domenica 24 dicembre 2023

IGNITE Ignite (lp/cd 2022 Century Media)

 


Quando nessuno se l'aspettava più, riemergono dal letargo (studio) i prodi californiani. Nessuno scioglimento, anche se avevamo temuto proprio il contrario: un disco ogni 6 anni potrebbe far cadere nel dimenticatoio innumerevoli nomi (pure avendo dietro un colosso come Century Media), ma la band ci ha abituati alle loro consuete scadenze, considerato che già tra A place called home e il successivo Our darkest days ne erano trascorsi altrettanti, e ben 10 dalla ultima bella botta War Against You del 2016 (giusto inframmezzata solo dal dvd/cd Our Darkest Days live del 2012), che li rimetteva in pista come se il tempo si fosse fermato.

E proprio da quello si riparte con questa nuova sfornata, dal tipico sound arrembante dotato di grinta e credibilità, non poco per un gruppo che calca la scena da 30 anni, per quanto degli originali sia rimasto solo il fido bassista Brett Rasmussen. Sì, perchè il frontman Zoli Teglas, colui che caratterizzava la band con la sua coinvolgente presenza e voce sin -quasi- dalla nascita, con quel suo riconoscibile cantato dal timbro potente ed esteso anche su alte tonalità (qualcosa tra Dexter Holland e Pat Dubar, addizionata di pathos e personale interpretazione), peculiarità che ha contribuito a far appassionare tanti alla band, ha lasciato nel 2020.

Orange County, 1993: in quel terreno fertile nasce la band, il cui core si fonda su ex membri di Unity e giro Uniform Choice, campioni di un certo tipo di hc corroborante, dove la sintesi energia-cervello-positive vibes trovava pronta compiutezza. Le premesse erano delle migliori, infatti la formula viene rinnovata al meglio, associandovi un sentito impegno sociale già avvertibile dai testi, confermato dal supporto concreto sul campo ad associazioni ambientaliste e animaliste. Uno dei punti fondamentali per capire a fondo la band e la sua visione entrando nel giusto spirito e' soffermarsi proprio sui testi, che diventano reale valore aggiunto, antenne sensibili dal pesante investimento emotivo, che colgono nel segno anche questa volta.

Già la copertina mette in chiaro, nella sua semplicità, l'intento dei 5: una loro foto in azione che diventa una forte affermazione di identità, per ripartire con quella convinta fierezza che mai hanno nascosto.

Nonostante l'abbandono del Teglas, il suo sostituto Eli Santana (chitarrista negli Holy Grail) si fa ben apprezzare guidando le sfrenate danze HC proposte in IGNITE, con l'ottima produzione di Cameron Webb (Motorhead, Social Distortion), membro aggiunto vista la presenza dietro al banco mixer dal 2000, che ispessisce -ma meno che nel recente passato- il corpo del loro grintoso HC dal nerbo positive old school, modulato con maestria tramite efficaci melodie che lo rendono sempre interessante. 

Sin dall'opener Anti-complicity anthem veniamo travolti da un'ondata che certo non bissa l'indimenticabile incipit che aveva Our Darkest... (Intro + Bleeding, un must nell'ambito in assoluto, per uno dei migliori dischi HC del nuovo millennio) ma irradia una potente carica che si fa epica, replicata dal selvaggio rinforzo di This Day (patrimonio da ipotetico best of), ma anche le secche sgroppate offerte in On the ropes e State of Wisconsin e l'avvertimento di The house of Burning tengono alto il livello, riuscendo ad incidere anche quando rallentano, dal teso groove di Enemy o assumendo sfumature malinconiche come nella sofferta Let the beggars beg (una gemma da ricordare), per un album che una volta assimilato potrebbe monopolizzare i vostri ascolti, a forza di cantarne gli irresistibili cori magari sotto palco con l'indice puntato al cielo (li ricordo bene nel luglio 2006 al Forte Prenestino!), intesa che proprio in ambito live viene esaltata alla perfezione (gente che, ad eccezione del nuovo chit. Nik Hill, suona assieme da oltre 20 anni). 

11 istantanee (nella versione digipack, con la valida bonus After the flood) che fotografano un mondo difficile, ma senza sentirsi atterriti dinnanzi a cotanto lavoro da svolgere, da intendere come una infuocata marcia costruttiva e di speranza per il prossimo, che si fa veleno verso chi non lo rispetta, approdo inevitabile quando si ha dovuta coscienza della realtà. Potreste obiettare che sa di sentito milioni di volte, che la proposta è cristallizzata da non aggiungere alcuna innovazione, possibile (ma ci interessa in definitiva?), ma la capacità di rendere sempre trascinante ogni sortita senza mai perdere credibilità dimostra la loro bravura, tanto che l'innata -e riconosciuta- carica empatica contagia e si riversa su chi incrocerà la loro strada. Energia -ecologica- da vendere, altro che Enel. A positive rage! 



Dedicato alla memoria del grande amico Jon Bunch (1970-2016), indimenticata voce dei Sense Field e altri.

martedì 19 dicembre 2023

JESSE MALIN

Riesumo un mio report del concerto tenuto da Jesse e ciurma un decennio addietro. Per chi non lo conoscesse, sto parlando di un'istituzione a pieno titolo nell'ambito musicale della sua amatissima NYC (vedasi quanti brani del suo repertorio dedica alla città), decretata da 40 anni di attività: svezzato -appena dodicenne!- negli Heart Attack al basso e voce (guardatelo nel dvd American Hardcore), poi voce nei glam-punx D Generation, grandissimo fan di Clash e Bad Brains (tanto da collaborare, via penna, alla ristampa del catalogo lp dei rastafariani), roadie per glorie locali come i False Prophets, proprietario e gestore del Niagara Club, sodale di Ryan Adams nei The Finger…Un musicista che ama circondarsi di amici, fare jam sessions e duettare con tutti (da Green Day, Lucinda Williams, Alejandro Escovedo a Tommy Stinson, che si è portato in tour qui in Europa a febb/marzo 2023 per il ventennale del solo-debut The Fine art of self destruction, passando per il padrino Springsteen).

Improvvisamente nel maggio scorso il nostro, classe 1968, è stato vittima di un ictus spinale, che gli ha procurato una paralisi dal bacino in giù, situazione che permane ancora nel momento in cui scrivo. Questo vuole essere il mio augurio di buona guarigione, per una persona che ritengo, visto le tante affinità, uno spirito fraterno. Se la musica fa bene a chi la fa ed a chi la ascolta, mi sento in dovere di ringraziarlo per tutti questi anni di piena dedizione alla causa. Forza Jesse!!!

Per contribuire a sostenere le spese mediche visitate il sito Sweet relief Musicians fund: www.sweetrelief.org

JESSE MALIN & ST.MARKS SOCIAL – Teatro Comunale – Dozza (BO) sab. 2/4/2011

Seconda tappa delle 8 previste del tour INVASIONE D’ITALIA (1-9 aprile, organizzato dalla Roots Music Club booking, in esclusiva europea!) per Jesse “P.M.A” Malin ed i suoi ultimi soci, i St. Marks Social (con il veterano Todd “Style” Youth alla chitarra), nella suggestiva cornice del minuscolo Teatro Comunale della incantevole Dozza, entroterra felsineo che decido di visitare per l'esibizione dei nostri (si era parlato pure di un data fiorentina al Glue, proposta ma non realizzata). Apre il cantautore toscano Cesare Carugi, acustica in spalla e voce in solitario, infatuato irrimediabilmente dalla terra americana, tra suoni (riecheggianti il N. Young più rilassato) ed immaginario testuale, che propone pezzi dal suo ep autoprodotto 6 tx Open 24 hours. Il compito era quello di scaldare gli astanti in attesa, ed il nostro ce l’ha messa tutta, confidenziale quel tanto da sembrare una esibizione in famiglia.

Platea che si entusiasma alle 22 quando inizia a ruggire il de-generato figlio della NYC punk. Jesse arriva armato di chitarra, che brandisce orgoglioso, tanto quanto i degni compari che lo accompagnano, nei 20 pezzi snocciolati pescati dai suoi 4 studio lp (ai quali vanno aggiunti, per completezza di discografia, l’album di covers ed un live cd), con prevalenza dall’ultimo riuscito Love it to life (SideOneDummyRecords). 


Un concerto semplicemente r’n’r, sudato a dovere per tutta la sua ora e passa di durata, come ben si conviene a chi ha fatto di quello stile la sua ragione di vita, senza rimpianti e con tante soddisfazioni… così è, se si riesce a dare importanza anche alle più piccole, talvolta decisive, emozioni. Genuina espressione stradaiola, tra dolcezze acustiche ricche di pathos ed elettriche folate di energia: dalle recenti Burning the Bowery, All the way from Moscow e Black Boombox, alle più vecchie Brooklyn, Cigarettes and violets, Wendy, Mona Lisa, Almost Grown passando per In the modern world e Broken Radio (il suo pezzo più noto, grazie al duetto con the Boss Springsteen), senza dimenticare la Bastards of Young dei Replacements (suo pallino dichiarato ed ispirazione, nemmeno così segreta) in versione piano e voce, nella medesima forma apparsa sul precedente platter, l’ottimo Glitter in the Gutter. Una buona panoramica offerta su quanto compone il suo percorso musicale sino ad oggi, peccato solo per qualche omissione, tipo il singolo Don't let them take you down (Beautiful day!)...ce ne faremo una ragione. 


Il centinaio di presenti (pressochè quarantenni) ha reso sold out la data, partecipando e sostenendo la band, che ha ricambiato con un lungo bis, chiudendo sulle travolgenti note della Lennoniana Instant Karma e con il colpo di testa del nostro loquace menestrello, il quale ad un certo punto ha deciso di arrampicarsi sul banco del merchandising e girare la stanza montando sulle sedie dei convenuti (che lo aiuteranno nello sbrogliamento del cavo microfono)…Che dire, impeto e feeling a braccetto, una conferma per il sottoscritto, che ha giudicato il citato Love it to life uno dei dischi preferiti dello scorso 2010 (primo appunto con la nuova backing band, che nulla aggiunge all’economia del Malin sound che non sia già conosciuto, se non un’accentuata, graffiante vena r’n’r), bissando quel Glitter...che lo era stato ai tempi della sua uscita nel 2007. L’update della tradizione cantautorale rock americana, attivata negli ’80, continua a passare attraverso la lezione punk, a rinvigorirla e svecchiarla anche dalla naftalina mainstream…e Jesse Malin ne è parte interessata ed interessante. Di una cosa sono tutti concordi: suona sempre ONESTO. Music makes the world a better place: long live r’n’r


In memoria di Todd "Youth" Schofield (1971-2018)




lunedì 17 luglio 2023

Dischi da rivalutare: T.S.O.L. Disappear – 2001 (cd Nitro)

 


In attesa della imminente calata che li vedrà protagonisti il 28 luglio nella serata d'apertura del bellissimo Distruggi la Bassa fest, voglio parlarvi del loro comeback album in apertura di millennio, ancora a fuoco dopo quasi un quarto di secolo

We generate monsters, we generate victims, we generate islands adrift in a system”

Già questo stralcio di testo da Terrible people basterebbe a definire l'attitudine dell'acronimo più iconico in ambito punk/HC: True Sounds Of Liberty

Ma permettetemi un velocissimo passo indietro, prima di proseguire. Nel 2004 assieme all'amico Enrico SFC ho condotto per una intera stagione il programma Frequenze Liberate (Liberation frequency dei Refused vi dice qualcosa?), grazie all'intercessione di un comune amico tarantino (grande Tanino!) che ci fece approdare a Nova Radio a Firenze. Imbattendomi nell'archivio cd dell'emittente, scopro per puro caso Disappear: mi servivano alcuni pezzi per chiudere la puntata, dato che avanzava minutaggio utile. Lo ascolto mentre lo mando in diretta mettendo primo e ultimo pezzo del cd, pescati a caso: effetto bomba! Rimango stupito dall'esuberanza che emanano i due pezzi, al punto che chiedo di portarlo a casa. Il responsabile dell'archivio mi dice che probabilmente mai era stato passato quindi ben contento di regalarlo a chi poteva apprezzarlo! Anche oggi, a distanza di anni, continuo ad ascoltarlo, e mi ripaga con le stesse sensazioni della prima volta, tanto da parlarne a chi avrà la pazienza di leggere quanto sotto.

I T.S.O.L nascono dall'idea del chitarrista Ron Emory ed il bassista Mike Roche nel 1978, ai quali si uniranno il cantante Jack Grisham e ed il batterista Todd Barnes degli appena discolti Vicious Circle a fine 1979. Da subito l'intesa funzionerà, producendo prima l'esordio omonimo 12"ep T.S.O.L (Posh Boy), selvaggio esempio del brusco carattere e liriche incitanti all'azione -di stampo politico, aderenti a posizioni anarchiche- con un sound all'altezza davvero incendiario (impossibile non esaltarsi con Superficial Love, Properthy is theft, oppure la splendida accoppiata Abolish Government/Silent majority, riprese anche dagli Slayer sul loro ottimo cover-album Undisputed Attitude, che riaccenderà interesse verso l'operato dei nostri), e quel caposaldo del punk/HC -che si è fatto- più scuro (o per molti, il nascente deathrock) che risponde al nome DANCE WITH ME su Frontier. Non dico niente di nuovo affermando che trattasi di una turbolenta doppietta che farà storia, marchiando indelebilmente la scena americana inserendo la band nel gotha degli irrinunciabili nel panorama assoluto di riferimento. 

Tuttora Dance with me gode di un rispetto assoluto da parte di ogni buon amante del più irruente punk/HC che incorpora forti suggestioni gothic, 11 nere gemme dall'avvincente sguardo morboso, imbevute di pericolosa decadenza (ma senza il disperato spleen dei coevi Christian Death): dalla grinta di Sounds of Laughter alle perversa Silent Scream, scabrosi testi horror come nella famigerata Code Blue (più per provocazione che per immersione nel mood della corrente dark, cerone e eyeliner inclusi) o la rabbia di I'm tired of Life, sino alla resa senza speranza della title-track, senza dimenticare una presenza sul palco di quelle significative (risse all'ordine del giorno, con Grisham a sedarle forte della sua mole simil armadio e impavida avventatezza pronto allo scontro, anche quando si presentava indossando una gonna). Pure l'altro capolavoro -sempre su Frontier- dal titolo Only Theatre of Pain, che segna l'esordio dei blasfemi Christian Death avverrà pochi mesi dopo e sempre nei medesimi dintorni (qui ancora con un suono debitore di innegabili radici punk: non a caso alla chitarra troviamo l'ottimo Rikk Agnew, già di fama Adolescents), a conferma che il goth attecchisce bene in California, in compagnia di Super Heroines & 45 Grave (seguiti poi da Burning Image, Pompeii 99, Psi-com giusto per citarne alcuni), adepti che proprio sotto il sole troveranno gole pronte per i loro aguzzi denti.

Dopo aver siglato un accordo con la Alternative Tentacles nel 1982, seguirà il nuovo 7"ep WEATHERED STATUES (con la notevole Man and Machine) e a ruota l'lp BENEATH THE SHADOWS, che si comporteranno altrettanto bene. L'album smorza un pò il tiro tipicamente punk aumentando il tasso oscuro del suono (ma stavolta in senso più psichedelico, dai rimandi Doorsiani), ma quello che perde in irruenza si cerca di compensare in una costruzione dei brani più ambiziosa (non sempre indovinata), arrangiamenti più curati (con inserimento in pianta stabile di piano e tastiere) e slancio rock -quando wave-, come possiamo sentire già dall'opener Soft Focus, nel fascino della strumentale Glass Streets, o nelle più ritmate ed ottime The other side e Wash away. A modo loro, a tratti persino eleganti. 

Dopo l'abbandono del Grisham (la cui particolarità sta anche nel fatto di cambiare nome su ogni disco: Delonge, Greggors, Ladoga, Delauge, Alex Morgon) e del batterista nel 1983 (i quali riappariranno sotto il nome Tender Fury, con alcuni album all'attivo), si avranno altri titoli, allontanandoli però da quanto in tanti avevano amato. 

Ad un certo punto si troveranno due band dal nome T.S.O.L, situazione che scatenò l'inevitabile disputa legale il cui risultato inibirà per un periodo proprio i fondatori dall'uso della sigla, a vantaggio del nuovo cantante Joe Wood (subentrato dall'album del 1984 Change today?, in forza fino agli anni 90, ex cognato proprio di Grisham!), che porterà la band progressivamente verso lidi hard/street r'n'r, perlopiù noti in questa fase quando i Guns n' Roses li citeranno come una delle loro influenze, portandoseli pure in tour. Difatti, se prendete il live album del 1991 uscito per la Triple X, noterete che fu pubblicato con i nomi dei quattro originari componenti, in virtù proprio di quanto detto sopra...per inciso, un disco che funge da greatest hits live, compendio delle epocali creazioni del biennio 81-82.

Comunque, ripresi i diritti della sigla e con 3/4 degli originali (ad eccezione del compianto batterista T. Barnes, deceduto nel 1999, rimpiazzato da Jay O'Brien) riappaiono sulle scene nel 2001, prima con il bel 7" Anticop/White American e poi con questo graffiante DISAPPEAR per la Nitro, etichetta nata nel 1994 (inizialmente solo per pubblicare i Guttermouth) per volere di Dexter Holland, voce degli Offspring, loro dichiarato fan e maggiore sponsor (deciso ad investire una parte della montagna di soldi piovuta dopo il successo planetario della sua band, in una attività parallela in linea col suo primm'ammore), che ce li rende belli scattanti ed in forma. 

A cominciare dalla copertina da B movie, tesa a richiamare in parte quella di Dance..., come a voler suggellare una connessione con lo spirito degli albori (facendo un salto temporale, oso dicendo che questo poteva essere il naturale seguito di quel fantastico lp), si susseguono 12 pezzi che sembrano concepiti negli ’80, ma evitano di suonare datati; diciamo attuali seppur con una registrazione d'antan, per mano del loro storico producer Thom Wilson, con chitarre focose e il recupero di quella sporcizia primigenia, con un cantato talvolta enfatico, al limite della teatralità, pochi orpelli e pezzi brevi dritti al punto per una viscerale mezzora che viene fuori di getto. Passato e presente che si incontrano, mescolano e fecondano a vicenda (con qualche inevitabile autocitazione sparsa) portando ad un risultato da assaporare tutto d'un fiato, che sembra fatto per riconquistare l'intesa tra loro, più che per accontentare i fans (anche se un pensierino alla possibile diffusione su larga scala l'avranno pure fatto, ma dubito potessero piacere agli amanti del neo-punk in voga al tempo).

Meno macabro e più agile (pure nei testi, dai risvolti talvolta amari), dalla sfacciata Sodomy al feroce sarcasmo della sinistra Terrible People, tra una notevole tirata hardcore (In my Head), l'invettiva di AntiCop, una Renounce che ti acchiappa e non ti lascia più (beachpunk a mille!), continuando con la devastata ode di Pyro o il ruggito di Automatic, le più esili Socialite (con una bella tromba finale) e Paranoid invece risentono dell’esperienza più melodica del cantante e chitarrista nei Joykiller (messi su nel 1995 con ex Vandals e Gun Club, con 4 album in score), sino alla scatenata Disappear, che con tutta la sua irresistibile veemenza chiude al meglio un disco che si dimostra convincente e genuinamente passionale. Non paragonabili ai loro terremotanti inizi, per impatto e rilevanza, anche perchè mutato a 360° tutto il contesto (all'epoca i suoni HC punk erano ancora farina freschissima da setacciare) ma la dignità qui è salva, tanto da ravvivarne al meglio la leggenda.

Nel 2003 ci sarà pure un nuovo album di inediti sempre su Nitro, DIVIDED WE STAND, che vi consiglio per un'eventuale acquisto congiunto, fornendo una bella fotografia dei T.S.O.L. fase 3, che tra una reunion e l'altra pubblicheranno anche altri dischi (l'ultimo studio è THE TRIGGER COMPLEX del 2017 su Rise), ma rimanendo perlopiù attivi in versione live. Occasione che si presenterà ormai a giorni, qui da noi per alcune date del loro euro-tour, così da poter saggiare la tenuta di questi indomiti sessantenni. Buon live a tutti!




mercoledì 19 aprile 2023

SUBURBAN NOISE Somewhere between now and forever (lp 2022 Overdrive, Shove, Waterslide)

 


Il 2022 ci ha riservato last minute un inaspettato regalo, ad accrescere la buona annata targata Apulian punk/HC. Stavolta protagonista il redivivo trio emo-core per eccellenza emerso in regione, pugliesi di nascita ma relocated per 2/3 nello stivale da oltre 20 anni, anche se quando si cita la sigla si torna indietro alla seconda metà dei '90, quindi residenza LE. Trovata la quadra logistica, la fattibilità é venuta da sé, seppur a puntate tra 2019 e 2021, faticosi buchi di tempo tenacemente ritagliati che hanno concretizzato il progetto lp che ho tra le mani, reso possibile dalla Overdrive con la collaborazione di Shove e della nipponica Waterslide, presentato ufficialmente live il 29 dicembre scorso in uno splendido concerto rimpatriata a Taranto con i Carne e gli Arsenico. 

E così belli in forma si ripresentano con immutata dedizione alla cronache musicali, anche se due brani qui presenti erano stati editati nel frattempo in un singolo digitale, che mi esaltarono al punto da stalkerizzarli nei mesi a venire. Sì, la colpa di quei brani é stata quella di offrire la perfetta sintesi -affinata- del loro suono: più core in Our simple song e più pop in Ora/Qui, macinati a nastro da chi scrive. Di seguito riporto la recensione che pubblicai su Nikil webzine (agosto 2020):

"Semplicemente una storia umana, fatta di passione, amicizia e altruismo. Questi sono e rimangono i Suburban Noise, terzetto salentino che inaspettatamente, a distanza siderale dall'ultima release in attività (lo split 7” con i concittadini Room 104, estate 2000, anche se l'ultima reale in ordine cronologico è stato il cd El sonido del Suburbio, che riuniva il 7” Sunward, lo split citato ed il mcd Here comes the Sun più bonus live, per la giapponese SP rec nel 2009), tornano a farsi vivi a novembre 2019 con il singolo liquido Here/Now, con l'aiuto della Loyal to Your dreams.

L'idea che sta alla base del disco è venuta spontanea come forma di incoraggiamento e supporto ad un amico comune in difficoltà, Marco Morosini, bassista e seconda voce di Eversor / Miles Apart, autentiche leggende dell'underground nostrano d'esportazione emo-core e confini indie-rock (nonché componente del progetto Sender, e i più recenti Mannaia), che da fine giugno 2019 sta affrontando (e vincendo!) una seria problematica di salute. Ritrovatisi, anche se vivono in tre zone diverse dello stivale, con tutto ciò che ne consegue tra tempo mancante, incastri e logistica, hanno composto di getto questi pezzi, a ricordarci che il fuoco della passione per Luca, Luigi e Stefano non si è mai spento.

Le coordinate sono sempre quelle: HC melodico con una morbida vena emo-pop di sottofondo, suonato con una esaltante foga, memore degli insegnamenti impartiti da Samiam, Lifetime, Sensefield, e appunto, Eversor/Miles, cioè quelle band che dietro un'apparente semplicità di scrittura hanno sempre celato una profondità sentimentale, dote che ha fatto sì rimanessero nel cuore di tanti appassionati sparsi per il globo. E loro si aggiungono alla lista per il sottoscritto, a conferma di quella scintilla che me li ha fatti amare sin dal primo momento (e parlo di ben 23 anni fa, quando ascoltai il secondo demo-poi vinile Sunward).

La registrazione avvenuta in casa SudEStudio è sinonimo di affidabilità (il cui titolare e factotum è proprio il bassista Stefano Manca), a dare quel tocco in più all'insieme: una voce dalla timbrica pulita -ancora magicamente teen!-, una chitarra più sporca che distorta e una scoppiettante, energetica sezione ritmica tessono le due tracce presenti, animate da una -intatta!- grazia melodica, mai piaciona né ruffiana, corredate da testi struggenti, dall'imprinting emozionale, dove l'incontro tra sensibilità e umanità genera un fiume di significative sensazioni...E, credetemi, specie in questo disco, non sono parole di circostanza.

Our simple song è un pezzo veloce decisamente avvincente (la loro vetta assoluta?), che ama la dolcezza senza trascurare l'impatto, una grower song dall'agile sviluppo e dall'intensità parimenti crescente, con quel sing-along finale che potrebbe durare all'infinito senza stancare, e la più pacata elettroacustica Ora Qui, cantata in italiano che, se proprio vogliamo trovare riferimenti, si aggira dalle parti di certi Farside/Solea, a trasmettere altre good vibrations. Due pezzi che si collocano tra i migliori episodi della loro discografia: una festa ascoltarli! 

Come ben sappiamo, una melodia indovinata, un riff, un testo ispirato, una canzone che tocca le giuste corde emotive personali (qualsiasi esse siano) sono in grado di rimetterti in sesto, facendo vivere ed affrontare meglio la quotidianità...Forza Marco!

Un instant record che vi invito caldamente a scoprire: cogli l'attimo, qui ed ora!"


Aggiungiamo a questi due assi, altri 6 a comporre l'album: A poem's line e Inside Out rievocano e riattualizzano la parabola dei migliori Starmarket, con quel feeling che scava e trasporta in un luogo di benessere, replicata dal sommesso respiro di A new day in odore degli amati (primi) Sensefield, quando Aaron si concentra su una linearità di gioco che va e viene con una circolare melodia (con tocchi di piano nella prima parte a puntellare il tratteggio melodico), con i brevi acustici Flying a kite (strumentale) e Lontana la riva ad accompagnarci per mano alla fine dei rispettivi lati del vinile (no cd). Un pieno di carica vitale dispensata in 25 minuti, senza giri a vuoto e teneramente semplici così come traspare dall'artwork adottato e dal booklet, suggestive polaroid di passato-presente-futuro in linea col sobrio carattere dei tre.

8 caldi brani dal vivace romanticismo, che sarà pure fuori stagione ma che continua ad intrigare, rimandando a quel tempo in cui la corrente emo-core da culto cominciava ad affacciarsi come credibile realtà (non ancora intaccata da fama/fame delle classifiche e preso per il culo tra moda e tronfie macchiette, come accadrà sovente nel nuovo millennio, quando perderà progressivamente, con l'incremento del comparto pop, quasi del tutto l'originaria declinazione attitudinale), interessando gusti ed ascolti di molti, rapiti dalla parte più malinconica e introspettiva del suono HC.

Immergetevi in questo viaggio fatto di riflessioni esistenziali open to life, ricordi e/o domande che siano, elementi che nel loro continuo interagire danno un senso a quella fragile costruzione mobile che é l'uomo pensante, con un suono adatto a sorreggerne la sostanza; come sfogliare un diario personale in cui rivedersi, quei piccoli piaceri senza pretese, ma in grado di sopravvivere profondamente al tempo che trascorre.

suburbannoise.bandcamp.com
over-drive.it
watersliderecords.bandcamp.com
shoverec.bandcamp.com




domenica 25 dicembre 2022

STRAIGHT OPPOSITION Path of separation (cd 2022 Time to Kill)

 


Fedeli al motto Educate your mind, tornano gli indomiti abruzzesi che si ri-lanciano a capofitto nell'impresa grazie alla Time to Kill, marchio del ritorno ad un lustro dal precedente The Fury from the Coast. Li accompagna sempre quell'aspra vena specchio del loro essere, offrendo una visione d'insieme che tra testi e musica ingaggiano un massiccio corpo a corpo nelle 13 veloci e compatte fiondate, devote all'old school metallizzato made in NY sull'asse dei più violenti Agnostic Front / Sick of it All / Madball (con qualche azzeccata incursione fuori area, come vedremo), infilando però quel sentire proprio che li smarca dalla ripetizione schematica.

L'incedere furente e cupo rappresenta la caratteristica comune dell'album: si attacca subito con l'assalto all'arma bianca della doppietta Outsider by choice / July 019; si picchia duro con Workstation-Dead box, proseguendo nella mattanza di The next revolution e Delusion of Omnipotence (dal sofferto passo), puntate col sangue agli occhi come in (She's still) Pro choice, Persona (a cui presta voce Davide Shores of Null/Zippo), The secrets of your militance e l'inno No age to xclaim!, mentre si cambia marcia con l'atipica Path of separation, che non è fuorviante dire rifarsi alla scuola alternative/noise 90's (seppur corrosa dal sentimento HC), come si rasenta il death metal nella tumultuosa From the cradle to the grave, con le presenze di Christian Montagna (The Old Blood), Fiore (Fulci) e T.t.K. mastermind Enrico Giannone, sino alla poderosa cadenza della conclusiva No Father's flag.

Sporadici gli appoggi melodici (più che altro vocali, qua e là), break gonfia tensione e ripartenza a iosa, dall'attitudine protesa a mostrare gli acuminati artigli con un notevole impatto frontale, senza che questo mortifichi la fresca scorrevolezza, talvolta latitante in un filone come quello in cui operano. 

Ivan con la sua voce a perdifiato -pura lana vetro- ma intellegibile, chitarra a sferragliare con impeto e sezione ritmica a muraglia precisa nel dare la giusta rapi(dissim)a spinta ai pezzi, stipati in 29 implacabili minuti da ascoltare senza moderazione. 

Un disco intelligente e passionale, coerente con la loro storia, questo della compagine pescarese, che continua a dare tutto negli infuocati live set, rimettendoli back on the map nell'attuale panorama HC, aumentando se possibile il peso specifico direttamente sul campo, italiano ed europeo.

Non è affatto la visione degli incattiviti dalla vita, ma al contrario, prerogativa di chi ritiene centrale l'umanità senza sconti nè demeriti, che si pone l'obiettivo di concretizzare la logica del passo avanti in termini di rapporti, personali e sociali (anche a costo di di scontentare il vicinato), inequivocabili nel proprio serrato punto di vista, che diventa rivendicazione politica. Questo è l'HC, prendere o lasciare, intrepida filosofia pratica che da sempre anima i nostri. I see red: no age to xclaim! E con un monicker del genere, vi aspettavate altro?


straightopposition.bandcamp.com



sabato 24 dicembre 2022

INGANNO Vite a meta' (cd 2022)

 


E' decisamente un buon momento per l'HC/punk pugliese, già dimostrato con i dischi del 2021 a firma SFC e Sud Disorder, confermato in questo 2022 con i baresi Antidigos, gli A.M.P. e due nuovi esordi, targati Carne e questo che vado a presentarvi siglato dagli INGANNO, in piedi dal 2014, i quali dopo una infinita gestazione finalmente rilasciano il loro primogenito lungo, con l'aiuto di diverse realtà del nostro underground diy (L'Oltraggio/Dischi Rozzi/Equal Rights Forlì/Peretta-core/Disastro/DIY Conspiracy Bari HC/Freak ink Bari/Poison Hearts).

I quattro mettono in moto un solido subbuglio di note e accordi che smuove a dovere fornendo il giusto propellente alle liriche proposte, dove si incrociano speranze e delusioni, irriverenza, rabbia e sentimento altruista, che solo chi ha abbracciato la vita dalla prospettiva abituata ad entrare negli argomenti affrontati, riconosce come basilari per dare l'innesco allo slancio libertario quale è Vite a metà.

13 concisi brani di aggressivo HC/punk alla ionica, che non disdegna talvolta vibrazioni più emotive (ma non emo, ok?), con grinta e sicurezza adeguata, memore di tanti anni di ascolti e applicazione diretta. E' un continuo sputar fuori tutto il veleno accumulato prima che affoghi irreparabilmente i sogni, proprio quei sogni che ci hanno tenuto vivi e coscienti, facendoci capire che un'altra vita era, é possibile. E proprio guardando in faccia la realtà con quell'acume che diventa -anche- necessità, rimarcano la propria identità anticonformista sin dalla posizione tranchant che introduce l'album, a servire lo scatto d'ira de Il mio tempo, come ci si dimena con Il mostro, Circondato, e nelle agitate acque di altri ordigni ben congeniati quali Sospeso e la movimentata title-track.

A immagine e somiglianza impreziosita dalla scatenata voce di Federica (dei LUDD) è il pezzo immersivo del disco (che gira a ripetizione nel mio lettore da un pò), una gran tirata con quella profonda melodia ed un sapiente dosaggio degli elementi da farne un pezzo da ricordare, così come la feroce disamina di Ritrovarsi, confessione di chi non vuole arrendersi anche quando sembra non ci siano speranze, o la riflessione collerica di 2020, che si fa disperatamente viva nell'outro finale. Le rappate-core (con l'ottimo intervento del duo hip hop RAK SHAZA) L'inganno dei Sensi e la cangiante Un salto nel vuoto invece diversificano le dinamiche esaltando nella costruzione la vena più dura dei nostri, che la potente registrazione lavorata dal chitarrista Diego nel suo HC Lab studio centra egregiamente, in una maniera che, dritto per dritto, porta a casa pallone e risultato.

Un autentico turbinio insurrezionale HC, questo urla il disco, a rinnovare quel patto di fiducia con chi si pone sulle stesse, irregolari frequenze. Provare a forzare, se non rompere, gli argini che tarlano la vita, per viverla appieno. Come diceva la Crime Gang Bang nel 1988: Noi resteremo la vostra cattiva coscienza


inganno.bandcamp.com

martedì 6 dicembre 2022

CARNE Saremo ancora minaccia (lp/cd 2022)

 


Lo scritto che trovate di seguito doveva essere allegato alle copie del lp/cd in questione, omesso poi purtroppo per problemi di spazio. In accordo con la band, eccolo qui come intro alla recensione.

Questi anni...Dentro di noi (marzo 2021)

Conosco Luca da oltre 25 anni, tra noi c'è una stima reciproca che va ben oltre il piano musicale, abbracciando sicuramente gusti e amicizie in comune, una certa attitudine condivisa e sbattimenti sul campo (anche minato, come può succedere talvolta al Sud...), sempre votati a tenere viva la fiamma che alimenta ciò che entrambi continuiamo a definire, ostinatamente, scena HC. In pieno lockdown 2020, parlando proprio di questo, mi chiese di intervenire con una riflessione a tema sul pensiero/azione antagonista ai giorni nostri -alla luce del mio bazzicare nel circuito da oltre 30 anni-, gentile invito prontamente raccolto e rinnovato con la partecipazione alla cospirazione d.i.y. che ha permesso l'uscita del vinile/cd che avete sottomano, a firma CARNE. Con l'augurio che queste parole siano da sprono più che un lungo amarcord.

Allora, ragionandoci oggi, con i macro cambiamenti di impostazioni del quotidiano sospeso che ci sono stati (col blocco, si spera passeggero, di situazioni e concerti, fiere, happening e socialità al bando) e che si preannuncia per diversi altri mesi, e non sapendo ove ci condurrà, ci siamo ritrovati a dire A che punto siamo?, se non proprio Abbiamo vinto oppure abbiamo perso? Senza stilare bilanci, mi sento di affermare che abbiamo vissuto ciò in cui credevamo, credo e faccio ancora oggi. E se tante cose non sono andate come volevamo, altre magari ce le siamo fatte a modo nostro provando a costruire IL nostro mondo, il proprio universo ideale (più da mutuo soccorso, se mi passate il termine) singolarmente e in comune, nel contesto lavorativo, nella propria intimità famigliare, in quell'impianto connettivo che definiamo società, incoraggiandoci nell'essere il più possibile attivi ed indipendenti, scegliendo a viso aperto da quale parte stare e attenti a non subire ciecamente ciò che si aspettava il giudicante establishment adulto (“Finora avete giocato, ora testa a posto e tutti in riga”), ad indicarci per inerzia e conservazione la via migliore offertaci dalla civiltà dei consumi. Sì, sporcarsi le mani senza paura se lo si ritiene giusto e con tutte le contraddizioni che potrebbe comportare, senza timori ad usare talvolta il mi interessa, senza per questo tralasciare -quando ci vuole- il ben noto fuck off, insito nel nostro spregevole animo! Un'altra chiave di lettura dell'individuo e dell'esistente, che rifiuta la logica del produci-consuma-sfrutta-crepa... Quantomeno proviamo a farlo.

Personalmente, ho visto la luce punk nel 1984 grazie a Sex Pistols e Clash, ed in seguito nel 1987, con l'HC italiano, l'universo dell'autoproduzione/autogestione, scoperta che stimolò la mia vorace curiosità, alimentando ulteriormente legami e coinvolgimento anche nell'approfondire tematiche e concetti fino ad allora sconosciuti o trattati superficialmente, in un processo attivo d'acquisizione di consapevolezza. Una rivoluzione non solo musicale ma contro-culturale (visto lo sconfinamento in aree extra-artistiche, con tesi e revisioni che inglobano aspetti legati all'economia, al sociale, alla politica), più che accademica direi basata su un'urgenza istintuale, attuata inizialmente da un manipolo di inquieti, sensibili agitatori disobbedienti sparsi ovunque ma con ben chiaro in testa l'approccio g-local, tramite l'ausilio di dischi e preziosi veicoli decodificatori quali volantini, allegati cartacei ai vinili, libri ed opuscoli, ma anche iniziative di contro/altra informazione, concerti, centri sociali, fanzines, che funsero da fertilizzante e megafono delle istanze trattate. Fatti e parole che esprimevano una diversa concezione della vita, che mi spalancarono un intero movimento sommerso (animalismo e vegetarianesimo/veganismo -tanto da diventare vegetariano nel 1992-, antimilitarismo, antirazzismo, lotta all'emarginazione e alle droghe pesanti, anarchismo, femminismo e disparità di genere, salvaguardia ambientale, spesa critica e boicottaggio), facendomi deporre quel senso -già vacillante- di supremazia specista, smuovendo l'intelletto per riuscire a capire e capirmi meglio, scavando per definire quanto giaceva nascosto o non ancora a fuoco nel mio gulliver neo-maggiorenne. Quelle scintille contro! che si trasformeranno in indomito fuoco passionale, instillandomi la coscienza antagonista in tutta la sua vastità di applicazione resistenziale, contribuendo a formare fattivamente la mia persona pensante. La mia scuola di insegnamento reale, e da ciò partirò a discorrere. 

Il do it yourself è la linfa vitale del punk, che nel suo naturale dna di base, incorpora uno stile di vita e non una faccenda music only; quello è solo esercizio di stile musicale punk/HC (parafrasando i PropaGandhi Punk for sustainable capitalism). Il diy e' collaborazione, inclusivo senza divisioni e ruoli prestabiliti, l'essenza della persona che viene fuori esprimendosi con quello che ha, quanto e come vuole portare liberamente avanti per realizzare il suo profondo desiderio creativo e le mille idee che frullano in testa; diffondere l'antitesi del concetto di marketing e clausole contrattualfiscali... Teniamo presente che è la controparte (lo dico, con convinzione: il sistema) che vuole la completa omologazione dell'individuo sotto la vile legge performante del dio-denaro, svalutando qualsiasi cosa metta in discussione l'apparato: qui la grande sveglia che diventa lezione di vita, che semplifico nominandola attitudine diy-punk, ci ha reso più umani in un mondo che spesso sembra popolato da zombies pacificati da consumismo e cultura da pensiero unico fast-food. Metterci in gioco da quando ci si alza a quando si va a letto, ognuno con i suoi metodi e principi, lanciando segnali d'interferenza e input volti ad inceppare -col sogno di distruggere- la macchina regolatrice, sempre pronta ad avvelenarci dentro e fuori, nel continuo presente.

Ecco perchè insisto nel ribadire che diy-punk-HC sono ancora sinonimi di lotta comune, un concreto progetto politico esistenziale -a traino sociale- dal basso, altro che slogans! Ma allora se parliamo di "fai-da-te" dovremmo arrivare a farci l'orto provvedendo a tutta la nostra sussistenza o isolarci per non continuare ad oliare l'annichilente meccanismo contro cui ci scagliamo? Non necessariamente: e' una questione di atteggiamento mentale auto/critico innanzitutto, che abbisogna, sempre, di messa in opera che tenga conto delle reali esigenze della persona che guarda e tiene conto dell'insieme, connessioni che possono incidere costantemente nella propria responsabile gestione, senza intenti moralizzatori nè concorso in sensi di colpa, ma su principi etici. Insomma, attuare quella consapevolezza scardinatrice che dovrebbe appartenerci, che ha fatto sì mettessimo in pratica il nostro urlato coro stonato davanti all'accettazione passiva di ogni nefandezza. 

Mette quindi tristezza quando vedo il discorso bloccato nel suo immobilismo cioè confinato alla sola sfera musicale, preciso contesto nel quale ci si professa coerenti al limite dell'intransigenza, tralasciando però gli altri campi del quotidiano, differendo da quanto si dice di professare 25 ore al di', che non aggiunge alcun contributo alla causa, anzi, risulta deleterio quando diventa il fine per passare il tempo libero (ma non liberato), col risultato però di prendersi per il culo da soli. Ora, la rivoluzione non si fa scrivendo solo canzoni, ma queste possono risultare utilissime per propagandare idee, sostenere una sentita causa, punti di vista e sfumature differenti, riflessioni e/o analisi critiche, messaggi potenzialmente propedeutici ad un reale cambiamento personale, cioè la base di ogni mutamento sociale.

Il punk-HC, fermo restando la poderosa spinta giovanilistica che lo anima, non è il giocattolo della giovinezza che passata si butta o una valvola di sfogo per scaricare nervosismi accumulati come un sedativo per poi stare tranquillo agli ordini del capo, ma un efficace strumento, l'arma -continuamente aggiornata- che spinga a ribellarsi al tossico status quo e che continui a cibare il pensiero-contro per ricercare, coltivare, costruire l'inversione di tendenza e/o generare percorsi di vita alternativi. Chiedersi il perchè pensando con la propria testa, chiedendo risposte in primis a noi stessi più che a qualcuno, decidere da sè ciò che è giusto o sbagliato; lo sforzo del singolo è fondamentale nelle dinamiche evolutive, foss'anche per la stessa e sola persona...e lo dico per ribadirlo principalmente a me medesimo.

Più che cambiare si invecchia, il pensiero si evolve, le esigenze si modificano, ma vi assicuro che le fondamenta del proprio elaborato sono sempre lì intatte, se non rafforzate dall'esperienza.

Diffidate sempre dagli oracoli, coloro che pensano di essere gli eletti depositari della verità e/o purezza assoluta (che non esiste). Chi pensa, dall'alto del suo mediocre piedistallo, di aver capito tutto mentre gli altri una beata mazza, e' pregato di andare a farsi fottere. 

Pensate ci si faccia troppe seghe mentali? Che siamo troppo col culo a terra per fare gli onesti incorruttibili? Che godiamo a vessarci ulteriormente, già con le nostre vite mediamente incasinate? Può darsi, ma quando si sceglie una direzione ostinata e contraria...Magari siamo esseri inadeguati ma senza complessi d'inferiorità, fragili, ma di quella fragilità coriacemente testarda che davvero segna il nostro essere, senza grandi speranze ma mai rassegnati. Realisti ma non abbandonati alla disperazione, disillusi di sicuro ma nonostante tutto ancora sognatori, considerati dei buoni a nulla ma capaci di tutto... E con questa predisposizione che noi, ragazzi prima-ora adulti con tutti i pregi e difetti, continuiamo l'irregolare semina, al fianco delle nuove leve a provocare e diffondere modesti ma sempre utili anticorpi che facciano germogliare preziose piante infestanti per il pensiero borghese che tutto ignora, scavalca e distrugge per interesse. La nostra inguaribile allergia a subire un sistema di valori assurdo, che considera l'esistenza -di per sè precaria- sempre al ribasso, scatenando quella mattanza sociale che ci pone in rivolta permanente. Siamo solo una piccolissima minaccia al nulla che avanza, ma pur sempre una minaccia...

La musica è intrattenimento, evasione, un salvifico bene rifugio, ma ha pure quella forza capace di rischiarare gli animi e aprirci gli occhi e la mente, magari condividendo un percorso che sia anche di crescita umana, così centralizzante da avere un impatto migliorativo sulle nostre esistenze. Siamo -anche- quello che facciamo, ognuno impegnato a sbarcare il lunario come può, a cercare il nostro posto in quel gran teatro che è la vita. Tante piccole scelte possono fare grandi differenze: un album come questo ribadisce chiaramente l'intero concetto, ancora una volta. Sù la testa!                                                                                 ContRoberto Liuzzi


E ora due parole riguardo lo splendido esordio della band...

CARNE Saremo ancora minaccia (lp/cd 2022

L'Oltraggio records e Poison hearts, con Bari HC, Dischi Rozzi, Distruggi la Bassa/True Believers, Equal Rights, Mastice prods, Porrozine, Rumagna Sgroza e Terapia Intensiva)

E venne l'ora del tanto atteso debutto della creatura tarantina, nata da elementi provenienti da Hobophobic, SFC, Mass Execution e altre note compagini della zona.

Il miglioramento dal bel promo 2019 è esponenziale (quasi interamente ripreso, si confrontino le versioni dei brani), per quanto le direttive di partenza siano rimaste inalterate: quello che è cambiato è l'approccio, diventato più sicuro e armonico, tanto che il carattere dei pezzi ne risulta rafforzato (anche per merito di una registrazione ben calibrata, mirata a catturare l'energia dei live set), fattore che permette di assaporare tutta la forza coesiva sprigionata dai nostri, che esalta l'indubbia qualità della scrittura.

Il tono è franco, la musica si staglia superba tutt'uno con testi schietti e sanguigni che fanno della visione antagonista il proprio punto centrale, riassunti ottimamente in 12 compatti e trascinanti pezzi HC/punk, dalla costruzione tutt'altro che lineare (anche nel registro melodico), pregne come sono di stacchi e variazioni che ben bilanciano vecchi sapori e nuove istanze. La vocazione all'anthem c'è tutta, espressa brillantemente nell'opener che titola il disco, che da subito incendia il racconto dell'album (già vista sottopalco in accompagnamento collettivo), così come si presta l'intensa Divorami, e gravide di rabbia -ma senza pregiudicare una avvincente musicalità- risultano quei classici a nome Freddo, Amore selvaggio e Polvere, la toccante A due passi dal mare, l'invito all'azione di Le parole non bastano e la sveglia che auspica Ti auguro paure, con la fisicità istintiva che fa tirare i pugni in aria come vi ritroverete a fare al cospetto delle più variegate Senza prezzo e infamia, Mentre tutto se ne va e E tu ci sei sempre, espresse con quell'ardore che di sicuro lascia traccia ad ogni ascolto. 

E' un disco corale, nell'accezione completa del termine, che va ben oltre l'aspetto musicale pur partendo da esso: qui si incrocia e fonde la visione della band con le aspettative, la volontà di creare e sostenere percorsi che siano da stimolo e diffusione di quel senso di comunità diy del circondario affine a loro -e a noi- più vicino (a partire dalla Rozza Crew), connesso e riunito attraverso l'onda scompigliatrice HC/punk, nel riprendersi spazi e tempo per crescere e esistere. Più che vessillo da innalzare per dimostrare la propria militanza HC, la testimonianza vissuta di cosa significhi vivere l'HC.

Ad impreziosire il tutto, la notevole cura per i dettagli (vinile colorato, adesivi), dal multicolore artwork di Dartworks al booklet con testi italiano/inglese riportati, ottimamente assemblato da mr. Porro Dario Ursino. Sangue, nervi, sudore, sogni, ferite, delusioni, riscatto... Una esperienza epidermica.

Un'altra bellissima pagina che va ad aggiornare ed infoltire il contingente ionico, ora più forte che mai!

carnehardcore@gmail.com - carnehardcore.bandcamp.com