martedì 9 febbraio 2021

Masseria MAIZZA - Fasano (BR) 1996-2002 ...Old's Cool!

 


Semplicemente, un breve ma doveroso ricordo di una grande esperienza nostra, per vicinanza e sentimento.

Sì, perchè quella bella e spaziosa costruzione immersa nella campagna e non distante dal mare, qual è stata la masseria Maizza, è stata la casa ove incrociarsi nei tanti fine settimana durante quei sei anni e poco più che hanno segnato il suo intero ciclo esistenziale, che molti di noi ancora sentono con smisurato affetto, al netto dell'effetto nostalgia (canaglia).

Vado a memoria...

L'atto finale fu la conclusione, nel settembre 2002, del contratto di comodato d'uso decennale siglato tra proprietà e cooperativa sociale cui era stata data in gestione, e nonostante l’impegno per cercare una mediazione sino all'ultimo istante, era chiaro a tutti che l'altisonante progetto di sfarzoso snaturamento avrebbe prevalso. Infatti era già in cantiere la trasformazione del sito in un agriturismo de-luxe, con tanto di piscine e campo da polo per ricconi. E così fù. 

Ma cosa avrà avuto di così speciale questo posto, per parlarne ancora a distanza di oltre 18 anni? Lo ripeto, una delle più illuminanti esperienze locali.

La storia fu attivamente promossa e inizialmente avviata, diciamo nel 1995, grazie allo sprono della Rumble Fish Corporation, stoica diylabel-distro messa su da Antonello L'Abbate con gli altri Shock Treatment, decani della scena pugliese in ballo dal 1991 al 2003 (con ben 6 dischi e 3 demo-tapes pubblicati: immaginate un suono stravolto -a trazione ritmica- che si abbevera della fonte post nelle sue varianti dissonanti e arcigne declinazioni, che siano core o noise, hard o punk, se non tutte insieme in libertà), i quali decisero di dare mano preziosa ai pochi gestori, collaborando fattivamente alla vita del luogo, rianimato con il coinvolgimento delle nuove leve autoctone, accomunate dal collante musicale e desiderose di crescere con le proprie forze. Man mano che la convinzione cresceva ed il gruppo costituente si conosceva all'atto pratico -anche dibattendo criticamente- la faccenda montava e meglio si definiva il progetto in essere che si erano prefissi, proponendo attivita' che rispecchiassero le anime degli attivisti, senza obblighi né convenienze di facciata, solo voglia di fare a modo loro e niente più. Meglio fare che non fare, no?

Così nacque l'idea che l'avrebbe fatta conoscere e ricordare negli anni, una meritata fama guadagnata sul campo con quel ghiotto appuntamento che si teneva puntuale come un orologio svizzero ogni anno a luglio: il Rumble Fish festival, che muterà poi denominazione nel 2001 in Maizza festival, tributo appunto all'accogliente masseria ospitante. L’iniziativa era volta a mostrare, nel corso della consueta due giorni, band -principalmente HC/punk- dell’area underground italica, orbitanti nell'universo dell'autoproduzione; dalla prima edizione in una diversa location (Circolo Pericle) con soli gruppi locali, alla prima nazionale del 1996 durata ben tre giorni, che in realtà fece da presentazione al cd Get the Usual suspects out, coproduzione a 4 che vide coinvolta la stessa R.F.C., con la presenza di quasi tutte i nomi partecipanti alla -valida- compilation (qualcosa come 16 band su 20!), poi stabilitasi con lo standard degli 8 gruppi in cartellone, andata avanti sino ad arrivare alla ottava ed ultima nel fatidico 2002, quella accolta, per la prima volta, da uno scroscio d’acqua tale da costringere a tenerla indoor. Ogni anno ho fatto in modo di esserci, come tanti altri, pur vivendo altrove, riuscendovi sempre e comunque...Perche'?

Il significato di scena emergeva e si rafforzava proprio in queste situazioni, tra incontri e reincontri, nuovi e vecchi amici con happening all'insegna della sbracata (pre) vacanza, specie per le truppe calatesi fin quaggiu' a godersi mare e campagna, per quanto in basic condition, spiattellati in un weekend di quelli belli torridi, come da sudata consuetudine pugliese. Abbracci e baci, scambi e acquisti dai banchini, progetti da sviluppare tra improvvisate cordate diy nate davanti un piatto di pasta, una birra o partita a calcio, foto, video e quant'altro ci faceva sentire sulla stessa lunghezza d'onda, contribuendo ognuno a modo suo a creare l'evento.

Personalmente non dimentico diverse serate tirate a fare l'alba, passate a chiacchierare su mille argomenti, col Presidente Antonello (l'urlante burbero dal cuore d'oro) o qualche cena di ritrovo a cazzeggiare ascoltando musica, suonata o diffusa, anteprime di pubblicazioni, fossero fanzine (qui operava l'ottima Karta Kanta/Carta Stracci del bell'Angelo Olive), cassette e/o dischi poco importava, predominava il piacere di stare insieme... Momenti superlativi che hanno cementato amicizie toste, di quelle che sopravvivono, che ci si riveda dopo 10, anche 20 anni e sembra invece come la sera prima.

Oltre a una vagonata di italiani, anche diversi gruppi esteri hanno calcato le assi del palco in&out (con il clou Avail/By All Means nel sett. 1998), nonostante la parsimonia con cui venivano organizzati i concerti (di media un paio al mese), conservando quella voglia di divertirsi nell'organizzare le cose, anche perchè le attività non erano finalizzate solo all'atto live o unicamente recuperare fondi per autofinanziarsi (per quanto una costante dei posti autogestiti simili...gia', il prezzo della liberta'). Difatti, le iniziative messe su dal collaudato staff (sfidanti all'ultimo sangue nei tornei di risiko promossi, va detto) erano varie e si susseguivano tra programmazioni di film/documentari, presentazioni libri, oltre al laboratorio di restauro mobilia, info shop, passando per il mercatino di abbigliamento di seconda mano (senza dimenticare la creazione di due sale prove, solitamente ad uso degli interni S. Treatment, i fuzz corers No Exit ed i cafo-noisers Phonorakes e dalle filiazioni scaturite dallo scioglimento delle ultime due, l'effervescenza punk-r'n'r dei Gangway! Man ed il sofferto incedere post-HC degli Erpice, tutti con dischi all'attivo, passando anche per Brusca e Superbarbers...). Una preziosa palestra per tanti giovani alle prime armi e non che, da quest'insieme, hanno saputo trarre stimoli per costruire autonomamente il proprio modello nelle proprie aree di riferimento, anche se a due passi. Altre solide situazioni si sono susseguite nei dintorni negli anni (la Masseria Foresta Autogestita, tuttora attiva e impegnata, per dirne una) però il fatto che si respirasse quel senso comunitario la rendeva speciale, se non familiare, almeno per chi l'ha vissuta nella sua forma più sana e coinvolta.

Insomma, in un periodo pur propizio per occupazioni e contesti autogestiti (se ne contavano in regione una quindicina, oltre a varie t.a.z. improvvisate), una tappa fondamentale per la Puglia nello sviluppo dei fermenti antagonisti del tempo, un cantiere dove i gruppi trovavano la famosa isola felice, imbattendosi realmente nella pratica cultura do-it-yourself, sbattimento e soddisfazioni inclusi, andando anche ben oltre il piano squisitamente musicale. Una inestimabile esperienza per chi come noi ha avuto la fortuna di viverla e, anche dopo quasi quattro lustri, unica. Sì, una nostra gran bella storia, di fatto alternativa.


P.S.: Diretta appendice, visto il naturale collegamento col fin qui narrato, il nuovo posto autogestito, attivato nel 2003 da diversi orfani coinvolti nella precedente storia: il Coccaro 3, nome preso dal riferimento ubicativo dell'area (la stessa della vecchia locazione). Quando le cose cominciavano ad ingranare, nel marzo 2006 i locali furono bruciati in maniera dolosa, provocando ingenti danni alla struttura dell'intero casolare, inclusa la strumentazione ed il resto presente nelle stanze, che solo grazie ad una sottoscrizione da mutuo soccorso diy su scala nazionale fu resa meno pesante, almeno dal punto di vista economico. La conseguenza però fu la prematura interruzione delle attività, e purtroppo stavolta a tempo indeterminato. La memoria rimane, nel bene e nel male, che si sappia...

Citando alla rinfusa, un caloroso saluto e perpetui ringraziamenti a:

Antonello e Oriella, Fernando, Achille e Elena, Francesca, Ignazio e Domenico, Michele, la famiglia Olive (Angelo, Vincenzo e Franco), Paolino, Pierino, la coppia in trasferta Cristina e Donato, Giuseppe Pugliese, l'altro Giuseppe, Stomeo, Vito, Palmina, Piero, Lucio, Annarita, Gianfelice, Ambrogio... e tutti gli altri coinvolti, che solo il sopravanzare dell'età mi fa involontariamente dimenticare.


lunedì 1 giugno 2020

IGGY & The STOOGES Raw Power - lp 1973 CBS/Columbia



Continuando a parlare di numeri primi, qui sviscero il contenuto di un altro esempio da top personale.

Etica, estetica e suono: l’atto di nascita ufficiale del punk-rock. Questo rappresenta RAW POWER per chi scrive. D'accordo, prima di loro c'erano stati altri forsennati esempi come Seeds, Sonics, Deviants, gli stessi amici fraterni MC5, le seminali garage band minori degli oscuri sotterranei 60's riesumate dal buon Lenny Kaye nelle storiche comp. Nuggets... Tutto vero, ma senza che nessuno di questi si fosse mai avvicinato al nichilismo espresso in musica (e non solo) da questi giovani disadattati. Ribadisco, questo rimane, se non il primo, di sicuro l'esempio massimo di punk prima che lo stesso venisse codificato come genere, anche solo per mantenersi a livello puramente musicale, con una sua fisionomia e personalità indipendente. Walk on the real wild side of life...

Il paradiso era Detroit, nel Michigan” disse un tale Lester Bangs...
Gli Stooges nascono (come Psychedelic Stooges, nei primi concerti) nel 1967 ad Ann Arbor, nell'area della motorcity Detroit, città questa che ha sempre mostrato un carattere alquanto instabile (l'alienazione da catena di montaggio?) quindi poco incline all'imperante flower power in voga all'epoca, un posto molto più intriso di duro realismo quotidiano a scontrarsi con le astrazioni hippie-filosofiche tutto peace and love e sballi di espansione mentale del periodo. I nostri, James Newell Osterberg Jr. ribattezzatosi Iggy Pop, i fratelli Ron (chitarra) e Scott (batteria) Asheton e Dave Alexander (basso), non rimangono immuni dal contesto sociale (e viziacci...) e riversano nel suono il proprio turbinio personale (specifico, senza nessuna collocazione ne' aspirazione politica) e da subito sono bombardamenti a tappeto.

Dopo la prima fase che ha partorito nel 1969 un malsano esordio dannatamente morboso (THE STOOGES), ed un acido seguito furiosamente allucinato l'anno dopo (FUNHOUSE), perdono il contratto per scarse vendite con la Elektra (label avente nel roster Doors e Love, tra i tanti), nonostante le insistenze con la dirigenza per il rinnovo attuate da Danny Fields, che aveva portato la band e gli MC5 nella prestigiosa scuderia (nella quale rivestiva in pratica il ruolo di A&R: a lui si deve qualche anno dopo la scoperta dei Ramones, dei quali sarà il manager per alcuni anni) e dei quali si sentiva un po' il fratello responsabile. Insomma, nell'estate del 1971 sembrano sparire dalle cronache musicali.


Ma la creatura risorge mesi dopo -come uno zombie, data la fattanza imperante-, con un rimescolamento della formazione (per un breve periodo allargata a sei elementi!), grazie all'interessamento concreto del MainMan management, ove approdano su invito di David Bowie, innamoratosi dell'Iggy più che della band (you know Z-Iggy?), allora a livelli stellari in quanto ad ascesa e popolarità (ricordo siamo in piena esplosione glam-rock). Viene loro promesso il rilancio della carriera, con tutto il gusto della meritata rivincita...Date queste premesse, i nostri si preparano al meglio a Londra, dove si erano temporaneamente trasferiti nell'estate del 1972 (su scelta del management, che decise di allontanarli dagli Usa nel serio tentativo di rimetterli in pista), forti di un accordo con la CBS/Columbia, per concepire e registrare il terzo lp, stavolta, cosa non trascurabile, a nome IGGY & THE STOOGES. Ebbene sì, gli englishmens puntavano tutto sul frontman, il quale metterà in chiaro di prendere lui e tutto il pacchetto, cedendo giusto al compromesso della nuova denominazione.




RAW POWER esce nella primavera del 1973, dopo vari rimandi, pur essendo già pronto da diversi mesi (all'epoca la maggior parte dei gruppi faceva uscire spesso più lavori nel corso di un solo anno), ed apre col botto, con quella frustata a sangue chiamata Search &Destroy! Il pezzo punk per antonomasia: nudo e crudo, ficcante, dai volumi poco livellati spacca impianti! Già solo questa grezza gemma li avrebbe fatti entrare nella storia, un vero e proprio inno, con quella chitarra che s'inventa un solo-riff a dettar legge e Iggy che sputa il (tanto) veleno che ha in corpo, ma il resto non è da meno. La tregua sonora, ma non testuale, dell'intensa Gimme danger seduce (per quanto disperata sia), ma altri calci ben assestati negli stinchi si susseguono: Raw Power (quella col rutto d'ingresso ed il piano martellato, ok?) e la tagliente Your pretty face is going to hell (nata come Hard to beat), trascinanti loud volume r’n’r basici (proto-punk!) assicurano energia ad alto voltaggio; la lussuria allo stato puro di Penetrate, perversa quanto il suono; I need somebody rallenta con la sua tossicità blues (nella parte del refrain, se sostituite la chitarra con una tromba ne vien fuori uno standard dei '40!); la torrida Shake appeal ci attorciglia nel suo implacabile ritmo condita anche da handclaps, portando dritto a Death trip, che svela già nel titolo e nella durezza della missione (We're going down, going down...) la devastazione esistenziale in corso dei nostri figuri, concludendo questo viaggio verso la perdizione… Dicevamo, dammi pericolo: a quanto pare lo spericolato singer questo cercava. Live incandescenti, dove il nostro contorsionista col fuoco che brucia dentro si taglia, salta, rotola a terra, azzarda stage diving e crowd-surfing ante litteram...Situazioni che diventano spesso caotiche, da non sapere come e se andrà fino in fondo il concerto, performance oltremodo esasperate e fisiche, che mettono a dura prova i 4, il cui degno e rappresentativo live non poteva che essere l'estremo (anche come incisione, da bootleg qual è) METALLIC KO, uscito poi su Skydog rec nel 1976. Altro che intrattenimento e lustrini, tra bottigliate e ferite con un'attitudine realmente provocatoria, audience e band -in un clima di accerchiamento, a distanza zero - a molestarsi reciprocamente. Da rovina totale. “Dicono sia la morte ad ucciderti, ma non è così. Sono la noia e l'indifferenza a farlo” (Iggy).

I grandi mattatori sono senza dubbio il singer, qui con il suo particolare urlo cantato, e James Williamson, novelli glimmer twins come gli amatissimi Rolling Stones, unici compositori dell’lp (nonché gli unici ancora in vita), sodali anche nel consumo della droga per antonomasia dei '70. La vera scoperta è proprio Williamson (già nei Chosen Few), a vederlo un incrocio tra Jeff Beck e Keith Richards, con la sua affilata chitarra a sparare rasoiate letali, a legare con la travolgente ritmica dei rientranti Asheton bros (il collezionista di cimeli nazi Ron, passato appunto al basso, e il bello e pericoloso fratello Scott, qui in un ruolo loro malgrado più da comprimari), serrati nei 34’ in cui si sviluppano gli 8 focosi pezzi. Pur non disconoscendo il recente passato, ne accentuano la componente più violenta (sacrificando magari la vena free): invece di smussare gli angoli grezzi del suono, dono della maturità solitamente, fanno l'esatto contrario, aguzzando maggiormente gli spigoli sino a ferire, più semplici e diretti, da non lasciare scampo alcuno...Dissoluti ed allo sbando, per questo pronti a tutto e contro tutti, con la volontà di farlo fino in fondo (sulla consapevolezza avrei qualche dubbio...), caratteristica di chi non ha proprio nulla da perdere. Self destruction blues...


Altro ruolo chiave lo ricopre la copertina, che immortala un fascinoso Iggy nel -mitologico- concerto tenuto a luglio 1972 a La Scala Theatre a Londra, l'unico degli Stooges tenuto in Inghilterra nei '70, quando erano lì di casa a comporre l'album in oggetto. Questo iconico scatto fatto da Mick Rock (che raccoglierà l'intera session in un apposito libro fotografico, già foto-copertinista per Syd Barrett, David Bowie, Lou Reed tra gli altri), fu usato dalla Columbia su scelta della casa madre CBS, senza l'approvazione e all'insaputa della band e di Iggy, il quale pare l'abbia sempre odiata, al pari del monster lettering scelto graficamente, ritenuto trash...Si, bastarda la major (mica si smentiscono), ma scelta azzeccata a venire!

Dicevamo dell'alieno Bowie, personaggio chiave che in questa fase pare abbia fatto il buono e cattivo gioco influenzando il destino della band, guadagnandosi però il merito di aver insistito per la pubblicazione dell'lp, vista la riluttanza dei suoi soci, dal manager Tony De Fries alla stessa CBS. Difatti Iggy, occupatosi della produzione e missaggio, presenta un lavoro ritenuto indecente dall'etichetta, e qui Mr. Jones in prima persona si offre di remixare l'album appena completato: intervenuto per salvare il salvabile (e con mille sensi di colpa), non migliora di molto la situazione, ma anche il mix sgraziato che proporrà gioca qui un ruolo cruciale, donando al tutto una cruda ferocia. L'ultima batosta sembra l'abbia data il mastering mancato, fatto senza la dovuta cura e spinta giusta, a detta dell'Iggy anni dopo...

Insomma, nonostante i buoni presupposti iniziali, quasi tutto è andato storto, dalla scarsa visibilità al carattere poco commerciale della release (certo non un disco adatto alla massa) ma anche a causa della stessa natura dei 4, poco inclini a strategie di mercato e accondiscendenza... Un disco tutto istinto che all'epoca fu tacciato di involuzione, vendendo di fatto poco, decretando così la disfatta della band, sancita a febbraio 1974. Ma l'immediato futuro avrebbe riservato attenzioni diverse al disco ed alla band (quando si dice il futuro non è ancora stato scritto), proprio grazie all'esplosione del punk-rock '76/'77.
Nel 2010 sono stati ammessi nella R'n'R Hall of Fame: per quanto ci possa interessare l'attestato mainstream (per i seguaci già c'erano da tempo immemore), rimangono uno dei tanti esempi da rivalutazione post mortem, a sancire il giusto posto nella storia.

L'Iguana, dopo una forzata pausa per rimettersi in piedi, farà partire la carriera solista, sempre grazie alla mano gentilmente fornita dall'onnipresente Duca Bianco, che lo coadiuverà nei primi lp prima di lasciargli spiccare il volo (diciamo concretamente dopo Blah blah blah del 1986), che ben continua ancora a 73 anni, ormai onorata dallo status di leggenda vivente che tutto può e fà. Carriera solista che comunque lo consacrerà come autore di altre pietre miliari in campo rock, anche citando solo i primi due album The Idiot e Lust for life (ma io ci schiaffo pure American Caesar)...Se l'obbiettivo era diventare il perfetto frontman rock di tutti i tempi, diciamo che il plusdotato singer (nato però batterista con gli Iguanas e Prime movers) lo ha raggiunto a pieni, unanimi voti.
Si mormora che i tre Doors restanti pensarono a lui per sostituire il Morrison, tra l’altro ispiratore del nostro, seppur in una versione ancora più riottosa e lasciva, unione non andata in porto proprio per colpa del succitato problemino che lo affliggeva (un po' come infilarsi dalla padella alla brace...).

Allo scoccare del nuovo millennio cominciano a susseguirsi voci su una possibile rentrée della primitiva creatura. Proprio sull'album dell'Iguana Skull Ring del 2003, si hanno le prime avvisaglie che l'idea di rivedere gli Stooges nel nuovo secolo non era proprio fantascienza: infatti, in 4 dei 16 pezzi (peraltro dignitosi) figurano i low profile bros Asheton. Detto fatto: dopo l'apparizione al Coachella festival nell'aprile 2003, tornano ufficialmente in pista con 3/4 della prima line-up, con al basso il funambolico Mike Watt al posto del defunto Alexander, ai quali poco dopo si aggiungerà il sax del redivivo Steve MacKay, formazione che ha generato l'album THE WEIRDNESS nel 2007.
Nel 2009 ci sarà tempo anche per la porzione IGGY & STOOGES, ossia il rientro del Williamson al posto del da poco defunto Ron (1/1/2009), con annessi altri tour mondiali anche a supporto del nuovo album READY TO DIE del 2013, ma la morte di Scott nel 2014 (oltre a quella di MacKay nel 2015) ha definitivamente messo la parola fine agli Stooges 2.0., ufficializzata il 22 giugno 2016. Una reunion, diciamolo, frutto più di calcoli: per me, Iggy ha voluto in qualche modo ripagare gli altri -a mò di pensione- nei loro ultimi anni di vita, alzando moneta sonante con la rimpatriata live, garantita dal redditizio nome.

Nel 1997 proprio Iggy decise di rimettere mano remixando l'album colpevole, con risultati pressochè invariati...Se vi può interessare, nel 2010 fu pubblicato un doppio lp contenente questa e la versione originale col Bowie mix. Sempre nello stesso anno sarà la volta di Raw Power de-luxe Legacy edition, che lo accomuna ad un (buon) live dell'ottobre 1973 ad Atlanta denominato Georgia Peaches. La novità è la presenza di 2 inediti scovati per l'occasione: Doojiman è un pezzo da riscaldamento pre-concerto a dirla tutta, che si evolve in una sorta di tribale jam voodoo; l'altro è il più selvaggio Head On, già noto ai cultori, in una versione più strutturata per quanto catturata durante le prove. Non credo di offendere nessuno dicendo che entrambi nulla aggiungono alla folgorazione che potranno indurvi gli 8 della storica scaletta.
Per i più esigenti esiste anche la super-deluxe edition, che porta in dote ben 3 cd (di cui uno con rarità, outtakes e alternative versions), 1 dvd, il 7” Raw Power/Search & destroy nella riproduzione made in Japan, 5 stampe apposite più corposo libretto 48 pagine, acquistabile sino a qualche anno fa solo dal sito della band. Quella che si dice l'edizione definitiva (delle circa 150 versioni indicate su Discogs).

Materiale interessante per completisti (come me, of course): la raccolta demo 1972-73 Rough power (con la specifica indicazione “Guaranteed Bowie-free!”), uscito nel 1994 per la Bomp del compianto amico e fan Greg Shaw (che inaugurò intorno al 1991 una apposita serie per l'etichetta chiamata The Iguana Chronicles, con svariati titoli fuori), i piuttosto simili More Power e Dirty power, accanto al dettagliato box Heavy Liquid (Easy Action rec.) e Rare Power del 2018, presentati tutti con inediti (confrontarne sempre la veridicità: i nostri erano a corto di moneta quindi sembra abbiano venduto e rivenduto la stessa roba a più persone nei '70), oltre ad una pletora di dischi borderline tra stampe bootleg e semi-ufficiali.



Un altro disco da leggenda (che-ve-lo-dico-a-fà: 3 capolavori su 3), per impatto e portata pesante, quella devastata/devastante grazia fonte primaria di abbeveraggio e santino del punk '77, tuttora citato da band note e meno note, che li hanno coverizzati indistintamente (spesso in maniera filologica: dai Sex Pistols/Vicious, Guns'n'Roses, Dead Boys, Dictators, Damned, ai Samiam, Hard-Ons passando per Juliette Licks, Emanuel, ed un milione di altre). In giro si trovano alcuni tribute album, dei quali segnalo l'interessante -nonché uno dei primi ad uscire- tributo australiano Hard To Beat (Twenty-One Stooges Killers) del 1988 in doppio lp per la Au go go rec: ascoltate cosa son capaci di fare i nuovi adepti dalla terra dei canguri (da sempre ricettiva al culto detroitiano), caricati a molla nel cercare di avvicinarsi all'animalesca essenza sprigionata dagli originali.
Se volete sentire una delle band che secondo me ha compreso ed assimilato in pieno il credo dei 4 rivolgetevi agli inglesi Thee Hypnotics, i loro eredi trasposti negli anni '90.
Altro noto fan della band sicuramente é Jim Jarmush, regista ed ideatore del gran bel dvd Gimme Danger, il documentario sulla band uscito nel 2017, che copre brillantemente l'intera carriera dei coinvolti.

Ha ragione Duff McKagan, quando afferma che Raw Power dovrebbe essere usato come unità di misura contro il cattivo gusto della scena rock. Un suono abrasivo, sfrontato, realmente urticante nel suo essere violento come pochissimi fino ad allora, credibile e viscerale rock ‘n roll stradaiolo, con quella sporcizia conturbante lato bassifondi... Qui la lezione è di quelle che lasciano il segno, nella testa, nel cuore, nel fisico (e nelle vene...): Raw power is more than soul, has got a son called (punk) r’n’r! Lunga vita.

P.S: Proprio questo disco fornì nel 1981 il nome -adatto!- ad una band di Poviglio (RE) a noi molto cara, ancora oggi attiva tra dischi e palchi nostrani e internazionali, la più longeva del nostro HC...



sabato 23 febbraio 2019

HUSKER DU - Lo specchio della vita



Continuando a parlare di personali numeri primi (vedi precedenti scritti Negazione e Kina), non posso esimermi dal raccontare la parabola del trio più famoso di Minneapolis. Tutte le band di cui ho finora parlato sul blog, li hanno incrociati o devono qualcosa a loro: i Doughboys all'inizio venivano etichettati Husker-core, gli Asexuals ci hanno suonato insieme qualche volta, i Samiam li richiamano col loro taglio malinconico, passando per i MC4 che, oltre a coverizzarli, ne sembravano una versione uk-powerpop, per finire con i Kina definiti Huskers from the mountain…Tanto per darvi qualche dettaglio. Ok, ma c'era bisogno dell'ennesimo HD excursus, dopo che ce l'hanno propinato tutte le più attendibili riviste e fauna web specializzata? Senza nulla togliere alla validità di tali articoli (ne ho letti una moltitudine e nessuno si è dimostrato inferiore alle aspettative: ognuno ha aggiunto qualcosa, dalle proprie analisi a notizie/stranezze scovate chissà dove, arricchendo così di nuovi particolari il racconto sulla band), francamente, il problema proprio non me lo pongo. Basta dirvi che per me rappresentano un punto fermo, stop. Da fan, per i fan del gruppo e per tutti coloro che si cibano di musica, da quando ci si alza fino a che ci si addormenta.



“Nei primi ‘80 bisognava partire dall’HC per andare oltre…”
Me la immagino la prima volta che vi siete imbattuti nel bizzarro nome: "Eh? Cos'è?"...La stessa sensazione di stupore si è ripetuta ascoltandoli, vero? Sappiate che non siete i soli. Siamo nell'estate 1978 a Minneapolis (Minnesota): qui un giovanissimo Bob Mould (studente fuorisede di sociologia e dj della college radio locale), frequentatore del Cheapo Record store incontra i due commessi del negozio Grant Hart e Greg Norton, e di comune accordo decidono di suonare assieme nominandosi HUSKER DU (TI RICORDI in svedese, dal nome di un gioco da tavola). Esordiscono live con l'inusuale -per loro- line up a 4 (con l'aggiunta di Charlie Pine) il 30 marzo 1979, subito ridimensionata a trio quando cominciano a suonare a più non posso in giro; escono due demos ed arriva il primo 7" autoprodotto (genn.'81: l'atipico Statues/ Amusement, quasi devoto al suono post-punk inglese), promosso con un tour denominato Children's Crusade che va dal 22 giugno al 15 agosto 1981, ultima data questa giocata in casa, dalla quale scaturiranno le registrazioni live che riempiranno l’intransigente esordio lungo LAND SPEED RECORD. Il disco -l’unico marcatamente politico a firma HD, a cominciare dalla emblematica copertina- viene pubblicato nel genn.'82 dalla californiana New Alliance (fondata e gestita dai Minutemen), vede allineate ben 17 tracce in 27 minuti di fuoco, dove la frenesia detta la linea da seguire -Ultracore è il nome di un pezzo, rendo l’idea?-, ad eccezione della finale Data Control a differenziarsi dal resto per lentezza e durata. Il Black Flag Chuck Dukowski dirà: "Probabilmente sono il gruppo più energetico che esista!"...c'è da fidarsi. 
Dopo il 7"ep In a Free Land ancora per la piccola label, che attirerà buone attenzioni con l’ottima title-track, viene dato alle stampe nel genn.'83 sulla loro Reflex, co-fondata con Terry Katzman nel 1980 (fido live-engineer fino al ’83 e boss in seguito della Garage D’or, che doveva marchiare l’abortito progetto della stampa dei primi due demos della band, da tempo bootlegati) il 12"ep EVERYTHING FALLS APART (ristampato poi col titolo prolungato in ...AND MORE in cd nel ’93 dalla Rhino, con l'aggiunta dei sopracitati 7" + inedito). 12 movimentati pezzi, con cover di Donovan (!), a loro agio nelle velocità HC del periodo (Punch Drunk, Bricklayer, Obnoxious), anche se una timida melodia comincia ad affiorare qua e là (la title-track, From the Gut, Gravity). In questo periodo la band farà una apparizione nell’album dei bostoniani DYS “Brotherhood”. 
Il disco convince chi già li stava seguendo, soprattutto un tale Greg Ginn; difatti, il seguito METAL CIRCUS appare nello stesso anno col logo SST e mostra chiaramente che qualcosa sta cambiando (anche testualmente). Sale gradualmente il tasso melodico, cala la velocità ma non a scapito dell'intensità tipica delle loro composizioni, su tutte It’s not funny anymore e Diane (evergreen a firma Hart) e nella concitata First of the last call... il costante work in progress comincia a dare i primi preziosi frutti, filosofia questa che mai li abbandonerà. Won't change, una delle varie outtakes di MC, verrà ripescata in versione live per la comp. A diamond hidden in the mouth of corpse della Giorno Poetry Systems (label del poeta NY John Giorno) uscita a fine 1985...buona ricerca!

1984: l'anno zero dell'indie USA
Il nuovo anno viene inaugurato a maggio col 7" Eight miles High (w/ Masochism World dal vivo), la cover del loro amore sixties, i Byrds, aggiornata con rispetto, brillantemente trattata secondo il personale filtro, al punto da sembrare un originale. In questa occasione verranno descritti come il perfetto matrimonio tra i selvaggi ’80 e i candidi ’60, anche se meglio centrò il punto Mauro Zola su Dynamo nel dic. ’95, scrivendo: “Ci facevano sentire moderni senza rinnegare quanto eravamo stati fino ad allora”... Sacro e profano: il preludio di grandi cose a venire.
Il gruppo annuncia l’ambiziosa intenzione di editare un doppio album, cosa inusuale -ai tempi- in ambiti HC/punk, ma quando arriva a luglio ZEN ARCADE c'è solo da convincersi che ci si trova di fronte ad un gruppo eccelso. Registrato e mixato in 85 ore quasi tutto in presa diretta, ad eccezione delle voci e poco altro, ed in notturna per risparmiare, snocciola 23 tracce in piena libertà espressiva, che mettono in mostra una varietà di stili ma che sembrano un corpo unico, senza cedimenti grazie ad un feeling speciale… Uno dei dischi più intensi si sia dato sentire: dalla selvaggia opener Something I learned today all'innato gusto melodico di Chartered trips e Whatever, dalla pianistica One step at a Time all’acustica Never talking to you again, dalla meditativa Standing by the sea all’anthemica Turn on the news passando per le furiose HC songs I'll never forget you, Indecision time, Beyond the Threshold, finanche sperimentando con nastri reverse in Dreams Recourring e l’improvvisazione della lunga Recourring dreams (qui si osa pure troppo, a dimostrare libertà totale da qualsivoglia logica di incasellamento). Pezzi riconducibili, almeno in termini di foga, all'area “core” (con il treno Hart e gli altri a ruota) ma dallo spirito fortemente critico nei confronti dello stesso quando si trasforma in dogma. Un disco ove viene centrifugato tutto quanto fatto ed acquisito fino ad allora, rielaborandolo con una lettura volta all’immediato futuro, espressivamente più ricco di soluzioni musicali. Una valida sintesi di istintività, elaborazione e cura generale, nonostante l’asprezza media del contenuto, per molti ardito e fin troppo spiazzante anche in campo HC, almeno per chi non avvezzo a divagazioni sulla materia. Cosa cela il titolo secondo una curiosa interpretazione letta in un libro? La band riteneva interessante come molti ragazzi riuscissero a trovare se stessi (concetto base della filosofia Zen) giocando con i videogames (Arcade è la sala giochi). In realtà concettualmente ZA narra le “imprese” di un ragazzo che lascia il tetto familiare per scoprire la vita passando attraverso diverse esperienze formative per poi accorgersi alla fine che si trattava solo di un sogno, una metafora per parlare del difficile periodo che intercorre tra la fine dell’adolescenza e l’inizio della fase che si fa adulta, come la band d’ora in avanti. 
Comunque sia, Zen Arcade sdogana l’HC -a modo loro s’intende- ad un pubblico diverso dal solito, che magari seguiva l’underground prediligendo altre sonorità; non a caso vengono sovente affiancati ai Minutemen, coi quali hanno in comune la genuina dedizione nel plasmare costantemente la materia base masticata, per crearsi un proprio linguaggio sonoro riconoscibile. Parlo di gruppi animati da una prolificità esplosiva e molta parsimonia: per capirci, $3000 è costato Z.A, l'altro epocale doppio lp DOUBLE NICKELS ON THE DIME degli eclettici colleghi addirittura la metà! Uno schiaffo alle esose produzioni major…Guido Chiesa sulle pagine di Rockerilla nell'86 dirà in una retrospettiva sui Minutemen:"Uno dei fattori che concorrono a realizzare questi primati di economia e velocità è la scelta degli ingegneri di mixaggio, come Spot (HD, M) o Ethan James (M), che proprio dalla mancanza di tempo e dalla rozzezza delle registrazioni senza prove, che per altri sono elementi limitativi, sanno trovare la ragione d'essere del loro talento e un in più artistico". I tizi si incroceranno spesso, tanto che la Reflex editerà nello stesso anno il live 7" Tour spiel, composto da covers di Creedence C.R., Van Halen, Blue Oyster Cult e Meat Puppets rifatte dai tre di San Pedro, contraccambiando così l'aiuto ricevuto agli inizi. Con ZA parliamo di uno dei dischi intoccabili degli ’80, assieme a Let It be dei concittadini amici-rivali Replacements e i Minutemen stessi con Double nickel... (tutti dello stesso anno, vinili che all'epoca raggruppati hanno fatto fuori un totale di circa 200.000 copie!) per capirli e capire meglio la portata sugli sviluppi della musica indie dei '90: un monumento della storia musicale alternativa, che negli anni smazzerà oltre 100.000 copie. Più di un disco, una muscolare prova di forza delle loro serie intenzioni.
Con queste premesse tutti concordano che la consacrazione é ormai a portata di mano e, a dimostrazione della loro smania creativa, il 1985 ci regala ben due nuovi lp! Quale sarà ora la nuova sfida? Il cambiamento nel nome della semplicità, questo sembrano cercare, senza strafare, padroni di sé più di quanto si aspettavano gli altri, controcorrente e per la propria strada fino in fondo per essere sempre rispettosi di se stessi. Insomma, è l’alba di un nuovo giorno.



“Cammini a testa alta, ma ti vendi a basso prezzo / Non ha alcun senso”
NEW DAY RISING e FLIP YOUR WIG, usciti rispettivamente a gennaio e settembre, allargano lo spettro sonoro coniando una irresistibile formula, tale da raccogliere riconoscimenti unanimi ovunque. Le college radio li programmano a ripetizione, parlano da soli alcuni dei pezzi inclusi: NDR vanta la -ossessiva perla- title-track, Girl who lives on heaven hill, I apologize, Terms of Psychic warfare, la stupenda Celebrated summer; FYW ribatte con Makes no sense at all, Divide and Conquer, Private Plane, Untitled, Games, Flexible flyer…Puro, meraviglioso fragore melodico (per Mojo “euforica malinconia”)! L'affiatamento è alle stelle, il suono si fa più lineare e meno spigoloso, con Hart influenzato dai sixties, più canonicamente pop ed immediato, e Mould più malinconico ed elettricamente furioso col suo "urlato melodico" (fonte Stiv Valli), armonia pop -intesa come facilità del senso melodico- ed abrasività punk a braccetto. Due monster album che faranno acquisire al nascente college/indierock una sua credibilità ed autonomia, in grado di farlo emergere e superare il confine del passatempo giovanile per porsi come centrale nelle vicende musicali dello scorso secolo. Se è durato nei decenni lo dobbiamo anche e soprattutto a questa splendida accoppiata.


I due lp erano stati inframmezzati dal bel 7" Makes no sense at all / Love is all around (questa di Sonny Curtis, dal tema del Mary Tyler Moore show), che beneficerà anche dell’accoppiata video, l’ennesimo instant-classic inventato dal trio, acclamato da più parti come singolo dell'anno (che la rediviva label di mr.Ginn ristamperà nel 1990 su 10”/mcd con l'aggiunta del precedente “Eight ...”). L'85 coincide con la prima volta in Europa, dove dalla data londinese verrà tratta la vhs Makes no sense (rieditato in dvd nel 2007 in Australia col titolo Live from Camden Palace), che in 19 pezzi bene evidenzia l'essenziale live set del power trio (e se volete vedere un intervista a Bob aftergig + tre estratti live ricercate la video-comp. del 1986 Punk overload); al NME del 1° febb. 86 invece viene allegata una comp. 7" in cui rifanno la Beatlesiana Ticket to ride -ripresa dal live sopracitato- nella più bella versione ascoltata fino ad oggi. 
A ben vedere un anno che ha davvero dello sconvolgente: sulla conferma del loro status di big dell'underground a stelle e strisce; per la SST, che conscia dei suoi limiti strutturali, capisce che niente può più fare per ingigantire la propria gallina dalle uova d’oro ma solo la band può fare ancora meglio per il suo marketing rimanendo in scuderia (passata dal quasi fallimento a traguardi di autosufficienza con i tre: ogni disco raggiungeva le 50.000 copie, con punte di 70.000 per il best-seller Flip Your Wig); per la band, che si vede fare delle avances anche dalle miopi majors che fiutano possibile grana… E qui la spunta la Warner Bros, alle cui lusinghe inaspettatamente cedono -nonostante un primo rifiuto dopo ZA-, siglando un deal per sette lp. Se gli scapestrati Replacements sono stati il primo gruppo rock underground a firmare per un colosso, loro di sicuro sono stati il primo gruppo HC (rompendo la barriera tra indie/corporate sound come modo d’intendere, cosa buona o becera fate vobis), pretendendo ed ottenendo la completa libertà espressiva -inclusa la supervisione della pubblicità-, visto che da sempre hanno seguito attentamente tutti gli aspetti loro riguardanti: dall'artwork di buona parte dei dischi recanti la mano di Hart sotto lo pseudonimo Fake Name Graphx, alla produzione della partnership Mould/Hart, aiutati da collaboratori come Spot, Steve Fjelstad o Lou Giordano, dal 1984 anche inseparabile fonico live. Questa decisione viene presa dai tre con lucida consapevolezza e non certo perché abbagliati da promesse di ricchezza e successo planetario (pur cercando di capitalizzare quanto cominciavano a riconoscere come possibile carriera), cose che verranno spiegate in una lettera aperta inviata ai propri fans pubblicata da Maximum R’n’R. Per i completisti, segnalo "The Blasting concept vol.II” lp edito a ottobre '85 dalla SST, ove figura un'outtake da NDR, Erase today.


“La rivoluzione inizia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno”
Il primo capitolo major, CANDY APPLE GREY, esce a marzo ’86, e prosegue la marcia di avvicinamento alla loro ideale forma canzone, ricamando magiche melodie per palati vari più del recente passato; senza più scossoni stilistici vero, ma nulla è pregiudicato in quanto a resa emozionale, solo ora in maniera diversa. Sicuramente l’album meno duro e più elastico realizzato, dove spicca maggiormente un sentimento introspettivo ed un sofferto pathos, più vicino a Mould che non al frizzante Hart, che qui però cala uno dei suoi assi vincenti, Don't want to know if you are lonely, pezzo che in formato 12" aveva anticipato l'uscita dell'album (dove replicano l'omaggio ai Beatles stavolta con Helter skelter accanto all’inedita All work and no play). 
Dopo l’inusuale apertura affidata alla rumorosa Crystal, il disco si snoda attraverso episodi più familiari, con le ottime melodie energizzate di Eiffel tower high, Sorry Somehow (edito in 12” con le versioni acustiche di Flexible Flyer e Celebrated Summer), I don’t know for sure, e addirittura sublimi brani lenti (la vera novità) dal tocco raffinato quali Too far down e Hardly getting over it. Seguono tours a sfare, da headliner e come supporto (tipo ai REM) ma “internamente” qualcosa comincia a scricchiolare… Dopo un rigenerante periodo di vacanza, il gruppo si rintana nel suo “magazzino” vicino St. Paul per provare e rifinire i pezzi che andranno a comporre l’atteso nuovo platter… Il risultato che uscirà dai consueti Nicollet studios è quello splendido intreccio di armonie chiamato WAREHOUSE: SONGS AND STORIES
Il disco, pubblicato a gennaio 1987, come il precedente suona rock a tutto tondo, ma si estranea nell’approccio dalla stessa cultura rock, attitudinalmente parlando: una nuova forma di rock figlio dell’esperienza punk, che lo disintossica da tutte le nocive scorie da stardom che portava spesso e volentieri con sè. Se solo la registrazione fosse stata meno piatta il tutto ne avrebbe giovato enormemente, ma anche questo aspetto passa in secondo piano davanti alla qualità messa sul piatto. Mould e Hart, da sempre spartitisi -seppur sgomitando- il lavoro di composizione e canto, sono animati da competizione, dichiarandosela a colpi di scrittura più toccante, riuscendovi in pieno per la gioia di noi tutti! Non un capello è fuori posto nonostante i problemi tra i due siano arrivati al culmine, tensioni che a giudicare dai 20 pezzi si avvertono solo da alcuni passaggi testuali, pregni di forte disillusione ed amarezza, come nella bellissima opener These important years (con Ice cold Ice, Could you be the one? e Standing in the Rain, la raggiunta perfezione power pop del trio?), che sembra preannunciare qualcosa che però non si vuole recepire, forse per paura di perdere un “faro” musicale. Epilogo al quale dovremo poi arrenderci quando gli ormai insanabili contrasti tra i due autori, trascinatisi nemmeno tanto sottopelle sin dall'approdo major (con la mazzata finale data dal suicidio del fan-manager David Savoy jr. nel febbraio 1987, il giorno prima dell’inizio tour), prendono il sopravvento al punto che, dopo aver interrotto un mini-tour locale, giunge nelle redazioni musicali il freddo comunicato stampa che laconicamente annuncia la fine. A tal proposito David Fricke scrisse su Rolling Stone: "La terra non si mosse, i cieli non si oscurarono, il mercato di Wall Street non sprofondò, almeno non più del solito, ma fu lo stesso doloroso: il 25 gennaio 1988 gli HD si sono sciolti".

Warehouse è figlio della disgregazione dei rapporti personali, anni di conflitti mai affrontati, un crescendo di gelidi silenzi e accuse reciproche di leaderismo che porteranno all'insanabile lacerazione tra i due propulsori dell'intera faccenda (aggiungeteci un'impensabile ai tempi coming out del Mould che gli faceva versare litri di alcool per mandare giu' la nascosta verità, e il pesante heroin flirt del paciocco batterista, ad inasprire il tutto), con il baffuto jumping Greg nel mezzo a fare da mediatore.
Come epitaffio non potevano lasciarci di meglio che questo lp, doppio ma venduto a prezzo singolo per loro esplicito volere -cedendo una parte dei profitti alla WB-, che avrà pure sancito la normalizzazione del suono rock HD (dando indicazione sulla strada futura dei tipi) ma ce ne fossero! Un altro disco che non dovrebbe mancare in una perfetta collezione rock, per Rolling Stone l’album del decennio! 
Comunque, nonostante la situazione interna sia tragica, la band promuove il disco portandolo a spasso mondiale come se nulla fosse, prova ne e' l'inaspettato THE LIVING END, con note del solito Fricke. Sfruttando l'onda lunga del fenomeno grunge, la WB decide nel 1994 che è il momento propizio per darci in pasto un disco live, e per quanto trattato con indifferenza dagli stessi autori, a me piace ricordarlo per le versioni da urlo di Standing in the rain e Celebrated summer...Più un disco da assolvimento contrattuale che altro. Un buon bootleg è Minneapolis Moonlight 1985, già noto come Lyndales Burning riproposto stavolta in versione completa con tutta la scaletta dello stesso concerto del 28/8/1985 al First Avenue; per i cultori segnalo anche un altro bootleg conosciuto di recente, tale Supernova.
Com’era iniziata l’avventura così degnamente si chiude, immortalandoli live in 24 pezzi, inclusa cover dei Ramones (i loro amati assieme ai Buzzcocks) e gli inediti Now that you know me (già pubblicata a fine ’89 nell'esordio –programmatico?- di Hart Intolerance) e Ain’t no water in the well, nonché la meno nota Everytime di Norton (tratta dal 12” di Could you be the one?), presi dai concerti dell'ultimo tour USA/Canada dell'autunno ‘87, giro preceduto dalla terza visita –di 17 date- nel vecchio continente dove approdano anche da noi al Ritz di Rocca di Novellara (RE) e Torino al Big Club il 15&16 giugno. Ricordo ancora, invidioso, il poster presente in casa dell'Ombra Sergio Milani, uno che in fatto di "devozione” non ha mai scherzato (batteria-voce dei Kina, poi Frontiera)! L’ultimo show (e mini tour) si consuma l’11/12/1987 al “Blue Note” in quel di Columbia, nel Missouri...Volenti o nolenti, da questo momento diventano storia e parte importante della storia rock.

Gli HUSKER DU sono tra i nomi più ricorrenti, quando si parla degli influenti '80; i loro dettami hanno travalicato i confini dell'area HC/punk arrivando a lambire pesantemente il rock, fino ad essere considerati padri putativi del cosiddetto suono grunge, segno di una inestimabile completezza espressiva e dell’apertura mentale dei tre. Le fondamenta di quel decennio, i cui pilastri hanno forgiato e sorretto quel suono che negli anni ‘90 ci siamo abituati a chiamare “alternative”, anche se nel frattempo gli abbiamo fatto perdere la sua etimologia, finendo per definire un suono e non un attitudine (per distinguere l’appartenenza ad un circuito che nulla aveva a che spartire con le majors...Anni dopo Mould nel suo disco eponimo chiamerà un pezzo I hate alternative rock!). Storicizzando il percorso, tracciando un equivalente nei '90, pensate all’impatto dei Fugazi nella scena indie (non solo americana) e cosa hanno significato per la sua evoluzione -seppur per motivi ben diversi- moltiplicatelo, e ci siamo.
E siamo ancora in tanti al giorno d'oggi a chiederci inutilmente “cosa avrebbero potuto fare ancora”? L'esperienza major fruttò solo due album, peraltro molto belli, che però pagarono lo scotto di non riuscire a catturare l'audience mainstream alla quale avevano deciso di rivolgersi, non riuscendo a penetrare nell'immaginario collettivo (complici anche una totale mancanza di look, sparate ad effetto, non certo poi degli adoni da far idolatrare ai teenagers), dove troppo spesso trionfa l'apparire sull'essere...Carriera fermatasi proprio ad un passo dall’affermazione commerciale? Onestamente, l’auspicato botto non ci fu, Warehouse all'epoca vendette circa 150.ooo copie...Ma il tempo è ormai scaduto, anche per altre elucubrazioni da fan, quindi mettiamoci un punto.

D’importanza capitale è stata la SST, label attiva dal ’78 e fiero simbolo alternativo all-time, che, nonostante gli attriti e qualche entrata a gamba tesa, seppe valorizzarli al meglio (al pari delle altre sue band, a cui il verbo “osare” non ha mai spaventato, in tempi dove vigeva un rigido schematismo stilistico: le punte della vera free-generation punk ’80?), traendone vari benefici tanto che ancora oggi riesce a sostentarsi col vecchio catalogo perennemente ristampato (dove troviamo Black Flag, Minutemen, Meat Puppets, Bad Brains, Sonic Youth, Dinosaur Jr., Soundgarden, Screaming Trees, Descendents, St. Vitus…!). Dal punto di vista testuale poi non sono stati da meno: per l'educativo invito alla riflessione dispensato, inserendo nel campo HC degli albori liriche dal forte sapore intimista, pubblicamente personali (ma dai risvolti sociali), dando stessa importanza a quelle d'assalto politiche, tipicità dell'HC da sempre...Precursori della corrente emo se vogliamo, al pari della scuola Dischord dei vari Dag Nasty/Embrace/Rites of Spring, testi comunque sempre identificabili come strumento di crescita e confronto quotidiano. Parte dal singolo individuo la "rigenerazione vitale" che poi la applica al mondo ed a quanto vuole esprimere: il vero cambiamento, consapevole e determinante. Non a caso Mould dirà:“Non vogliamo dire alla gente cosa pensare, non è questo il nostro obiettivo: vogliamo solo dirgli di pensare”.

Il tutto sostenuto da un esaltante supporto sonoro, creato dalla straripante Flying V satura di distorsione ai limiti del feedback ma pienamente melodic oriented (una chitarra che vale dieci), un'incalzante ed efficace drum-set, le due voci che si alternano/intersecano, magnificamente complementari nella loro diversità, ed un basso che spicca come struttura portante, costituendo l'ossatura dell’energico ed imitato modello. Non certo musicisti tecnicamente impeccabili, va detto, ma veramente qui poco importa.

All'indomani dello scioglimento, il cammino dei due songwriters sara' all'insegna del rock cantautorale, inteso nel senso piu' ampio: piu' convincente per Mould, solista (io amo The last dog and pony show del 1998) ed alla guida della creatura pop Sugar (l'esordio Copper Blue del '92 disco d'oro in Usa), meno per il discontinuo neo-chitarrista Hart, da solo (cito il mini 2541 per SST nel sett. 88) e con i Nova Mob (bello l'album omonimo del 1994), sospesi tra cavalcate rock, slanci pop e parentesi folk (piu' qualche sbandata elettronica per Bob)... Le loro carriere non hanno avuto tutta l'attenzione che riceveva puntualmente la progenitrice, ma ad onor del vero i due non l'hanno spasmodicamente cercata (anche se, per capirci, all'indomani dello scioglimento riflettori sono quasi tutti stati puntati verso Mould, il lato imprenditoriale della band, penombra sul piu' artistico Hart, oscurita' piena invece x Norton, colui che sgobbava dietro le quinte per l'unita'). Entrambi hanno poi continuato ad aiutare amici in giro, anche dopo la fine della Reflex: Mould, dopo le produzioni in passato di Articles of Faith, Soul Asylum, Impaler (!), Final Conflict, Hugh Beamont Exp., ha continuato con Starfish, Magnapop, Vic Chesnutt e diversi altri, ha fondato la specialistica S.O.L (Singles Only Label), marchio per diversi gruppi (tra cui i Grant Lee Buffalo) e duettato con i figliocci Foo Fighters nel 2011 nel pezzo Dear Rosemary contenuto in Wasting light
Hart dal canto suo ha prodotto e/o suonato con Yanomamos, Swallow, Magnolias, Patti Smith (nell'album Gung-Ho), mettendo pure su la label Tontine, gia' depositaria del debut 7” nel 1986 dei concittadini Run Westy Run. L'equilibrista Greg Norton ha collaborato con Sonny Vincent negli Shotgun Rationale dell'lp Who Do They think They are (Nomad
rec.) preferendo poi seguire la carriera di chef, nel suo apprezzato ristorante a conduzione familiare di St.Paul, poi chiuso. Lo ritroveremo nel 2007 nei Gang Font, con cui ha inciso l'album The Gang Font Feat. Interloper, per poi riemergere recentemente nelle fila dei Porcupine, autori del mini lp What you've heard isn't real (Dead Broke rekerds).
Come scrittura, tifo piu' per l'angst Mouldiana (con il suo impareggiabile accento malinconico, un vero spirito inquieto, di quelli che non si danno mai pace...) ma il premio simpatia va forse al compianto drummer...ecco, l'ho detto.

Un gradito ritorno d'attualità per la band c'e' stato nel 2017 grazie alla Number One group, che ha portato avanti per anni un certosino lavoro di recupero realizzando sotto forma di ricco box 3 cd /4 lp e corposo libro -più appendice EXTRA CIRCUS, 7”-mini cd appunto con le 5 outtakes delle Metal Circus sessioni- chiamato SAVAGE YOUNG DU (e vai con il richiamo ai soliti Beatles...), a ridare nuova luce e smalto a vecchie incisioni demo e live, per ben 69 tx che coprono a tappeto il caotico periodo '79-83, con l'approvazione totale del trio in persona. L'alternate version di Land Speed fa deragliare dalla restituita potenza (già per questo merita l'acquisto), le rimasterizzazioni di Everything Falls apart e In a free land (in sostanza l'ormai fuori stampa Everything...and more, ulteriormente migliorate) funzionano sempre a dovere… Bel documento da fare vostro, la veste più grezza della band la trovate qui in tutta la sua piena genuinità. Really fast & loud!

Il bello è che questa storia non è nata o si è svolta in una metropoli, una NY o Los Angeles, ma nella sonnolenta e fredda Minneapolis… per questo, romanticamente, mi piace vederla come la riscossa della dimenticata provincia americana, una sorta di rivincita del normale e semplice parafrasando l'amico Paul Westerberg. Forse proprio il clima gelido ed il decentramento geografico della città ha forgiato il caldo temperamento che fuoriesce da ogni nota composta, un contrasto che in modi differenti ha giovato entrambi: inserendo Minneapolis nelle cronache come riconosciuta rock-city che, grazie alla sua pressoché totale esclusione da ogni trend e condizionamento, ha stimolato la band a crearsi lì una storia col proprio retroterra personale ed indipendente, un magico binomio che ha reso possibile lo sviluppo di una delle espressioni più avvincenti di sempre (citando Massimo Scabbia sul Buscadero “Sono capaci di ottimizzare la risposta dei nostri sensi ed influenzare consapevolmente le nostre menti”). Il loro lascito? Un’umile lezione senza tempo, con ritmi da stacanovisti: a testimoniarlo 8 dischi dei quali due doppi in nemmeno 10 anni, qualitativamente ineccepibili. Una band sregolata –nel senso buono- che è diventata un esempio, che niente e nessuno è riuscito ad offuscare.

Diversi sono i tributi usciti nel corso degli anni: da Case Closed? per la tedesca Snoop rec. -benefit per la salvaguardia della foresta amazzonica, complimentato da Hart- con tra gli altri Alloy, Sick of it All, N.R.A., Gigantor, D.I., i nostri Upset Noise, a Du Huskers - The Twin Cities Replay Zen Arcade, con 23 band da Minneapolis/St.Paul che rifanno per intero il capolavoro, sulla locale Synapse, entrambi del ’94; dal mini There's a boy who lives on heaven hill della Burning Heart al tutto italiano Land Speed Sonic su Berserk nel '97. Come non mancano band che li hanno reinterpretati, c'è solo l'imbarazzo della scelta (si va dai Green Day a Heidi Berry agli Spacciatori di Musica Stupefacente). 
Certo, se mettete vicini il violento LAND e lo struggente WAREHOUSE le vostre orecchie stenteranno a credere si tratti dello stesso gruppo, eppure è così... evoluzione signori, non genuflessione al mercato, questo sia chiaro ed assodato per tutti! Dall’umanità HC al rock più umano mai sentito; quando si dice un’onesta dignità personale a fare sostanza (anche nel dopo Husker). “Vogliamo catalizzare una reazione, ma questa reazione significa per noi guardare dentro a se stessi. Se aiuteremo qualcun altro a farlo, il nostro compito di musicisti sarà realizzato” (Mould ’87). 

Curiosità: i Posies nell'lp Amazing Disgrace hanno un pezzo chiamato "Grant Hart", come i canadesi Furnaceface avevano fatto con "Ode to Grant Hart" nel cd Unsafe@anyspeed, mentre hanno osato di più i finnici Penniless People of Bulgaria titolando il secondo cd Mould! Gruppi che hanno scelto i nomi operativi di New Day Rising, Everything Falls Apart o 59 Times The Pain non vi ricordano (scusate il gioco di parole) qualcosa? O il progetto dei due Anthrax Scott Ian e C. Benante che si mettevano anni addietro a reinterpretare live il primo repertorio HD sotto la sigla Du Husker (oltre a coverizzarli con la band madre)... La Reflex ha svezzato il patron della futura AmRep Tom Hazelmayer, all'epoca loro dipendente nonché bassista degli Otto's Chemical Lounge (e prima ancora voce degli hardcorers Todlache), rilasciatari di un 7” per la label, isola anche per altri acts come Articles of Faith, Rifle Sport, Ground Zero, Mansized Action... Che ci crediate o no, Mould ha collaborato con il mondo del wrestling in qualità di sceneggiatore degli incontri! Tulsa Jacks è il nome dell’estemporanea one time band con Mould, Chris Osgood e Tommy Stinson, il cui unico brano è rintracciabile nella comp.tape Barefoot & Pregnance uscita nel 1982 in 200 copie su Reflex… Volete sapere la top 10 assoluta di Mould? Recuperate il libro The desert Island records (Tuttle ed., Blow Up staff). Sapete come i J Church intitolarono un lp? Whorehouse: Songs & stories! Per avere una panoramica abbastanza completa consultate l'aggiornato Husker Du database in rete (www.thirdav.com), dove troverete tutto l'impensabile se non di più sui tre.



BOB MOULD Live INIT Roma martedi’ 15/12/2009
(Presente!) 

Il buon Bob ha pensato bene, vista la capatina nello UK su invito dei curatori My Bloody Valentine, di partecipare il 6/12 al festival annuale Nightmare Before Christmas (con Swervedriver, Sonic Youth, Fucked Up, Primal Scream, Horrors…), e di prolungare la sua permanenza in continente tenendo 4 date in esclusiva europea nella nostra penisola.
Ravenna-Verona-Milano e per ultimo Roma, all'INIT dove mi sono recato per assistere alla performance del personaggio, accompagnato solo dalle sue due chitarre (ve lo dicevo che era in vacanza…). Dopo che Stiv Cantarelli aveva aperto le danze alle 22.45 armato di armonica e sei corde –ed una voce tentennante…-, carino ma niente più (ho captato dal testo di una delle 4 canzoni presentate qualcosa che parlava di Greyhound e deserti americani che fa molto Usa roots…), dopo una breve pausa alle 23.30 irrompe sul palco il nostro, che attacca senza perder tempo una sentita Wishin' Well, See a little Light, e poi, dopo aver imbracciato l’elettrica, giù a botta con alcuni Husker senza tempo (Something i learned today, I apologize, Hardly getting over it, Celebrated summer, la preistorica In a free land), che sollevano l’ovazione dell’esiguo pubblico accorso (poco più di un centinaio), Sugar (la sola You’re favorite thing) ed altri estratti dall’ultimo bel lp Life and Times come I’m Sorry baby, e la stessa title-track.
Dopo un’ora sudata ed un bis con Makes No sense at all, scusandosi per essere rimasto senza voce (l’ha detto lui altrimenti nessuno se ne sarebbe accorto!), l’uomo che talvolta sembra più giovane ora di vent’anni fa, conclude la bella serata. 
Li per lì, su due piedi, sono rimasto un po’ deluso, nel senso che se avessi saputo prima che presentava un set in solitario, non credo mi sarei spinto per i 250 km che mi separano da Firenze a Roma (più quasi un’ora e mezza nel freddo per tornare a Trastevere dal mio amico ospitante)…L'indomani invece mi sono ricreduto totalmente, perché se è vero che ascoltare pezzi originariamente elettrici degli Husker direttamente da chi li ha composti non capita tutti i giorni, la spoglia veste acustica ha dimostrato tutto il valore della scrittura di Mould, che è questo nella sua semplicità. Inutile annientarlo parlando di artista bollito, cristallizzato nel suo suono senza variazioni, che si rivolge alla sua sicura nicchia di mercato (non stiamo parlando di Michael Bolton…). Per certo non prende nessuno in giro: è quello che sa fare meglio e quello fa, sempre per la sua strada, preferendo far parlare le emozioni scegliendo un accordo, una particolare sfumatura, quella scintilla che scava nel cuore ancora oggi…e fin quando ci sarà qualcuno in grado di tirar fuori un riff memorabile, una melodia contagiosa, un testo significativo (o tutto ciò insieme, in questo caso), non si potrà mai parlare di mestiere. Per me rimane uno dei più grandi songwriter rock americani, parlano in suo favore i dischi da solo ed in compagnia da oltre 35 anni. Per le versioni elettriche mi accontento di gustarmi appieno i dischi, il prezioso sfizio acustico me lo sono goduto come una chicca, in attesa di saggiare prima o poi la band al completo a mille decibel!

P.S: See a little light: The trail of rage and melody è l’autobiografia di Mould approntata con l’aiuto di Michael Azerrad (autore di uno dei più appassionanti libri musicali, qual è l’ottimo Our band could be your life, in Italia American Indie 1981-1991, su Arcana, dove tra gli altri venivano trattati gli stessi HD), uscita a giugno 2011… A quando la versione italiana? Intanto ingannate l'attesa con il bel libro 2016 di Roberto Curti di Blow Up mag sulla band! 

In memoria di Grant Hart 1961-2017


Bob Mould ricorda Grant Hart
“Era l'autunno 1978. Frequentavo il Macalaster College a St.Paul, A un isolato dal dormitorio c'era un piccolo negozio che si chiamava Cheapo Records. C'era un sistema di amplificazione vicino alla porta che sparava punk rock. Sono entrato e ho sbattuto nell'unica persona che c'era dentro... Era Grant Hart. I successivi nove anni della mia vita li ho trascorsi con lui. Abbiamo fatto insieme della musica fantastica. Siamo quasi sempre stati d'accordo su come presentare il nostro lavoro al mondo. Quando abbiamo litigato per dei dettagli è stato perchè a entrambi importava molto della band...Era la nostra vita. Sono stati dieci anni incredibili. Abbiamo smesso di lavorare insieme nel gennaio 1988. Abbiamo iniziato le nostre carriere soliste, guidando le nostre nuove band, trovando modi diversi di raccontare le nostre storie. Siamo rimasti in contatto in questi 29 anni, a volte pacificamente, altre con difficoltà...nel bene e nel male è stato così. Questo succede quando a due persone interessa ciò che hanno costruito insieme. La tragica notizia della morte di Grant non mi è giunta inaspettata. I miei pensieri e le mie più sentite condoglianze vanno alla sua famiglia, agli amici e fans sparsi per il mondo. Grant Hart era un dotato artista visivo, un meraviglioso narratore e un validissimo musicista... Tutti lo ricorderemo per sempre. Buona fortuna, Grant. Mi manchi”

domenica 8 aprile 2018

 
PUNK AGAINST THE BISCIONE!
(a spasso con i KINA)

C’era una volta una band dallo strano nome ubicata in un angolino del nord-ovest in punta dello Stivale, fondata nel lontano 1982 da alcuni ragazzi. All’inizio la formazione è a 5, ma dall’83 si stabilizza trio col chit. (e voce) Alberto Ventrella, Giampiero Capra al basso (anche nei Contr-Azione, in seguito pure sagace penna critica su alcuni mags come Dynamo, Flash e Urlo) e Sergio Milani alla batt./voce, questi ultimi due animatori parallelamente dal 1984, assieme ai Franti, di una delle prime diy distro/label nazionali, la Blu Bus (e dal ’90 pure della Circus), dove chi scrive si acculturava fedelmente ogni mese dal 1990 della nutritiva sorgente HC/punk discografica underground internazionale. Proprio in uno dei miei frequenti contatti (eravamo a marzo ‘91), previa mia precedente supplica, “colui che percuote le pelli” mi propone così di punto in bianco una settimana in giro con la band, che, dal 1989 in cui uscì il 3° lp Se Ho vinto Se ho Perso (un capolavoro, immenso per me e la –mia- generazione italiana coinvolta con l’HC), mi ha letteralmente aperto gli occhi su una realtà tricolore che conoscevo poco sino a quel dì (diciamo Wretched, Stige, Negazione, Indigesti, Raw Power, Youngblood, Digos Goat, Infezione, Bloody Riot, CCM, Contropotere, I Refuse It…) e che ha contribuito molto alla mia crescita personale negli anni -e, perché no?, anche emozionale...-, facendomi scoprire appieno l’universo dell’autoproduzione. Esplosione di gioia mista ad incredulità (da fan n.1!) che mi accompagnerà sino alla data prefissata per la partenza e molto oltre, consolidando un’amicizia ormai trentennale. Attestati di inossidabile stima personale a parte, eccovi il vivido resoconto di quel fantastico giretto. Torniamo per incanto al magico 1991… 

Primo protagonista il treno: con questo mezzo dalla stazione di Taranto mi accingo a percorrere circa 1200 km in 16 ore filate per giungere l’indomani mattina a Torino e successivamente in Valle. Il mio spirito di sopportazione è allietato dal fatto che so cosa mi aspetterà quindi tutto procede bene. Arrivo ad Aosta, dove mi accoglie il prode Sergio, che mi porta subito nella sua dimora dandomi una degna ospitalità. Tempo una doccia e un fugace pranzo e siamo pronti per andare a recuperare la ciurma. Dopo aver imbottito il blu bus (esiste davvero, che vi credevate?!) di dischi, strumenti e cianfrusaglie necessarie varie, partiamo radiosi come il sole di quel caldo pomeriggio di mercoledì 1° maggio così schierati: Sergio, Giampiero, Marco Brunet (il chit. che aveva sostituito il dimissionario Alberto), più i roadies Manuela (la compagna di Giampi), ed…io! Si parte alla volta della metronomica Svizzera, destinazione Berna, dove si terrà la prima delle cinque tappe di questo minitour, dove ci attendono alla Reitschule, una imponente struttura che era stata precedentemente sede di una scuola di equitazione, adibita ora a centro sociale (pulito e ordinato, non splendido splendente ma assai vicino!). Intorno alle 18 arriviamo nel luogo indicato, dove troviamo puntuale ad attenderci un ragazzo che ci porta direttamente dall’organizzatore del concerto, titolare di un minuscolo ma stipatissimo negozio di dischi indipendenti. Si gira un po’ per la linda cittadina (per certi versi tutto apparentemente calmo e perfetto e per questo inquietante, almeno per il non abituato homo italicus), dove trovo anche il modo di fare una bella figura di merda comportandomi da perfetto idiota all’estero: pacchetto di sigarette buttato a terra regolarmente scalciato, incredulo per essere redarguito da una arzilla anziana sbraitante, che gridava vendetta per il mio insano gesto…Dovute scuse alla signora, seppur in ritardo. Comunque, dopo una buona rifocillata vegetariana in trattoria si ritorna al posto, dove la band se la vedrà sul palco con quei rinomati cazzoni degli australiani Hard-Ons, che combinazione ero pronto ad andare a vedere nella data torinese…colpo di culo, due piccioni con una fava! Calcolate che è il mio “Kina battesimo” live, quindi l’emozione è ancora più forte. Il posto si va riempiendo quando iniziano gli aostani, che non tradiscono le mie aspettative: come un diesel, partenza in sordina e poco dopo ti ritrovi a cantare tutti i loro brani, mostrando sui tempi lunghi tutto il loro indubbio valore musicale e comunicativo. La gente è piuttosto tranquilla, attenta nel modo giusto (cioè far prevalere la musica alla gara di birra) quindi tutti contenti. Si va a dormire addirittura in pensione (gentilmente offerto dagli organizzatori) cosa che sorprende tutti, abituati a ben altro. Appena svegli ci sbrighiamo poiché siamo invitati ad un brunch, che si svolgerà in un sito davvero suggestivo; immaginate alcune roulotte trasformate e collegate tra esse da sembrare un'unica casa, inventiva spropositata! Lauto il banchetto, una quantità stratosferica di cibo messo a disposizione dai tipi/tipe (soprattutto tipe) che da bravi italiani affamati spazzoliamo a dovere. La classe è classe, non c’è che dire.  






Così rimpinzati partiamo alla volta della crante Germania (la seconda vera casa della band) per Wangen, cittadina appena sul confine, dove appunto subiamo la seconda perquisizione del mezzo e del suo contenuto, con gli zelanti sbirri locali a guardare i dischi con una curiosità degna del miglior collezionista, anche se per motivi diversi dal filologo musicale. Arriviamo al Tonne, che altro non è che uno “jugend centrum”, i centri giovanili che spesso fungono da CSA in Germania, diversamente dai nostri centri aggregazione giovanili che, spesso, non si sa mai cosa sono… Simpatici i ragazzi e l’accoglienza ricevuta, si cena e alle 22.00 davanti ad un centinaio di persone si comincia. Nessun support-act è previsto quindi attaccano direttamente i nostri, sciorinando i loro piccoli-grandi classici, che la gente tutta sembra gradire molto, cantando pure e divertendosi sotto palco, tanto da chiedere ben due bis. Da premettere che da questa data si aggiunge alla truppa il gancio per le restanti date, il buon Tobby Holzinger, noto ai più per essere il fondatore della Your Choice, la label delle Live Series (che in seguito pubblicherà anche un Kina lp, tratto dal gig tedesco all’Oberhaus di Alzey il 4-5-‘90 con gli Scream). Stavolta si dorme da un ragazzo indigeno, una splendida casa su due piani che ci prende bene assai, considerato che intravediamo una doccia, il parquet tirato a lucido a terra, e soprattutto la possibilità di ri-cenare…Detto-fatto, si sbafa cazzeggiando alla grande prendendo di mira Marco che, venuto a sapere, tramite la Gazzetta locale (eravamo nell’era Avanti Cellulare), della sconfitta dell’Inter in casa contro la Samp nello scontro al vertice per l’assegnazione dello scudetto, sprofonda in uno stato catatonico che ci stimola ad essere impietosi della sofferenza altrui! Sono soddisfazioni... Dopo un comodo risveglio e super colazione al Tonne, grandi abbracci e ringraziamenti, ci si dirige verso la data più attesa: Monaco di Baviera. Il concerto si terrà nel gigantesco Kulturstation, con un cast da leccarsi le orecchie: Notwist ad aprire, Victims Family a chiudere!


Si va subito a cena considerato che arriviamo in leggero ritardo, salta la pizza preventivata in favore del chinese-food, tanto che al sottoscritto verranno quasi gli occhi a mandorla per la quantità di riso in bianco ingurgitato. Purtroppo però questo significa perderci i beniamini locali freschi di debut-lp omonimo, gli emergenti Notwist, col loro intrigante punk/HC melodico (la stessa band che da lì a qualche anno, seppur radicalmente trasformata, sarà apprezzata in tutta Europa, ndR)… Sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta. La calca che si va formando promette bene, una fiumana di gente (oltre 400) accorre per saggiare i titani in programma… Tento disperatamente di farmi strada per andare sotto palco, ma quasi arrivato alla meta devo desistere visto che vengo stritolato da diversi energumeni che pensavano di essere sfidanti all’ultimo sangue in un incontro di taekondo. La struttura sarà anche immensa ma francamente la sala concerti non è all’altezza del resto ed essendo già gremita…mission impossible! Ritorno così al blu-banchino, dove mi rassegno a passare la serata, ma senza mortificazione poichè conosco diversi astanti -anche di fauna femminile- e mi dilungo a parlare col tipo della Konkurrel rec. che fungeva da tour-manager dei Victims, che scopro essere l’ex batterista degli olandesi spaccatutto BGK, persona che si dimostra simpaticissima oltre che ben svitata (smorfie, vocine e prese di culo a tutto e tutti: un mito!). Una serata riuscita alla grandissima, senza casini, messa su dal rodato collettivo interno, applausi! Peccato solo per il tempo schifoso che, tra freddo e pioggia battente, ci ha impedito di visitare la città. Ci si reca a passare la notte a casa di Bernard, uno degli organizzatori. Ritornati dal mondo di Morfeo ben riposati, Bernard ci fa ascoltare in anteprima (i privilegi della notorietà…) il disco solista del Moving Targets Ken Chambers, ci parla della deutsch-punk/HC scene (e dietro richiesta mi fa ascoltare e propone, anche se non so quanto seriamente, l’acquisto dell’introvabile mini Cursed Earth dei miei amati Jingo de Lunch sparandomi 50 marchi), intervista la band per una delle maxi zine con cui collaborava (Zap o Trust? Sorry, non ricordo) e mi regala una carrettata di posters di concerti che gelosamente mi trascino dietro come un ambito trofeo, di quelli che ti permettono di fare lo sborone e guardare tutto il mondo dall’alto in basso (peccato che quei preziosi reperti mai varcheranno la soglia della mia stanza poiché dimenticherò la busta sul treno a Firenze, aaarrrgghhh!).

Colazione e via direzione Linz, nella quale giungiamo nel tardo pomeriggio dopo una cavalcata di diverse ore, per suonare al Kapu, un posto autogestito molto accogliente su due piani, con diverse stanze adibite a laboratori (sala serigrafia-stampa, riunioni dei collettivi, info-shop). Facciamo conoscenza subito con alcuni ragazzi nonché con il gruppo che farà da spalla, la connection austro-tedesca Cat-o-nine-tails, un quintetto da poco fuori con il debut-lp. Si cena a bomba e poi iniziano i mangia crauti che aprono la serata coinvolgendo con un tosto ma melodico punk/HC (vi ricordo che il suono Epitaph-Fat Wreck ancora non dettava legge…ndR), con il chitarrista che conquista punti anche per la bella maglietta dei Doughboys indossata. Dopo tre quarti d’ora lasciano spazio al trio alpino, che si destreggia bene sul palco per circa un’ora, convincendo anche qui la platea intervenuta. Nel dopo concerto con Sergio ci intratteniamo addirittura con una bella fanciulla autoctona, la quale ci invita ad un pub in zona, che non seguiremo vista la tarda ora (saranno state le 4 a.m)…Mestamente si va a nanna, si dorme nel posto, non prima però di aver assistito ad una performance dello sgarratissimo batterista dei teutonici, ubriaco da non reggersi in piedi ma capace di far caciara alla grande (roba da immortalare in video per i nipoti!)… fonti segrete mi diranno trattarsi dell’ex batt. degli Inferno (selvaggia gloria HC tedesca degli ’80). All’indomani, prima di partire, si decide di far una passeggiata approfittando della bella giornata ma anche del fatto che avevamo saputo che c’era una fiera del disco in una palestra di una scuola in centro, quindi bisognava presenziare, ce lo chiedeva insistentemente il nostro metabolismo, a caccia dell’affare personale dell'anno. La città è da cartolina, la gente cordiale, sicuramente con i problemi ben nascosti alla vista dell’ignaro gitante, però una -ricca- città vetrina diversa dal modello italiano ad uso e consumo del facoltoso turista: sembrava di essere calati negli anni ‘20 (o in un museo che la ritraeva in quel periodo), si respirava una sorta di festante atmosfera domenicale di relax. Se vi fossero stati cavalli al posto delle bici, si poteva credere di essere stati prescelti come cavie per un esperimento di trasporto mediante macchina del tempo. Dopo aver fatto alcuni acquisti e salutata la gente si parte per la Sacher-land Vienna, dove ci attendono al Flex, sede dell’ultima tappa del giro. Accoglienza freezer, per usare un eufemismo (saranno pure abituati ad avere a che fare con Mozart, però…), nessuno ci caga fino a quando il fonico ci viene a chiedere di scaricare gli strumenti per provare e che poco dopo ci verrà offerta la cena, naturalmente in solitario: gulash, cosa che per un aspirante vegetariano, all’epoca, equivaleva ad un insulto, al punto che comincio a sognare ossessivamente pizza e pasta al mio patrio ritorno. Proprio gli effetti digestivi sortiti dalla cena smentiranno molto del fascino cui siete soliti associare i Kina (il temibile day after, ne parliamo più avanti). La stanza concerti dello squat è piccola ma con una bella particolarità: essendo praticamente coperta da graffiti fluorescenti, tenendola al buio l’effetto-flash è assicurato, ovvio che ne approfittiamo per delle foto. Si sona: i tre tirano dritto per un’oretta quando dopo un bis acustico decidono di chiudere, anche perché si è deciso di partire a razzo per tornare in Italy causa impegni lavorativi (si sa, la vita scelta dal musicista diy è dura: consumare ferie per suonare in giro e recuperare se va bene il rimborso spese…se non è passione questa!), vista pure la considerevole distanza che ci separa da Aosta. Prima di partire però i musicisti, insaziabili, hanno la saggia idea di ascoltare il loro stomaco, il problema è trovare ora qualcosa di aperto considerato che sono le 2.00 a.m. Incuranti di tutto ciò, dopo un peregrinare tipo squalo a digiuno, adocchiamo l’unico posto aperto: un ristorante turco, dove ci fiondiamo, sperando di raccattare quanto avanzato dal menu di giornata. Ci presentano alcuni piatti, francamente poco appetibili: mi tocca una zuppa di yogurt alla menta…mi rimarrà sempre impressa nella mente, poiché ancora oggi la ricordo come una delle peggiori cose assaggiate in vita mia. Appena fuori Vienna comincia la processione verso il cesso, che diverrà per 4/5 della ciurma (eccetto lo stitico che scrive) tappa quasi obbligatoria ad ogni stazione di servizio-autogrill che si incontra, che diventano templi di svuotamento e meditazione (intestinale, of course). Difatti già poco dopo la partenza si era cominciato a diffondere nel van un sentore non proprio piacevole, delle esalazioni mefitiche che rendevano l’aria a tratti soffocante e che invogliava a frantumare disumani record di apnea in superficie. Lo confesso: spesso e volentieri si è parlato in termini simil poetici dei nostri, ma vi assicuro che in quei frangenti di poetico c’era ben poco. Ora capisco cosa intendevano dire nel testo (metaforico?) di Sabbie Mobili: “Dici in silenzio/ non evocare l’inferno/ lo vivi tutti i giorni /si muore un pezzo al giorno. In silenzio sul pullman /coi muri dietro agli occhi / non ti lamentare/ è il tuo silenzio che regge l’inferno”. Adattandoli al contesto, li definirei versi di una profondità viscerale!

Il viaggio continua, con la consueta cassetta (comp. con Husker Du, Rem, ed altri) in sottofondo che si susseguiva all’ascolto, e col furgone che comincia ad arrancare seriamente appena entrati in territorio elvetico, costringendoci al calvario di non dover mai staccare l’acceleratore; se si spegneva bisognava scendere ad aprire il cofano, battere qualche colpetto sullo spinterogeno, accelerare al massimo e filare via all’impazzata! Altro che McGyver… La sfacchinata di ritorno ci fa vivere le quattro stagioni condensate in meno di 24 fantozziane ore, passando dal semi congelamento austriaco alla neve sul confine, per lo stupendo tempo primaverile svizzero con la forte pioggia appena giunti nei pressi della rinomata Valle D’Aosta, dove arriviamo trionfalmente stremati a tarda ora. Mi tratterrò altri due giorni in città, per visitarla ulteriormente (e abbeverarmi di vin brulè e caffè valdostano!), fare una capatina al BB bunker, ma anche per cercare di meritare la cittadinanza onoraria, che arriverà comunque dal grande affetto dimostrato dalle splendide persone componenti il gruppo e relative vicinanze. Bilancio positivo? Di più, amici, molto di più. Una delle più grandi esperienze sul campo del sottoscritto!

Da quel tour fino alla dipartita avvenuta nel 1997 li vedrò altre 7 volte dal vivo (Leoncavallo a Milano, poi tutta Puglia tra Locorotondo-Taranto- Brindisi- Mesagne- Ginosa-Copertino), contribuendo modestamente a spacciare il nome ed i dischi della band nella mia zona ai più curiosi (la stessa curiosità che anni prima mi animò quando un giovane tossico tarantino li citò al povero ignorante che scrive). Dall’HC nudo e diretto degli inizi, all’energia HC incanalata in una struttura sonora incline al più grintoso rock d’estrazione melodica, che non disdegna momenti ed aperture acustiche (altra importante virtù: uno dei brani più belli da me ascoltati in questa veste -in assoluto- porta la loro firma, La strada di Vetri); folk-punk, come fu descritto da Kent McLard della Ebullition, che li volle sulla comp lp Illiterate (quella con sole bands europee). Una progressione decisamente entusiasmante espressa in 5 studio albums + due live, demo-lp, un mini e svariati 7”… Abusate pure della loro discografia: tutta salute e sentimento al prezzo giusto! Un aficionados, aggiungeteci altri 3 live visti dei mirabili continuatori (ma non replicanti) Frontiera…Cosa hanno rappresentato per me? “Un esempio da conservare come testimonianza di ammirevole tenacia e coerenza, col dire e fare che sono sempre andati di pari passo ed importanza, mai rinnegando i propri ideali o piegandoli per avere più consensi, anzi hanno mantenuto le stesse idee degli inizi, facendole maturare e completandole con l’azione; d’altronde non può che essere così da gente votata al confronto senza preconcetti, abituata a fare le proprie scelte fino in fondo autonomamente anche quando queste potevano risultare impopolari (la faccenda Flying rec). Una band militante, se ancora ha un senso questo termine, che ci dimostra come essere credibili nelle pratiche dell'’autoproduzione ed autogestione (punti fermi del loro operato), pionieri fondamentali anche per l’evoluzione di tali pratiche in penisola, di cui ribadiscono convinti la validità dei mezzi scelti e l’indipendenza dal business discografico, rivendicando sempre la natura di band nata e cresciuta antagonista. Sommateci pure la perfezione musicale e testi formativi…Senza tempo”. Parole queste che ho scritto oltre 20 anni fà e che conservano intatto tutto il loro significato. Quando dico il punk che cambia (ed in vari casi, salva) la vita, agendo costruttivamente sulla persona, mi riferisco anche, se non soprattutto, a loro…La forza del sogno che diventa realtà tangibile. Semplicemente imprescindibili, la mia band italiana preferita di tuti i tempi... GRAZIE KINA


Non mi cambierete quel che ho dentro, fuori un’altra faccia - Ho più cicatrici di prima sorrido un po’ meno, forse penso di più.. (“Questi Anni” )



SCREAM + KINA @CSOA Forte Prenestino sabato 28/01/2012 

La 13a volta di un Kina live coincide con la mia prima per gli americani Scream, ritornati in pista nel 2010 dopo svariati anni d’inattività, almeno con questa sigla. Le due band avevano già condiviso il palco svariate volte tra gli ’80 e ’90, quindi il sapore della rimpatriata al limite del deja-vu, ci sta tutto. Si, il lupo valligiano perde il pelo, ma certo non il vizio: il trio di tanto in tanto toglie dalla naftalina la storica sigla per partecipare a qualche estemporanea serata sparsa nella penisola, così per divertimento. Qui, con Roberto degli intercambiabili Frontiera al posto del Capra, ci danno dentro come se fosse ieri: solita partenza a singhiozzo e ottima ripresa, pezzi nell’ora di sfogo pescati da tutti gli albums, col saccheggio del must Se ho vinto… (metà album!), con Sfoglio i miei giorni nella più bella versione live da me ascoltata, a fare il paio con la sempre entusiasmante Questi anni, cantate a squarciagola dai commossi presenti, giovani e meno giovani uniti dal sentire comune. Da lodare il salto nel tempo con il recupero delle preistoriche Nessuno Schema e Vivere Odio, così come i brividi dispensati dalla toccante Troppo Lontano, che conclude alla grande la performance. L’umiltà li accomuna ai ringalluzziti americani, che non si risparmiano, d’altronde si parla di una band che on stage ha sempre dato il massimo. Potenti e contenti, in formazione originale coi Stahl bros, Skeeter Thompson, Kent Stax e l’aggiunta del nuovo chit. Clint Walsh, a sciorinare classici a manetta: This side up, Human behavior, le nuove Stopwatch e Elevate dal bel 10” per la Side One Dummy, l’accoppiata hc/reggae Fight/American justice dall’esordio, Feel like that e tante altre, fino alla conclusiva e sempre trascinante Came without warning assicurano la riuscita dell’evento, col singer che sopperisce alla sgolatura col lato animal che lo caratterizza. Sudore, coinvolgimento e grinta: grandi Scream! Tanta bella gente per un Forte pieno come ai bei tempi, benefit per Radio Onda Rossa, e dedica ai compianti Fabrizio Fiegl e Er Patata. Standing ovation di resistenza.