato, che andranno ad infoltire la, ormai nutrita, sequela di classici della band.

Sì, la loro ruvidezza romantica dotata di sentimento popolare non lascia indifferenti, nel riconoscersi sulle note dell'audace rivendicazione di Pane e Rose (urlata da Birmingham a Taranto, Ken Loach approverebbe), il guizzo scattante dell'opener Un battito ancora, l'energia HC della trascinante Tutto Sbagliato e Slot machine, la ferma fotografia ricordo di Lanfranco (con una ruggente armonica in evidenza), la briosa carica di Maledetta Domenica e Giovani per sempre, proseguendo con l'emozionante Favole (cercate nel web il simpatico video animato realizzato grazie all'amico Michele Zero Calcare Rech) a fare coppia con il trasporto emotivo di Rimane una canzone (nata acustica ma qui elettrificata, struggente atto d'amore in memoria dell'indimenticato Angelo Sigaro Conti), l'intensa ballata punk Passera', o quel contagioso pezzo in levare titolato La mia Banda, con azzeccata coloritura di piano e hammond (da maestri, sicuro avrebbe fatto la sua figura in Life won't wait dei Rancid), tra reminiscenze Banda Bassotti e Klaxon (ma io ci sento qualcosa, seppur alla lontana, dei più epici Social Distortion), indubbie influenze di partenza per sviluppare un valido discorso in proprio, quale quello ora pienamente in essere.

L'essenza comunitaria della borgata, ma anche quel nudo e crudo microcosmo creato dai legami del vivere punk che diventa a suo modo famiglia di appartenenza, come occhio e riferimento del mondo-sul mondo, ambienti sommersi ma adatti per sviscerarlo nella sua complessità. Piccole storie (da un posto qualunque...) senza tempo ma dal senso universale, imbevute di quella socialita' che diventa humus per il terreno politico, familiare alla band capitolina, che guardandosi dentro trova la forza per sostenere la propria verita', da sbattere in faccia senza rimorsi e senza paura. Sì, perche' si puo' essere sconfitti ma non vinti; una poetica proletaria, quel disappunto che mescola ironia tagliente e amarezza, ma con una arrogante vitalita' liberatrice infusa anche dallo sbeffeggiamento stesso della disperazione (una sorta di disperata gioia, a ridare speranza e reclamare a gran voce la voglia di esserci, nonostante tutto), che paradossalmente ti risolleva quando gira tutto storto, tanto da sentire mancare la terra sotto i piedi.


Ma tu lo sai, che chi lotta non muore mai
e quando i nostri eroi se ne vanno, tocca a noi
Rimangono parole, più forti del dolore (Rimane una canzone)

Non una prova di ribellione giovanilistica, ma una decisa posizione che ancora fa sbattere i pugni, nel ribadire che siamo sempre quelli (dalla parte degli ultimi...perdonate il gioco di parole) che da 15 anni dicono-pensano-fanno, attivano il proprio no! davanti ad un mondo individualista in caduta libera, che oscilla sempre più tra il troppo e il niente. a cozzare con la loro visione che fa proprio dello stare con gli altri, del correre in mezzo alla vita la sua prerogativa.

Un disco, ancora una volta, musicalmente straripante, commovente nella sua sincerità da outsider, che si candida sin d'ora tra i capolavori italiani street-punk dell'attuale decade. 

Un suono che è fero ma anche piuma: da infatuazione ad amore vero e proprio. Gli Ultimi, inguaribili romantici.


Soli col mondo a puntarci alla gola, non una lacrima mai...
Sei tutto sbagliato, ma non cambierai
sei tutto sbagliato, ma non cambi mai!


www.timetokill-records.com
Hellnation (facebook)
Gli Ultimi (bandcamp)