mercoledì 12 ottobre 2022

NOT MOVING L.T.D. Love beat (lp/cd Area Pirata - 2022)

 


Colpaccio dell'intraprendente Area Pirata, già intestaria di alcune ristampe della banda, che si assicura, dopo il bel comeback Lady wine (7"ep 2019), anche la nuova incisione della storica alleanza piacentina/pisana, che ogni appassionato delle cronache musicali ricorda come punte centrali del nostro attacco underground. La loro mission ha attraversato tutti gli anni '80, solcati alla grande con svariati dischi (per Electric Eye e Spittle), rimasti nella memoria in tutti coloro che hanno avuto la possibilità di ascoltarli e meglio ancora vederli live, fama che ha alimentato il culto negli anni a venire (provate Live in the 80's, originariamente uscito in cd+dvd, ristampato nel 2021 in vinile + dvd scaricabile, via Go Down rec, il resto della discografia la trovate ancora in giro, tramite le ristampe della Audioglobe e Spit/Fire).

Lilith, Tony F., Dome La Muerte, Dany D., Maria Severine = NOT MOVING = Rock'n roll suonato e vissuto. Già si aveva chiara dalla loro immagine che non era una storia fatta solo di suoni, ma una questione più viscerale, sfogata secondo la loro wild attitude (con la lotta di resistenza indiana Usa nel cuore). Uno sporco frullato di punk, garage '60, concessioni surf, rock'n'roll indiavolato, blues dalle oscure cripte che si imparentava con una idea di dark, (neo)psichedelia illegale, sulle stesse frequenze di -coevi- partners in crime d'oltreoceano come Gun Club, tra i primi a maneggiare quell'impasto che riscopriva il roots americano rivoltandolo e dandone il proprio marchio alterato aggiornato dalla lezione punk; la scheletrica, debosciata marcia degli allucinati becchini Cramps e la disperata epica dal fulgore vitale degli X. Gioco pericoloso, specie quando si cerca di proporre la propria versione della diabolica summa, per il rischio di essere sminuiti se non affossati come fotocopie dei suddetti, spesso per il solo fatto di provenire dai margini dell'Impero, noto handicap di partenza (e fonte di ottuso pregiudizio)... Ma qui vien fuori il carattere, la forte personalità e quella sicurezza in se stessi e nelle proprie idee che si riversa nel percorso: così ci siamo accorti che l'amalgama si distingueva da quegli illustri colleghi, collegate vero da un possibile background in comune tradotto in sintesi punk (a cui aggiungiamo pure l'HC, con cui si faranno le ossa sia Dome con i primi C.C.M., che Tony, con i Chelsea Hotel), pacchetto a cui prenderanno l'anima risputandola fuori rivisitata con segno e sguardo incendiario proprio (con il santino degli Stones, quelli più bruti e sgraziati, e la geniale sregolatezza degli Stooges a maledire ulteriormente il tutto).

Una band dalla natura non imbrigliabile, troppo per accattivarsi le simpatie dei piani alti della discografia nazionale, ma non quelle di una affezionata schiera di HC/punx, dark, beat-garage-rockers e tutta la fauna del circondario rock underground che costituiva difatti il loro trasversale pubblico di riferimento, anche in Europa, dove più volte si sono recati a scombinare le serate, bombardando gli intervenuti con tutto il ricco arsenale black & wild in dotazione.

Quello che poteva essere il disco della carriera, Sinnermen, divenne per colpa di qualcuno -con una sconsiderata pratica- quasi una pietra al collo della stessa, pur rimanendo un gran disco. Misteri del più stolto, improvvisato marketing casalingo...Da quel fatidico 1986, proseguiranno per qualche altro disco per poi ammainare la bandiera sulla storia condivisa, dopo l'altrettanto vigoroso album Flash on You, nel 1988 (il bassista Danilo aveva già lasciato). 

Dome lo si troverà sempre in giro a sfornare qualche altro passo con la sigla (sempre con Maria Severine e altri componenti), poi da solo o in compagnia dei suoi scatenati Diggers alternati a DJ set, Rita/Lilith in solitaria e alla guida dei SinnerSaints riparte dalla canzone d'autore dalle tinte più acustiche e fumose degna delle migliori (e più credibili) chanteuses, accompagnata sempre dal coniuge Antonio Bacciocchi, che tra bacchette anche per Link Quartet, Tony Face Big Roll Band, Face records e penna scrivente non è mai stato fermo... potrei continuare ancora per molto, ma Love Beat mi consente di riprendere il discorso al presente, dato il cammino ritrovato in comune a seguito di legami riallacciati nel corso del nuovo millennio, tanto da spingerli a comporre nuovo materiale.

Lo spirito piu' vizioso del rock'n'roll alberga sempre nel redivivo nucleo, anche a 34 anni di distanza ben riconoscibile, come potrete constatare dall'ascolto degli 8 originali piu' la bella cover di Primitive a firma The Groupies, che segnano questo loro fascinoso rientro lungo. Come suona? Meno sconquassi ed impeto ma piu' penetrante la versione 2.0 della band: r'n'r dalla fuliggine blues (con l'immancabile sottoveste garage), scollacciato ma con maggiore grazia nell'esposizione, sottilmente velenoso seppur in maniera diversa (manca la tastiera, all'epoca parte integrante del suono). Suona nostalgico nella misura che rimane fedele alle proprie influenze, ma al contempo immette nel blend le variegate esperienze intercorse da quell'ultra trentennale dì, esemplificata dalla voce di Lilith (sposami!), più baritonale e meno selvaggia, che accresce ulteriormente il suo magnetismo (e che rimane sempre la conturbante creatura che esaltava il suono della band con la sua presenza scenica... e con tutto il punkcharme ancora intatto, come ho avuto modo di saggiare lo scorso luglio alla Limonaia in Sesto Fiorentino, dove hanno offerto una gran prova), Dome sempre sul pezzo a sfoderare il giusto riff o accordo, a punteggiare, rifinire il tutto, e duettare/bissare Lilith e Iride quando occorre, depositario di quel sanguigno credo r'n'r che diventa una faccenda di vita o morte (me lo immagino a strimpellare scolandosi qualcosa con Keith Richards e Andy McCoy, magari ricordando Johnny Thunders), il potente metronomo con anima e feeling, completo nella sua ruvida essenzialita' qual e' il modfather Tony Face (credetemi, è lui il vero rimpiazzo del compianto Charlie Watts), con l'innesto della seconda chitarra -e voce in terza- padroneggiata con cura dalla giovane Iride, gia' con Dome nei Diggers, che apporta l'upgrade di nuova energia ai Not Moving L.T.D.+I (sì, non c'e' il basso).

I quattro si divertono a rolleggiare in lungo ed in largo, attraenti sin dall'iniziale Deep Eyes (handclaps richiesti!) che spiana la strada con quel suo torrido incedere Stonesiano, rimarcata dalla carica della sveltina punk Dirty time e dal battente ritmo di Don't give up con le voci a unirsi, la focosa cavalcata rock Goin' for a ride, al caracollante passo di Love beat, che si insinua strisciante con quel gran refrain che entra con fare suadente in circolo; Rubbish land sa di polverose highways notturne dirette verso il nulla, si suda con Down she goes che si smarca invadendo vibra(n)ti territori '70 ad accendere i piu' rovinosi sensi, sino all'epilogo segnato dalla minacciosa Red Line, che riprendendo gli accordi di Goin'... con sola voce e chitarra, avverte che siamo a fine giro ma non ci dà nemmeno il tempo di assaporarla data la sua durata...breve ma appagante, come un bel bacio di arrivederci.

Il risultato e' stato molto apprezzato in giro, tanto che il disco e' già stato oggetto di ristampa in entrambi i formati, dimostrazione che stima e supporto non sono venuti meno, riuscendo ad andare oltre l'effetto nostalgia, e le prove live magari hanno fatto il resto, conquistando nuovi -altrettanto entusiasti- adepti.

No, non sono tornati per riprendersi quanto era stato loro negato, per mille motivi, nel periodo del loro massimo splendore, il mondo purtroppo non funziona così, specie quando hai sempre avuto poco da spartire con i meccanismi del circo mainstream. Un rientro senza fanfare, che non vuole richiamare i passati anni di gioventu' nè vivacchiare sulla musica, ma concedersi una nuova chance (fosse anche l'ultima), senza aspettarsi nulla in cambio, se non voglia di viverla sta cazzo di vita, alla faccia della saggezza che molti imporrebbero per presunti limiti anagrafici.

Qui ci sono intere esistenze intrise di passione, altro che messa in scena...

Un consiglio: completate l'ascolto con le due biografie Uscito vivo dagli anni ottanta di Tony Face e Dalla parte del torto del Dome. Avrete più chiaro tutto quanto.

www.areapirata.com





mercoledì 20 luglio 2022

Gli ULTIMI Sine Metu (lp/cd Time to Kill/Hellnation rec. 2021)

 


"C'è un tempo per andare dritti giù all'inferno/ c'è un tempo per tornare a saldare il conto... C'è un tempo per pensare di farla finita / c'è un tempo per tentare di riprenderci la vita / Giorni miei/ Sono giorni e giorni, giorni miei...(Giorni, The Gang 1997)

Addentriamoci nel mondo narrato dai 4 punx, ritornati in pista dopo la defezione nel 2019 di Path (che ha dato il via ad un cammino musicale in solitario), rimpiazzato dal nuovo bassista Alessandro Carpani, che debutta direttamente su questo Sine Metu, quinta arrembante prova sulla lunga distanza, confezionata egregiamente dalle super attive Time to kill e Hellnation.

Ho avuto una forte infatuazione per gli Ultimi con l'album Tre volte dieci del 2017, 10 canzoni in 38 minuti una più bella dell'altra, tutto viscere e cuore sullo stesso piano. Un pieno di umanità, con tutti i suoi pregi e difetti. Punk che si intinge, talvolta, nel rock, con inflessioni cantautorali in grado di far breccia anche nei palati più curiosi. La stessa, meravigliosa sorpresa che mi procurò il primo ascolto dei bolognesi Stab, con cui scorgo diverse similitudini: pezzi che si prestano ad essere cantati coralmente a squarciagola, che, replicati in acustico, non perderebbero nulla in termini di intensità e spontaneità, dalle melodie che ti si conficcano in mente, ulteriormente esaltate da parole che mordono la vita e a lungo rimangono impresse, con quell'irruente abbraccio che emanano. Un disco bellissimo, appassionante; uno dei cardini degli anni 10 street punk italiani, nuovamente disponibile tramite la provvidenziale ristampa Hellnation.


E qualche cosa rimane ancora
Quando la vita bombarda a tappeto
Giorni pesanti come giganti
Dovremmo esserci ma siamo distanti
E ce l'ho ancora un verso nel cuore
Per chi ha rubato un po' del mio dolore...

Ma che cosa rimane poi
Delle promesse e gli abbracci tra noi
Se diventiamo come i nostri vecchi
Lavoro amici e pugni allo specchio

Con queste aspettative, l'attesa era tanta da parte del sottoscritto...A giudicare dai nuovi 11 pezzi (più reprise), cosa dire? Bis signori, un altro disco da 10. Rinvigorito lo spessore del suono, merito di una registrazione bella tesa e grintosa, ritorniamo ad immergerci in brani caparbi e come sempre capaci di far scorrere i brividi gia' provati nel recente passato, che andranno ad infoltire la, ormai nutrita, sequela di classici della band.

Sì, la loro ruvidezza romantica dotata di sentimento popolare non lascia indifferenti, nel riconoscersi sulle note dell'audace rivendicazione di Pane e Rose (urlata da Birmingham a Taranto, Ken Loach approverebbe), il guizzo scattante dell'opener Un battito ancora, l'energia HC della trascinante Tutto Sbagliato e Slot machine, la ferma fotografia ricordo di Lanfranco (con una ruggente armonica in evidenza), la briosa carica di Maledetta Domenica e Giovani per sempre, proseguendo con l'emozionante Favole (cercate nel web il simpatico video animato realizzato grazie all'amico Michele Zero Calcare Rech) a fare coppia con il trasporto emotivo di Rimane una canzone (nata acustica ma qui elettrificata, struggente atto d'amore in memoria dell'indimenticato Angelo Sigaro Conti), l'intensa ballata punk Passera', o quel contagioso pezzo in levare titolato La mia Banda, con azzeccata coloritura di piano e hammond (da maestri, sicuro avrebbe fatto la sua figura in Life won't wait dei Rancid), tra reminiscenze Banda Bassotti e Klaxon (ma io ci sento qualcosa, seppur alla lontana, dei più epici Social Distortion), indubbie influenze di partenza per sviluppare un valido discorso in proprio, quale quello ora pienamente in essere.

L'essenza comunitaria della borgata, ma anche quel nudo e crudo microcosmo creato dai legami del vivere punk che diventa a suo modo famiglia di appartenenza, come occhio e riferimento del mondo-sul mondo, ambienti sommersi ma adatti per sviscerarlo nella sua complessità. Piccole storie (da un posto qualunque...) senza tempo ma dal senso universale, imbevute di quella socialita' che diventa humus per il terreno politico, familiare alla band capitolina, che guardandosi dentro trova la forza per sostenere la propria verita', da sbattere in faccia senza rimorsi e senza paura. Sì, perche' si puo' essere sconfitti ma non vinti; una poetica proletaria, quel disappunto che mescola ironia tagliente e amarezza, ma con una arrogante vitalita' liberatrice infusa anche dallo sbeffeggiamento stesso della disperazione (una sorta di disperata gioia, a ridare speranza e reclamare a gran voce la voglia di esserci, nonostante tutto), che paradossalmente ti risolleva quando gira tutto storto, tanto da sentire mancare la terra sotto i piedi.


Ma tu lo sai, che chi lotta non muore mai
e quando i nostri eroi se ne vanno, tocca a noi
Rimangono parole, più forti del dolore (Rimane una canzone)

Non una prova di ribellione giovanilistica, ma una decisa posizione che ancora fa sbattere i pugni, nel ribadire che siamo sempre quelli (dalla parte degli ultimi...perdonate il gioco di parole) che da 15 anni dicono-pensano-fanno, attivano il proprio no! davanti ad un mondo individualista in caduta libera, che oscilla sempre più tra il troppo e il niente. a cozzare con la loro visione che fa proprio dello stare con gli altri, del correre in mezzo alla vita la sua prerogativa.

Un disco, ancora una volta, musicalmente straripante, commovente nella sua sincerità da outsider, che si candida sin d'ora tra i capolavori italiani street-punk dell'attuale decade. 

Un suono che è fero ma anche piuma: da infatuazione ad amore vero e proprio. Gli Ultimi, inguaribili romantici.


Soli col mondo a puntarci alla gola, non una lacrima mai...
Sei tutto sbagliato, ma non cambierai
sei tutto sbagliato, ma non cambi mai!


www.timetokill-records.com
Hellnation (facebook)
Gli Ultimi (bandcamp)



martedì 21 giugno 2022

ARTURO Giorni lontani 1992-1998 (lp+cd FOAD rec. 2020)

 


La FOAD records/Scarey Store, è una etichetta e distro piemontese focalizzata sul recupero del sottobosco più nascosto dell'underground estremo internazionale, votata alla ricerca e valorizzazione di pepite sonore poco note (principalmente dal passato), passate in sordina nel marasma ultra sotterraneo e comunque di non facile reperibilità, se non addirittura mai approdate su supporto diverso dalla cassetta. Nata come extreme fanzine nel 1986 per opera dell'amico Marco Garripoli con 7 uscite fino al 1990, la sigla, dopo un accantonamento di diversi anni, rinasce propriamente come etichetta nel 2006, raggiungendo ad oggi circa 300 produzioni (mediamente tirate in 400/500 copie), che si pongono come proposte degne del miglior archeologo musicale (a fare il pari, in ambito punk/power pop, con la romana Rave Up rec).

Si va da gruppi le cui imprese si leggevano principalmente su fanzines periodo '80/'90, in quel territorio per cultori poco aggrazziato, spaziante dall'HC-punk al grind-noise core passando per il primigenio thrash/death metal, che vede protagonisti perlopiù unsung heroes, con un'ottica di movimento e collegamenti che richiamano anni e anni di eccitante immersione nell'universo tape trading, tanto riporta alla memoria quell'esperienza a chi, come il sottoscritto, l'ha praticata. Da fans per fans!

Da nomi blasonati quali Terrorizer, Crumbsuckers, S.O.D, Malevolent Creation, Ludichrist, spesso colti all'epoca dei primi passi della propria attività, ai misconosciuti Concrete Block (con l'ex vocione dei Woptime Saverio), gli esordienti Ed e Minkions, genuinamente ri/proposti con un occhio di riguardo sul versante sonoro, attraverso remasters da fonti originarie, con altrettanta attenzione alla grafiche, davvero curate come nel sogno del miglior fan delle band trattate, in alcuni casi superlativi (uno su tutti: il bellissimo box vinile Nerorgasmo). Aggiungiamo il preciso lavoro di riproposizione ufficiale della discografia dei Cripple Bastards (padroni di casa, visto il coinvolgimento diretto dello screamer Giulio nella faccenda), Raw Power, Bulldozer, Wehrmacht, Siege, Gammacide, Fear of God, ma anche diversi episodi a firma Ratos de Porao, Cryptic Slaughter, ancora Insect Warfare, Sigh, Attitude Adjustment, Discharge, Sore Throat, Lethal Aggression, Spazztic Blurr, a cui seguono, non meno importanti, gruppi italiani dell'epoca d'oro (accanto ad un certa predilizione per quelli giapponesi), che mettono ordine nel frastagliato mondo delle stampe/ristampe autoctone, diventando spesso e volentieri versioni definitive delle band prese in esame: citerei Peggio Punx, Crash Box, Declino, Upset Noise, Nerorgasmo, Underage, Stinky Rats, Blaxfema, primi Schizo, Jester Beast, Necrodeath, prevalentemente in vinile, infarciti di chicche inedite e live per golosastri dei gruppi menzionati. Già per questi titoli meritano l'endorsement eterno: imbattibili.

Tra queste, intravedo il lp riepilogativo degli ARTURO, occasione per parlarvi di questa grande band dalla Mole in tempesta, tra le mie preferite, con C.O.V. e Crunch, emerse dalla temibile nidiata HC-punk dei '90 cittadini (e non), che, ricordiamolo per i più piccini, strabordava di gruppi interessanti (oltre ai citati, Frammenti, Panico, Rotten Brains, Belli Cosi, Arsenico, Up to date, con El Paso ne centro nè sociale come punto d'incontro e base condivisa). Gruppi intenti a aggiornare la lezione della Motor city più selvaggia, tutti con dischi all'attivo e con la propria cifra stilistica, e tutti regolarmente consumati dai miei ascolti -specifici o random- che si susseguivano freneticamente all'epoca dei fattacci in questione.

Giorni lontani ripropone tutto il pubblicato sino al 1998: le due acrobatiche uscite in 7" Isterico e Topo volante e l'introvabile cd Ar-Core del 1995 per la francese Panx rec.(comprensivo del secondo demo Evi Metal sdregs), col piacevole bonus cd che incorpora l'ancor più datato primo demo 1993 e uno stringato live a marzo 1996 di spalla ai Cripple Bastards -la band estrema per eccellenza partorita in Italia-, band in cui allora prestava opera proprio la micidiale sezione ritmica di Stefano & Paolo (e Giulio ricambiava fornendo supporto in vari modi: growls e urla in alcuni pezzi dei 7" e coproduzione del secondo, vedi EU'91 prod.). Anche due covers presenti: 1974 dei Cripple's -dal tributo Falaffel grind-, e quella degli Smiths London, la vera intrusa, che sembra preannunciare la seconda fase Arturo (qui non trattata), con l'avvicendamento dello spiritato Alfo in favore di Gigio (ex C.O.V.), al microfono nel cd Conversazioni del 2001, un disco dove il loro HC si fa più ragionato e contaminato, meno veloce e più diversificato, con inaspettati inserimenti electro che ben si integrano nell'impianto, senza smarrire la consistenza che li ha sempre contraddistinti. 

Riassaporiamo così in un'unica mandata schegge di frantic hardcore (con in sottofondo uno humour che tende a sbracarsi), che fanno letteralmente i botti; furia compulsiva e liriche avverse al conformismo anestetizzante ("Cerca di capire invece di marcire", espresso nella terremotante Spazi Vuoti, per darne un'idea più centrata), davvero incontenibili in Pimpirepettenusa, Topo volante, Cervelli di Pongo, Isterico, Via da qui (chitarra Dead Kennedys con velocità DRI), più hardcore in senso classico come in Ancora e nel gran pezzo che da il titolo a questa raccolta, tra un'ode alla locomozione vissuta come esperienza totale (La Vespa) e due paroline dirette senza nascondere il destinatario quando decidono di comunicare il proprio punto di vista (Castellani, ACR), le sbandate all'ultimo sangue Vivere o morire, Attitudine punk, Dimmi cosa vuoi, Ics, 17 incubi... Insomma si spazza a dovere, con una certa competenza di strumenti e materia, ed un affiatamento al top.

Indicazioni sonore di massima? Prendete gli Impact di Attraverso l'Involucro (per me uno dei simboli dell'Italian HC style, dal quale riprendono l'immortale Non c'è pace per noi, come in un ideale passaggio di testimone), taroccate il loro contachilometri aumentandone la velocità, schizzate l'estro nell'esecuzione ed aggiungete l'immediatezza dei DRI di Dealing with It! Stop & go brucianti, scampoli di melodie spezzettate e assoggettate ai precisi, imprevedibili ritmi adottati, definiscono questo succulento impasto imbizzarrito, che renderanno super grazie alla prorompente modalità di proporlo, con l'onnipresente sentimento tutto TOHC a svettare.

E nonostante siano passati 25 anni, non hanno perso nulla di quella indiavolata carica che ce li ha fatti amare: 63 brani nati per essere veloci(ssimi) e ricostituenti, tanto fanno spurgare tossine accumulate... Semplicemente unici: bravissimo Arturo!

A corredo del vinile+cd, due allegati a colori con foto, artworks dei dischi e testi... 400 copie stampate; 100 in vinile celeste sold-out, altre 300 in vinile nero... sbrigatevi, per non piangere dopo!

www.foadrecords.com

www.scareystore.com


Ebbi anche la fortuna di vederli dal vivo proprio nella mia Puglia a fine 2001, e preparai un breve report delle serate per il mio bollettone Contro! Antagonismo Musikulturale, che doveva fare parte dell'annunciato n.20 in formato fanzine, uscita speciale per celebrare nel 2002 i dieci anni della creatura, mai andato in porto. Recupero per recupero, riportato di seguito come bonus, spero gradito.



ARTURO - 11+12 novembre 2001 Maizza (Fasano) + Go-kart occupato (TA):

E venne la prima anche degli Arturo in Puglia! Arrivati cotti in quel di Maizza dopo un estenuante volata TO-Fasano in 8 nel furgone, col pilota ufficiale della sconvolta truppa nonché factotum Sdrò. Finalmente conosco di persona l'amico corrispondente Marco "Scazzo" e gli altri della indomita torinanza. I convenuti -specie quelli più agitati, Grottaglie in buon numero-, cominciano a fantasticare come sarà il concerto: pronostici, un concerto pessimo è dato 1 a 400. Dopo una pasta gentilmente offerta dalla casa (e da urlo per la sua bontà) i nostri danno inizio alle danze. Beh, già su disco spaccano alla grande, ma dal vivo vi assicuro diventano letteralmente mostruosi, trascinati da quell'istrione che è Gigio, da molti già conosciuto per i suoi exploit come cantante dei miei amati COV, con salti e doti di indubbio catalizzatore di attenzioni (sul cazzeggio andante poi, realmente imbattibile). Grande atmosfera nella accogliente Maizza nonostante la poca gente intervenuta considerando che era domenica, ma quei fortunati sono stati colpiti e affondati dalla scaletta adoperata per non fare prigionieri dagli Arturi, con gli Hobophobic di spalla a scaldare ottimamente gli animi, col loro repertorio esiguo ma perfetto per mettere a proprio agio gli incalliti pogatori d'ordinanza.

La sera dopo invece, tanta gente, atmosfera diversa ma ugualmente strepitosa; insomma da un concerto quasi in famiglia -allargata- ad uno per tutti. Aprono i vicini Disagio, che volontà ne hanno a iosa ma necessitano ancora di un certo rodaggio per farsi apprezzare... scopro l’acqua calda dicendo che insistendo farà loro solo bene! Arturo da' l'ennesima prova di suonare con una facilità impressionante: il chitarrista a schizzare con i suoi giri, la sezione ritmica con non-chalance fa numeri da precisi funamboli che disarmano i presenti, al punto da indurre carovane di aspiranti musicisti locali ad abbandonare il proprio strumento perchè divenuto ingestibile dopo l'affronto appena subito...e Gigio è sempre lui, in forma e preso bene più che mai. Se c'è ancora qualcuno rimasto spiazzato o nutre qualche dubbio sul loro ultimo cd Conversazioni, dal vivo si ricrederà di brutto, tanto fanno alzare la polvere...Due concerti che valgono doppio: tra i migliori visti nel 2001!



N.I.A. PUNX 1989/2019 (Area Pirata/Mania Rec. 2019)

 


Tempo di compendio x i cosentini N(erds).I(n).A(cid). Punx! Il dischetto -a lunga durata- è uscito tre anni fà, ma sento l'esigenza di parlarne ora per almeno un paio di motivi: uno, perchè pongo il loro demo del 1991 nella mia personale top ten assoluta; due, perchè 300 sono le copie disponibili e prima che finiscano, mi piacerebbe li prendeste in considerazione come nome da appuntare... e, aggiungo, scoprire un gran bel gruppo, totalmente calato nell'attiva realtà della decade '90, dove li si poteva incrociare in qualche CSA dello stivale a spargere il proprio verbo.

Il demo The last crime of Amerika (Stimmate/Attacco Progressivo) del 1991 e l'album su Mister X/Attacco Progressivo Scendere a sud del 1993 (entrambi rappresentati al meglio), pezzi da compilations (marchiate Goodwill, Blu Bus e la Havin' a Laugh del Balestrino, per dirne alcune), eccellenti covers (su tutte No Eroina dei Bloody Riot) ed alcuni inediti costituiscono il loro lascito, 23 pezzi (più estratto live) principalmente cantati in inglese, qui raccolti e assemblati in un bel digipack dall'attenta label/distro pisana Area Pirata, con l'aiuto della Mania rec.

Forti di un attitudine fieramente combat, maturata anche attraverso impegno diretto in situazioni autogestite ed occupazioni (la band si divideva tra Cosenza, presenti al Gramna, e Perugia, ove alcuni erano andati a studiare, come ricordo dagli incontri con il cantante Giammarco, hi!!!), esperienze che danno un'identità forte e chiara ai testi (efficaci e netti, purtroppo non riportati, unica pecca del dischetto) ed a tutta la produzione dell'ensemble, in cui riversano le proprie influenze: dall'Oi-street punk più incisivo come In ginocchio mai! e Power Punk (tenete conto che da una costola della band si ebbero i Five Boots, marcatamente Oi! con all'attivo alcuni dischi), all'accorato urlo di Scendere a sud, l'esaltante Voice of Freedom (una piccola gemma, sanguigno rock con irruenza tutta punk in questo inno in crescendo, sulla falsariga di Troppo lontano dei Kina), continuando con le coinvolgenti The Party must go on, Sometimes, la saltellante Change Today, The suffering of children, belle tirate punk dagli indovinati cori e melodie (peraltro mai assenti), le staffilate core S.D.P. e No F16, First hate, Last sacrifice, le incursioni extra-genere come Wonderland (che, a dispetto del titolo, sembra la versione rallentata della cupa Dark Entries dei Bauhaus), il fervore elettro-acustico di When I'll pass the limit o il remembering completamente in acustico della conclusiva Set me free. Da notare il coinvolgimento alla batteria dell'amico Roby Vitari dei thrashers concittadini Headcrasher in buona parte dei brani (tocco che si nota ad esempio in Mr.Plane).

Il suono si muove agile e deciso grazie ad un approccio versatile (fermo restando predominante la base HC in quanto a solidità ed esecuzione), intraprendenza e sfida non mancano in simbiosi con una spiccata sensibilità d'animo, la potente combinazione perfetta per entrare nel cuore degli appassionati...e, vi assicuro, è sempre un bel sentire.

Sangue caldo e nervi d'acciaio, senza tralasciare la voglia di divertirsi...Come si diceva una volta, lotta dura senza paura: Power punk/HC sia!

Provate voi a vivere una vita

lottando ogni giorno e chiedetevi

Quale sia il prezzo della nostra

Libertà violata, sì la nostra

Libertà

Terra avvelenata da sangue

innocente, tradita, disillusa

Caro politicante...

Ci chiamano assassini, violenti,

malfattori, ma sanno bene chi sono i signori che siedono al governo

Squadristi mascherati,

alle poltrone saldamente attaccati

Ma...

Questa terra è avvelenata da sangue innocente

tradita disillusa, caro politicante...

SCENDERE A SUD

PARLARE CON IL CUORE

SCENDERE A SUD

VENITE GIU' A LOTTARE

E' IL MIO SCENDERE A SUD

martedì 1 marzo 2022

AMYL & The SNIFFERS Comfort to me (lp/cd Rough Trade 2021)

 


Secondo atteso disco per gli australiani, uno degli indie-hype del 2021, che dopo le buone impressioni suscitate dall'esordio lungo omonimo, si confermano sempre via Rough Trade con COMFORT TO ME, che aumenta e di molto le quotazioni e considerazioni poste sui quattro.

Più articolati ma senza stravolgere il proprio affiatato canone, puntellano a dovere senza fronzoli e con tanto carattere, grazie anche alla vulcanica Amy (esagitata nel video di Security, dove riesce a mantenere desta la nostra concentrazione sulla sua mimica gestuale, dando sfogo a tutto il suo campionario in solitaria per tutta la durata dell'irresistibile pezzo) che marchia indelebilmente col suo cantato/declamato le scalpitanti 13 tx. 

Dentro ci troviamo tutto il loro essenziale universo sonoro, che spazia e/o ingloba sgusciante punk-rock 77 (Freaks to the front, Capital), hardcore (Choices), crocevia hard-punk (Guided by Angels), accenni di sculettamento seppur da movenze scomposte (Hertz), rinforzate porzioni di aussie rock'n roll imparentato idealmente con il garage (la tagliente Don't need a cunt...), le più classiche -ma sottili- Knifey e Snakes, pezzi semplici e dagli efficaci ganci melodici, sporchi e puliti in un sol colpo, che non eccedono da una parte e nemmeno dall'altra, bilanciandosi in potenza e spontaneità, con un attitudine snotty che evita di strafare. Una band che guarda sì anche al passato, specie della loro terra (che ci riportano alla bella storia Radio Birdman, in No more Tears e Maggots, la chitarra della stessa Security) riorganizzando quel suono in chiave contemporanea, dotata di una vispa sensibilità pop, cioè che non si tira indietro davanti alle avances che stanno piovendo sul loro conto (pur senza ricercarle), in grado di far venire l'appetito anche al più smaliziato ascoltatore rock.

Un disco che gode di un concepimento, per quanto sofferto, più curato rispetto all'esordio, dove l'invadente energia elettrica non si è dispersa, anzi l'impianto risulta rafforzato in convinzione e consistenza, nonostante un approccio che vuol sembrare noncurante (o forse lo è davvero?).

Ecco, proprio questa scazzata attitudine mixata con approccio da garage band me li rende piu' vicini e stuzzicanti (sin dal mucchio gelatinoso che li fonde in copertina), riuscendo anche nel compito di aggirare le invettive di coloro che li ritengono unicamente un prodotto bell'e buono per la generazione millenials da Spotify single playlist. Personalmente non sono tra quelli che crocifiggono all'istante i gruppi che beneficiano di forti attenzioni mediatiche, poiche' rimane valido innanzitutto il concetto dell'ascolto attento e cio' che ne deriva, che forma poi il giudizio personale su quel disco. In virtu' di questo, ritengo nel complesso l'album soddisfacente: diverte e agita che e' un piacere, senza velleita' di cambiare il mondo ne' "aspirare" a cambiare la storia del genere, regalando una bella mezz'ora di sano, intelligente abbandono, che non dimentichiamolo ci vuole pure in questo contorto mondo!

Non hanno certo la carica politica tout-court dei Downtown Boys, con i quali mi piace intravedere pure una relazione sonora (che comunque non c'e'), ma i pungenti testi -di Amy- rivelano un'animo dalla forte personalità, che contesta la dicotomia preda/predatrice, dove centrale diventa la liberazione della persona e del suo modo d'essere (confusa e/o determinata che sia), con la fermezza di tirare dritto per la propria strada con tutto quello che ne consegue, piaccia o non piaccia.

Insomma a muso duro ma dall'animo aperto alla condivisione, senza preclusioni anzi ben felici di concedersi a quanti vorranno prenderne confidenza. It's only (punk) rock'n'roll but we like it!



DEAFHEAVEN Infinite Granite (2lp/cd Sargent House, 2021)

 


Amore a primo ascolto. Cosi è scoccato, istantaneo, il mio rapporto con i Deafheaven.

Parigi, 16 luglio 2018 pomeriggio: entro in uno dei tanti mega store Fnac sparsi nella capitale, a Montparnasse. Subito parto a scavare nell'ottimo assortimento cd e vinile presente, mentre in sottofondo scorre in heavy rotation un disco appena pubblicato, caldamente consigliato come album della settimana. Scorrono i dischi sottomano, anche con una certa velocità (svariati anni di allenamento...), e scorre ancor più il disco, sempre più avvincente. Comincio ad invaghirmi, al punto che vado a chiedere al commesso in postazione chi sono: ”It's the new Deafheaven album, on Anti records”. Li conosco giust'appena di nome e distrattamente, fuorviato da quanto letto in passato, tacciati di essere un gruppo buono per gli hipster...Continuo a pensare a cosa acquistare, altri 20 minuti e siamo a 3/4 dell'album...Sono catturato letteralmente dalle note che si diffondono nel reparto, tanto da ritornare dal solito commesso ad approfondire la questione: ”Incredibile...black metal with melodies indie or shoegaze!”, sfuriate black metal ma dalle nitide melodie, pure troppo per un gruppo associato a quel genere. Lui cortesemente e senza scomporsi, con entusiasmo controllato, ribatte “Yeah, is a BLACK-GAZE band!”. La mente corre ai suoi connazionali Alcest, intriganti ma certo non così coinvolgenti quanto l'ascolto odierno. Black gaze: quello strano ibrido che miscela ritmiche e voce black metal imparentandolo con sonorità eteree, dolci e sognanti di stampo shoegaze, sulla carta talmente agli opposti da suscitare ilarità o quantomeno non pochi dubbi sulla sostanza, nel quale includerei qui nostalgie screamo HC '90 e digressioni mutuate dal più riflessivo indie/postrock in crescendo (in primis di ascendenza Mogwai, con chitarre talvolta echeggianti persino i Dinosaur jr.). Ci penso qualche altro minuto e mi accaparro Ordinary corrupt human love sborsando €15 richiesti... Mai acquisto, negli ultimi anni, fu così prezioso (al quale accoppierei quello che è considerato il loro sophomore album, il secondo Sunbather del 2013, da molte riviste e libri specializzati ritenuto uno dei capolavori del metal -in senso lato- del nuovo millennio)! 

OCHL però diventa lo spartiacque della carriera: forse la band meditava già una sterzata direzionale (nonostante i tanti responsi positivi ricevuti, ricordo la nomination al Grammy per il pezzo Honeycomb come best metal performance), anche se quando fu postato nel 2019 il brano Black Brick, rimasto inedito su disco (trattasi di una outtake da OCHL, con cui davvero c'entrava nulla, di fatto il brano più estremo della carriera), fatto circolare unicamente tramite file audio, veemente attacco poco stemperato a mostrare il feroce lato black metal dei 5 -una nera sfuriata che si erge per la (quasi) totalità della sua durata- non era facile presagire che proprio questo avrebbe messo la parola fine alla prima fase della band, che si apprestava a festeggiare con un bel tour mondiale i suoi 10 anni nel 2020. Questo purtroppo non è accaduto, e sappiamo benissimo il perchè, handicap che ha portato a far uscire un live in studio celebrativo dell'evento, con le 8 tx poste come si sarebbe articolata la scaletta base del tour, a sancire anche, dopo la doppia parentesi Anti/Epitaph, l'approdo alla Sargent House. Dunque, preso il coraggio a piene mani si sono tuffati completamente nel nuovo corso e l'uscita ad agosto 2021 di Infinite Granite fuga ogni dubbio a riguardo: la svolta è compiuta.

D'altronde l'avevamo subito intuito dall'ascolto delle anteprime, a ridisegnare i nuovi equilibri della cornice sonora, sempre consapevoli dei propri mezzi e forza, seppur in altra convinta forma, dove la maggiore accessibilita' non implica uno svendersi al mainstream (considerando pure il minutaggio medio dei brani che, pure sforbiciato, si attesta sui 6 minuti). Il tiro negli episodi piu' diretti e' senza dubbio catchy, visto che ora si lavora sul pieno melodico, impregnato di una increspata grana che diventa pura immersione in un gioco di colori e avvincenti suggestioni in chiaroscuro. E scopriamo pure il cantato pulito di George Clarke (parallelamente attivo con i nuovi Alto Arc), straniante a primo approccio, abituati come eravamo fino a poco fa, che messo da parte il tipico rantolo black (per la gioia delle sue corde vocali), fornisce una prova delicata che si presenta ben funzionale al contesto e tanto basta (almeno tanto quanto i suoi dolenti, evocativi testi, nei quali riversa il suo personale caos calmo)

9 brani dalla produzione avviluppante ma slanciata, curata dal nuovo producer Justin Meldal-Johnsen (con la collaborazione del fido Jack Shirley), che offrono ben piu' di una fascinazione shoegaze/dream indie pop (dal nerbo propriamente rock), sempre presente sin dagli inizi ma, non dimentichiamolo, rivista e tradotta da angolazione post-metal (componente rintracciabile se proprio vogliamo, e mooolto stilizzata, nel denso tono dei brani più che nel suono d'insieme), galassia ove hanno orbitato per anni (anche se in tanti già faticavano a inserirli in tale contesto per sangue e radici, preferendo distinguerli come band alternative, per quanto estrema).

(Heavy) shoegaze dei giorni nostri, graffiante talvolta ma spesso battente bandiera riflessiva, dinamico e fisico quando ci vuole, con presenza di synths e le ispirate chitarre a tessere, riempire e ricamare incastri, riverberi, stratificazioni e liquidi arpeggi -più che riff- in una impalcatura dalla dilatata linearità strutturale, mancanti di quelle improvvise schegge variabili e sporgenze che ne mutavano mood e svolgimento all'interno dello stesso brano (tendenza predominante fino a OCHL, che piu' che ravvivare esaltavano gli stessi), ma senza che questi nuovi perdano efficacia ed intensità poichè settati su differenti geometrie.

L'opener Shellstar aggiorna ed incanala al meglio l'ascolto dei DFHN odierni come pure l'accattivante Great Mass of Color (ottima, con uno spesso finale d'altri tempi), l'alta offerta dreamy di In Blur non si traduce in mera ruffianeria; la corposa The Gnashing ci attira col suo nebuloso magnetismo nella sua orbita senza ritorno, le sfaccettate Villain e Lament for wasps proseguono seducenti nel loro andamento, l'ondeggiante Other language dal soffice temperamento che cova sotto la cenere fino all'estatica chiusa... Sicuramente alleggeriti da quell'ansia che li travolgeva, ora si mostrano più liberi di fluttuare ed espandersi, come ben sottolineato dal pulsante blu sfocato adottato per l'artwork, capace di illustrare e integrare le sensazioni spacey che scaturiscono dall'ascolto (se e' vero che a tale colore viene associato l'infinito).

Non abbiamo davanti i nuovi Ride, Slowdive o Swervedriver, se ve lo volete sentir dire, ma una band in costante movimento, che guarda sì a taluni modelli prendendo quanto serve, ma senza sminuire il proprio operato presente e passato (a cui possiamo ascrivere la placida e lunga Mombasa, che monta avanzando sino al subbuglio finale), con brani che sembrano talvolta sospendersi nelle parti centrali prendendo spesso forza d'insieme nelle (splendide) fragorose code finali. Insomma il gioco di squadra ancora una volta ha prodotto un lavoro meritevole, che spero solo non venga svalutato per mero pregiudizio.

Brillante specchio di una evoluzione coerente, a segnare un'ambiziosa ripartenza generale, da parte di una band che non ha paura di osare anche a costo di spiazzare l'audience, ancora una volta. Questo per me è IG, best lp 2021.




domenica 26 dicembre 2021

CONTRASTO Visto per Censura (cd + libro 2021 - DIY)

 


Dopo aver parlato dei lavori di Eversor e Sud Disorder, concludo parlando di questo disco così da completare quello che ritengo l'italian trittico più interessante del 2021 agli sgoccioli.

Nell'agosto scorso ho assistito alla presentazione del progetto di cui vado a parlarvi in occasione del Disaster Fest organizzato alla Masseria Foresta Autogestita nei dintorni tarantini (con concerto annesso della banda, per me la migliore della bella serata), dove Max, voce della band, ha spiegato l'iniziativa messa in piedi. Lodevole, per storia, contenuto, messaggio e finalità.

Nonostante ci siamo persi di vista da svariati anni, per mancanze del sottoscritto, ho continuato a seguirli attraverso i dischi, assistendo alla loro crescita e trovandomi pressochè concorde con lo sguardo analitico espresso attraverso testi e presenze in contesti che riflettono la loro attitudine libertaria contro. Parlo dei CONTRASTO, veterani dell'underground nostrano, appartenenti alla storica ondata HC della seconda metà anni '90, nati in quel vitale territorio tra Cesena, Forlì e Cervia, con bella gente e valide situazioni che quando potevo ho frequentato in quegli anni (dal Confino al Casello okk, amici tra Roid, Rebelde, Le Tormenta, La Quiete, fanzines e distro annesse...), saggiando di persona la bontà del loro sbattersi per le proprie idee. Una solida band sempre pronta a dare mano col suo integro hardcore da ben 25 anni, laddove hardcore abbraccia il suo pieno significato, quello insito nella sua natura antagonista. Prova, ennesima, questo cd + libro che riprende una documentazione fatta di umanità violata, sottoposta ad ogni genere di ricatto e coercizione, dimenticanza quando va bene, spesso umiliazione.

In questo specifico caso, si ripercorre quanto accadde nei giorni prossimi alla liberazione d'Italia dalla piaga nazifascista nel 1943, con la rivolta (per fame...) nell'ergastolo di Santo Stefano in Ventotene (tristemente noto come luogo speciale per la detenzione di dissidenti politici, chiuso poi nel 1965), utile ancora oggi a comprendere le schiaccianti dinamiche sull'esercizio del potere del piu' forte da una parte e l'audace autodeterminazione che si fa lotta a quell'iniquo sistema dall'altra. Una tensione palpabile positiva per quel moto d'innesco nelle coscienze, in condizioni estreme se non proprio disperate, eppur vive, nonostante il rapporto di forze impari: altro che impotente soggezione al destino!

L'istituzione carceraria è uno dei pilastri su cui fondare il buon esempio da parte del potere, senza fare inutile retorica. L'abbandono nelle quattro mura dell'individuo significa disfarsi del problema senza affrontarlo: il carcere con il suo sistema abbrutizzante, contenimento sociale che agisce per sottrazione al fine di redimere (annullare?) l'individuo pensante, allontanato dalla mischia sociale-produttiva per conformarsi a ciò che si attende da lui la giusta società perbenista che ostenta così la democrazia...appunto, democrazia e società. Quali? Quelle ipocrite dove trionfano arrivismo, menefreghismo, che inducono sfrenatamente ai consumi? Quella democrazia dell'azzanno consentito per l'agognato status sociale da esibire calpestando tutto a danno di altri, che fa crescere disparità e inevitabilmente difficoltà dello stare al mondo (specie quando le condizioni di partenza non sono alla pari)? Quella società che innalza ancora muri e muraglie, distruzione in nome di un progresso materiale che rema contro la vita stessa, che diffonde false informazioni e cibi tossici, che ostenta posizioni da medio evo? Una seria e profonda analisi della struttura e logica carceraria implica una spietata critica al sistema dominante, ergo, la società capitalista dentro cui viviamo, andando magari oltre l'indignazione a costo zero, buona unicamente per i salotti. Cosa fare? Riformarla, abbatterla, migliorarla? Tutto valido, se questo dipende e diventa un applicativo pratico, per quanto articolato, di estensione della propria sensibilità personale votata allo scopo, utile a capire meglio i meccanismi che la regolano agendo di conseguenza.

Il primo pezzo è l'audio racconto dello scritto che trovate all'interno del libretto, a seguire potrete (ri)ascoltare 23 brani dall'umore mai pacificato (il vero sentimento Hardcore, dopotutto), pescati dagli ultimi dischi della band dati alle stampe tra il 2012-2018, sempre all'insegna della coproduzione da famiglia allargata (il mezzo per arrivare ad una più possibile diffusione del disco in ogni angolo dello stivale e oltre, quella rete concentrica che anima il diy, nel connettere e condividere i progetti attivamente con spiriti affini).

Furiosi spesso (Democrazia (un cappio al collo), Tornare ai resti, Più di mille parole, Prima che tutto sia altro, Credere obbedire crepare a testa in giù), compatti e secchi (Cambiare tutto per non cambiare niente, Come il soffitto di una chiesa bombardata, Politica e rivoluzione, Ultimi fuochi di resistenza), dall'intensa narrazione (Questa non è forse guerra, Cento fiori son sbocciati, Le tue promesse sono pietre, la splendida conclusione acustica C'è qualcosa in me che è più vecchio di me) o tutto insieme, questi gli aspetti che incarna il loro travolgente HC dal fuoco vivo (che conserva sempre sotto sotto una ruvida scorza melodica), con quel lucido filo conduttore che, da un quarto di secolo, esprime rigetto ad un sistema che falsa e deforma la vita di molti, rendendola poco degna di essere vissuta, come invece meriterebbe la vita d'ognuno, importante e non ripetibile.

Una pagina strappata all'oblio storico, di quella che a noi piace ricordare ("Per quanto si tenti di ridurla al silenzio, la storia umana si rifiuta di tacere", dalle parole dello scrittore Eduardo Galeano), fatta di rivolta e resistenza in un periodo convulso del nostro percorso nazionale, un prezioso recupero di quella dignità calpestata ma non vinta, tuttora valida per un riaffermare di quella giustizia umana per troppo tempo soffocata (emergenza ancora odierna). Un racconto adeguatamente supportato da una colonna sonora che estende e rafforza il concetto esposto. Questa è azione di Contrasto.

Importante: e' il primo cd sfornato dai Contrasto, in una marea di vinili a cui rimangono fedeli, formato editoriale stavolta scelto per cercare di entrare nelle carceri, da sempre off limits per mille contestabili motivi. Dalle loro parole: "Portare la musica dentro un carcere significa poter mettere in risonanza/riverberare l'immaginario di chi si trova costretto/rinchiuso in un luogo di implosione e di torsione psico-fisica".  Non sono da soli, non siamo da soli.

contrastohc@gmail.com

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