sabato 23 febbraio 2019

HUSKER DU - Lo specchio della vita



Continuando a parlare di personali numeri primi (vedi precedenti scritti Negazione e Kina), non posso esimermi dal raccontare la parabola del trio più famoso di Minneapolis. Tutte le band di cui ho finora parlato sul blog, li hanno incrociati o devono qualcosa a loro: i Doughboys all'inizio venivano etichettati Husker-core, gli Asexuals ci hanno suonato insieme qualche volta, i Samiam li richiamano col loro taglio malinconico, passando per i MC4 che, oltre a coverizzarli, ne sembravano una versione uk-powerpop, per finire con i Kina definiti Huskers from the mountain…Tanto per darvi qualche dettaglio. Ok, ma c'era bisogno dell'ennesimo HD excursus, dopo che ce l'hanno propinato tutte le più attendibili riviste e fauna web specializzata? Senza nulla togliere alla validità di tali articoli (ne ho letti una moltitudine e nessuno si è dimostrato inferiore alle aspettative: ognuno ha aggiunto qualcosa, dalle proprie analisi a notizie/stranezze scovate chissà dove, arricchendo così di nuovi particolari il racconto sulla band), francamente, il problema proprio non me lo pongo. Basta dirvi che per me rappresentano un punto fermo, stop. Da fan, per i fan del gruppo e per tutti coloro che si cibano di musica, da quando ci si alza fino a che ci si addormenta.



“Nei primi ‘80 bisognava partire dall’HC per andare oltre…”
Me la immagino la prima volta che vi siete imbattuti nel bizzarro nome: "Eh? Cos'è?"...La stessa sensazione di stupore si è ripetuta ascoltandoli, vero? Sappiate che non siete i soli. Siamo nell'estate 1978 a Minneapolis (Minnesota): qui un giovanissimo Bob Mould (studente fuorisede di sociologia e dj della college radio locale), frequentatore del Cheapo Record store incontra i due commessi del negozio Grant Hart e Greg Norton, e di comune accordo decidono di suonare assieme nominandosi HUSKER DU (TI RICORDI in svedese, dal nome di un gioco da tavola). Esordiscono live con l'inusuale -per loro- line up a 4 (con l'aggiunta di Charlie Pine) il 30 marzo 1979, subito ridimensionata a trio quando cominciano a suonare a più non posso in giro; escono due demos ed arriva il primo 7" autoprodotto (genn.'81: l'atipico Statues/ Amusement, quasi devoto al suono post-punk inglese), promosso con un tour denominato Children's Crusade che va dal 22 giugno al 15 agosto 1981, ultima data questa giocata in casa, dalla quale scaturiranno le registrazioni live che riempiranno l’intransigente esordio lungo LAND SPEED RECORD. Il disco -l’unico marcatamente politico a firma HD, a cominciare dalla emblematica copertina- viene pubblicato nel genn.'82 dalla californiana New Alliance (fondata e gestita dai Minutemen), vede allineate ben 17 tracce in 27 minuti di fuoco, dove la frenesia detta la linea da seguire -Ultracore è il nome di un pezzo, rendo l’idea?-, ad eccezione della finale Data Control a differenziarsi dal resto per lentezza e durata. Il Black Flag Chuck Dukowski dirà: "Probabilmente sono il gruppo più energetico che esista!"...c'è da fidarsi. 
Dopo il 7"ep In a Free Land ancora per la piccola label, che attirerà buone attenzioni con l’ottima title-track, viene dato alle stampe nel genn.'83 sulla loro Reflex, co-fondata con Terry Katzman nel 1980 (fido live-engineer fino al ’83 e boss in seguito della Garage D’or, che doveva marchiare l’abortito progetto della stampa dei primi due demos della band, da tempo bootlegati) il 12"ep EVERYTHING FALLS APART (ristampato poi col titolo prolungato in ...AND MORE in cd nel ’93 dalla Rhino, con l'aggiunta dei sopracitati 7" + inedito). 12 movimentati pezzi, con cover di Donovan (!), a loro agio nelle velocità HC del periodo (Punch Drunk, Bricklayer, Obnoxious), anche se una timida melodia comincia ad affiorare qua e là (la title-track, From the Gut, Gravity). In questo periodo la band farà una apparizione nell’album dei bostoniani DYS “Brotherhood”. 
Il disco convince chi già li stava seguendo, soprattutto un tale Greg Ginn; difatti, il seguito METAL CIRCUS appare nello stesso anno col logo SST e mostra chiaramente che qualcosa sta cambiando (anche testualmente). Sale gradualmente il tasso melodico, cala la velocità ma non a scapito dell'intensità tipica delle loro composizioni, su tutte It’s not funny anymore e Diane (evergreen a firma Hart) e nella concitata First of the last call... il costante work in progress comincia a dare i primi preziosi frutti, filosofia questa che mai li abbandonerà. Won't change, una delle varie outtakes di MC, verrà ripescata in versione live per la comp. A diamond hidden in the mouth of corpse della Giorno Poetry Systems (label del poeta NY John Giorno) uscita a fine 1985...buona ricerca!

1984: l'anno zero dell'indie USA
Il nuovo anno viene inaugurato a maggio col 7" Eight miles High (w/ Masochism World dal vivo), la cover del loro amore sixties, i Byrds, aggiornata con rispetto, brillantemente trattata secondo il personale filtro, al punto da sembrare un originale. In questa occasione verranno descritti come il perfetto matrimonio tra i selvaggi ’80 e i candidi ’60, anche se meglio centrò il punto Mauro Zola su Dynamo nel dic. ’95, scrivendo: “Ci facevano sentire moderni senza rinnegare quanto eravamo stati fino ad allora”... Sacro e profano: il preludio di grandi cose a venire.
Il gruppo annuncia l’ambiziosa intenzione di editare un doppio album, cosa inusuale -ai tempi- in ambiti HC/punk, ma quando arriva a luglio ZEN ARCADE c'è solo da convincersi che ci si trova di fronte ad un gruppo eccelso. Registrato e mixato in 85 ore quasi tutto in presa diretta, ad eccezione delle voci e poco altro, ed in notturna per risparmiare, snocciola 23 tracce in piena libertà espressiva, che mettono in mostra una varietà di stili ma che sembrano un corpo unico, senza cedimenti grazie ad un feeling speciale… Uno dei dischi più intensi si sia dato sentire: dalla selvaggia opener Something I learned today all'innato gusto melodico di Chartered trips e Whatever, dalla pianistica One step at a Time all’acustica Never talking to you again, dalla meditativa Standing by the sea all’anthemica Turn on the news passando per le furiose HC songs I'll never forget you, Indecision time, Beyond the Threshold, finanche sperimentando con nastri reverse in Dreams Recourring e l’improvvisazione della lunga Recourring dreams (qui si osa pure troppo, a dimostrare libertà totale da qualsivoglia logica di incasellamento). Pezzi riconducibili, almeno in termini di foga, all'area “core” (con il treno Hart e gli altri a ruota) ma dallo spirito fortemente critico nei confronti dello stesso quando si trasforma in dogma. Un disco ove viene centrifugato tutto quanto fatto ed acquisito fino ad allora, rielaborandolo con una lettura volta all’immediato futuro, espressivamente più ricco di soluzioni musicali. Una valida sintesi di istintività, elaborazione e cura generale, nonostante l’asprezza media del contenuto, per molti ardito e fin troppo spiazzante anche in campo HC, almeno per chi non avvezzo a divagazioni sulla materia. Cosa cela il titolo secondo una curiosa interpretazione letta in un libro? La band riteneva interessante come molti ragazzi riuscissero a trovare se stessi (concetto base della filosofia Zen) giocando con i videogames (Arcade è la sala giochi). In realtà concettualmente ZA narra le “imprese” di un ragazzo che lascia il tetto familiare per scoprire la vita passando attraverso diverse esperienze formative per poi accorgersi alla fine che si trattava solo di un sogno, una metafora per parlare del difficile periodo che intercorre tra la fine dell’adolescenza e l’inizio della fase che si fa adulta, come la band d’ora in avanti. 
Comunque sia, Zen Arcade sdogana l’HC -a modo loro s’intende- ad un pubblico diverso dal solito, che magari seguiva l’underground prediligendo altre sonorità; non a caso vengono sovente affiancati ai Minutemen, coi quali hanno in comune la genuina dedizione nel plasmare costantemente la materia base masticata, per crearsi un proprio linguaggio sonoro riconoscibile. Parlo di gruppi animati da una prolificità esplosiva e molta parsimonia: per capirci, $3000 è costato Z.A, l'altro epocale doppio lp DOUBLE NICKELS ON THE DIME degli eclettici colleghi addirittura la metà! Uno schiaffo alle esose produzioni major…Guido Chiesa sulle pagine di Rockerilla nell'86 dirà in una retrospettiva sui Minutemen:"Uno dei fattori che concorrono a realizzare questi primati di economia e velocità è la scelta degli ingegneri di mixaggio, come Spot (HD, M) o Ethan James (M), che proprio dalla mancanza di tempo e dalla rozzezza delle registrazioni senza prove, che per altri sono elementi limitativi, sanno trovare la ragione d'essere del loro talento e un in più artistico". I tizi si incroceranno spesso, tanto che la Reflex editerà nello stesso anno il live 7" Tour spiel, composto da covers di Creedence C.R., Van Halen, Blue Oyster Cult e Meat Puppets rifatte dai tre di San Pedro, contraccambiando così l'aiuto ricevuto agli inizi. Con ZA parliamo di uno dei dischi intoccabili degli ’80, assieme a Let It be dei concittadini amici-rivali Replacements e i Minutemen stessi con Double nickel... (tutti dello stesso anno, vinili che all'epoca raggruppati hanno fatto fuori un totale di circa 200.000 copie!) per capirli e capire meglio la portata sugli sviluppi della musica indie dei '90: un monumento della storia musicale alternativa, che negli anni smazzerà oltre 100.000 copie. Più di un disco, una muscolare prova di forza delle loro serie intenzioni.
Con queste premesse tutti concordano che la consacrazione é ormai a portata di mano e, a dimostrazione della loro smania creativa, il 1985 ci regala ben due nuovi lp! Quale sarà ora la nuova sfida? Il cambiamento nel nome della semplicità, questo sembrano cercare, senza strafare, padroni di sé più di quanto si aspettavano gli altri, controcorrente e per la propria strada fino in fondo per essere sempre rispettosi di se stessi. Insomma, è l’alba di un nuovo giorno.



“Cammini a testa alta, ma ti vendi a basso prezzo / Non ha alcun senso”
NEW DAY RISING e FLIP YOUR WIG, usciti rispettivamente a gennaio e settembre, allargano lo spettro sonoro coniando una irresistibile formula, tale da raccogliere riconoscimenti unanimi ovunque. Le college radio li programmano a ripetizione, parlano da soli alcuni dei pezzi inclusi: NDR vanta la -ossessiva perla- title-track, Girl who lives on heaven hill, I apologize, Terms of Psychic warfare, la stupenda Celebrated summer; FYW ribatte con Makes no sense at all, Divide and Conquer, Private Plane, Untitled, Games, Flexible flyer…Puro, meraviglioso fragore melodico (per Mojo “euforica malinconia”)! L'affiatamento è alle stelle, il suono si fa più lineare e meno spigoloso, con Hart influenzato dai sixties, più canonicamente pop ed immediato, e Mould più malinconico ed elettricamente furioso col suo "urlato melodico" (fonte Stiv Valli), armonia pop -intesa come facilità del senso melodico- ed abrasività punk a braccetto. Due monster album che faranno acquisire al nascente college/indierock una sua credibilità ed autonomia, in grado di farlo emergere e superare il confine del passatempo giovanile per porsi come centrale nelle vicende musicali dello scorso secolo. Se è durato nei decenni lo dobbiamo anche e soprattutto a questa splendida accoppiata.


I due lp erano stati inframmezzati dal bel 7" Makes no sense at all / Love is all around (questa di Sonny Curtis, dal tema del Mary Tyler Moore show), che beneficerà anche dell’accoppiata video, l’ennesimo instant-classic inventato dal trio, acclamato da più parti come singolo dell'anno (che la rediviva label di mr.Ginn ristamperà nel 1990 su 10”/mcd con l'aggiunta del precedente “Eight ...”). L'85 coincide con la prima volta in Europa, dove dalla data londinese verrà tratta la vhs Makes no sense (rieditato in dvd nel 2007 in Australia col titolo Live from Camden Palace), che in 19 pezzi bene evidenzia l'essenziale live set del power trio (e se volete vedere un intervista a Bob aftergig + tre estratti live ricercate la video-comp. del 1986 Punk overload); al NME del 1° febb. 86 invece viene allegata una comp. 7" in cui rifanno la Beatlesiana Ticket to ride -ripresa dal live sopracitato- nella più bella versione ascoltata fino ad oggi. 
A ben vedere un anno che ha davvero dello sconvolgente: sulla conferma del loro status di big dell'underground a stelle e strisce; per la SST, che conscia dei suoi limiti strutturali, capisce che niente può più fare per ingigantire la propria gallina dalle uova d’oro ma solo la band può fare ancora meglio per il suo marketing rimanendo in scuderia (passata dal quasi fallimento a traguardi di autosufficienza con i tre: ogni disco raggiungeva le 50.000 copie, con punte di 70.000 per il best-seller Flip Your Wig); per la band, che si vede fare delle avances anche dalle miopi majors che fiutano possibile grana… E qui la spunta la Warner Bros, alle cui lusinghe inaspettatamente cedono -nonostante un primo rifiuto dopo ZA-, siglando un deal per sette lp. Se gli scapestrati Replacements sono stati il primo gruppo rock underground a firmare per un colosso, loro di sicuro sono stati il primo gruppo HC (rompendo la barriera tra indie/corporate sound come modo d’intendere, cosa buona o becera fate vobis), pretendendo ed ottenendo la completa libertà espressiva -inclusa la supervisione della pubblicità-, visto che da sempre hanno seguito attentamente tutti gli aspetti loro riguardanti: dall'artwork di buona parte dei dischi recanti la mano di Hart sotto lo pseudonimo Fake Name Graphx, alla produzione della partnership Mould/Hart, aiutati da collaboratori come Spot, Steve Fjelstad o Lou Giordano, dal 1984 anche inseparabile fonico live. Questa decisione viene presa dai tre con lucida consapevolezza e non certo perché abbagliati da promesse di ricchezza e successo planetario (pur cercando di capitalizzare quanto cominciavano a riconoscere come possibile carriera), cose che verranno spiegate in una lettera aperta inviata ai propri fans pubblicata da Maximum R’n’R. Per i completisti, segnalo "The Blasting concept vol.II” lp edito a ottobre '85 dalla SST, ove figura un'outtake da NDR, Erase today.


“La rivoluzione inizia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno”
Il primo capitolo major, CANDY APPLE GREY, esce a marzo ’86, e prosegue la marcia di avvicinamento alla loro ideale forma canzone, ricamando magiche melodie per palati vari più del recente passato; senza più scossoni stilistici vero, ma nulla è pregiudicato in quanto a resa emozionale, solo ora in maniera diversa. Sicuramente l’album meno duro e più elastico realizzato, dove spicca maggiormente un sentimento introspettivo ed un sofferto pathos, più vicino a Mould che non al frizzante Hart, che qui però cala uno dei suoi assi vincenti, Don't want to know if you are lonely, pezzo che in formato 12" aveva anticipato l'uscita dell'album (dove replicano l'omaggio ai Beatles stavolta con Helter skelter accanto all’inedita All work and no play). 
Dopo l’inusuale apertura affidata alla rumorosa Crystal, il disco si snoda attraverso episodi più familiari, con le ottime melodie energizzate di Eiffel tower high, Sorry Somehow (edito in 12” con le versioni acustiche di Flexible Flyer e Celebrated Summer), I don’t know for sure, e addirittura sublimi brani lenti (la vera novità) dal tocco raffinato quali Too far down e Hardly getting over it. Seguono tours a sfare, da headliner e come supporto (tipo ai REM) ma “internamente” qualcosa comincia a scricchiolare… Dopo un rigenerante periodo di vacanza, il gruppo si rintana nel suo “magazzino” vicino St. Paul per provare e rifinire i pezzi che andranno a comporre l’atteso nuovo platter… Il risultato che uscirà dai consueti Nicollet studios è quello splendido intreccio di armonie chiamato WAREHOUSE: SONGS AND STORIES
Il disco, pubblicato a gennaio 1987, come il precedente suona rock a tutto tondo, ma si estranea nell’approccio dalla stessa cultura rock, attitudinalmente parlando: una nuova forma di rock figlio dell’esperienza punk, che lo disintossica da tutte le nocive scorie da stardom che portava spesso e volentieri con sè. Se solo la registrazione fosse stata meno piatta il tutto ne avrebbe giovato enormemente, ma anche questo aspetto passa in secondo piano davanti alla qualità messa sul piatto. Mould e Hart, da sempre spartitisi -seppur sgomitando- il lavoro di composizione e canto, sono animati da competizione, dichiarandosela a colpi di scrittura più toccante, riuscendovi in pieno per la gioia di noi tutti! Non un capello è fuori posto nonostante i problemi tra i due siano arrivati al culmine, tensioni che a giudicare dai 20 pezzi si avvertono solo da alcuni passaggi testuali, pregni di forte disillusione ed amarezza, come nella bellissima opener These important years (con Ice cold Ice, Could you be the one? e Standing in the Rain, la raggiunta perfezione power pop del trio?), che sembra preannunciare qualcosa che però non si vuole recepire, forse per paura di perdere un “faro” musicale. Epilogo al quale dovremo poi arrenderci quando gli ormai insanabili contrasti tra i due autori, trascinatisi nemmeno tanto sottopelle sin dall'approdo major (con la mazzata finale data dal suicidio del fan-manager David Savoy jr. nel febbraio 1987, il giorno prima dell’inizio tour), prendono il sopravvento al punto che, dopo aver interrotto un mini-tour locale, giunge nelle redazioni musicali il freddo comunicato stampa che laconicamente annuncia la fine. A tal proposito David Fricke scrisse su Rolling Stone: "La terra non si mosse, i cieli non si oscurarono, il mercato di Wall Street non sprofondò, almeno non più del solito, ma fu lo stesso doloroso: il 25 gennaio 1988 gli HD si sono sciolti".

Warehouse è figlio della disgregazione dei rapporti personali, anni di conflitti mai affrontati, un crescendo di gelidi silenzi e accuse reciproche di leaderismo che porteranno all'insanabile lacerazione tra i due propulsori dell'intera faccenda (aggiungeteci un'impensabile ai tempi coming out del Mould che gli faceva versare litri di alcool per mandare giu' la nascosta verità, e il pesante heroin flirt del paciocco batterista, ad inasprire il tutto), con il baffuto jumping Greg nel mezzo a fare da mediatore.
Come epitaffio non potevano lasciarci di meglio che questo lp, doppio ma venduto a prezzo singolo per loro esplicito volere -cedendo una parte dei profitti alla WB-, che avrà pure sancito la normalizzazione del suono rock HD (dando indicazione sulla strada futura dei tipi) ma ce ne fossero! Un altro disco che non dovrebbe mancare in una perfetta collezione rock, per Rolling Stone l’album del decennio! 
Comunque, nonostante la situazione interna sia tragica, la band promuove il disco portandolo a spasso mondiale come se nulla fosse, prova ne e' l'inaspettato THE LIVING END, con note del solito Fricke. Sfruttando l'onda lunga del fenomeno grunge, la WB decide nel 1994 che è il momento propizio per darci in pasto un disco live, e per quanto trattato con indifferenza dagli stessi autori, a me piace ricordarlo per le versioni da urlo di Standing in the rain e Celebrated summer...Più un disco da assolvimento contrattuale che altro. Un buon bootleg è Minneapolis Moonlight 1985, già noto come Lyndales Burning riproposto stavolta in versione completa con tutta la scaletta dello stesso concerto del 28/8/1985 al First Avenue; per i cultori segnalo anche un altro bootleg conosciuto di recente, tale Supernova.
Com’era iniziata l’avventura così degnamente si chiude, immortalandoli live in 24 pezzi, inclusa cover dei Ramones (i loro amati assieme ai Buzzcocks) e gli inediti Now that you know me (già pubblicata a fine ’89 nell'esordio –programmatico?- di Hart Intolerance) e Ain’t no water in the well, nonché la meno nota Everytime di Norton (tratta dal 12” di Could you be the one?), presi dai concerti dell'ultimo tour USA/Canada dell'autunno ‘87, giro preceduto dalla terza visita –di 17 date- nel vecchio continente dove approdano anche da noi al Ritz di Rocca di Novellara (RE) e Torino al Big Club il 15&16 giugno. Ricordo ancora, invidioso, il poster presente in casa dell'Ombra Sergio Milani, uno che in fatto di "devozione” non ha mai scherzato (batteria-voce dei Kina, poi Frontiera)! L’ultimo show (e mini tour) si consuma l’11/12/1987 al “Blue Note” in quel di Columbia, nel Missouri...Volenti o nolenti, da questo momento diventano storia e parte importante della storia rock.

Gli HUSKER DU sono tra i nomi più ricorrenti, quando si parla degli influenti '80; i loro dettami hanno travalicato i confini dell'area HC/punk arrivando a lambire pesantemente il rock, fino ad essere considerati padri putativi del cosiddetto suono grunge, segno di una inestimabile completezza espressiva e dell’apertura mentale dei tre. Le fondamenta di quel decennio, i cui pilastri hanno forgiato e sorretto quel suono che negli anni ‘90 ci siamo abituati a chiamare “alternative”, anche se nel frattempo gli abbiamo fatto perdere la sua etimologia, finendo per definire un suono e non un attitudine (per distinguere l’appartenenza ad un circuito che nulla aveva a che spartire con le majors...Anni dopo Mould nel suo disco eponimo chiamerà un pezzo I hate alternative rock!). Storicizzando il percorso, tracciando un equivalente nei '90, pensate all’impatto dei Fugazi nella scena indie (non solo americana) e cosa hanno significato per la sua evoluzione -seppur per motivi ben diversi- moltiplicatelo, e ci siamo.
E siamo ancora in tanti al giorno d'oggi a chiederci inutilmente “cosa avrebbero potuto fare ancora”? L'esperienza major fruttò solo due album, peraltro molto belli, che però pagarono lo scotto di non riuscire a catturare l'audience mainstream alla quale avevano deciso di rivolgersi, non riuscendo a penetrare nell'immaginario collettivo (complici anche una totale mancanza di look, sparate ad effetto, non certo poi degli adoni da far idolatrare ai teenagers), dove troppo spesso trionfa l'apparire sull'essere...Carriera fermatasi proprio ad un passo dall’affermazione commerciale? Onestamente, l’auspicato botto non ci fu, Warehouse all'epoca vendette circa 150.ooo copie...Ma il tempo è ormai scaduto, anche per altre elucubrazioni da fan, quindi mettiamoci un punto.

D’importanza capitale è stata la SST, label attiva dal ’78 e fiero simbolo alternativo all-time, che, nonostante gli attriti e qualche entrata a gamba tesa, seppe valorizzarli al meglio (al pari delle altre sue band, a cui il verbo “osare” non ha mai spaventato, in tempi dove vigeva un rigido schematismo stilistico: le punte della vera free-generation punk ’80?), traendone vari benefici tanto che ancora oggi riesce a sostentarsi col vecchio catalogo perennemente ristampato (dove troviamo Black Flag, Minutemen, Meat Puppets, Bad Brains, Sonic Youth, Dinosaur Jr., Soundgarden, Screaming Trees, Descendents, St. Vitus…!). Dal punto di vista testuale poi non sono stati da meno: per l'educativo invito alla riflessione dispensato, inserendo nel campo HC degli albori liriche dal forte sapore intimista, pubblicamente personali (ma dai risvolti sociali), dando stessa importanza a quelle d'assalto politiche, tipicità dell'HC da sempre...Precursori della corrente emo se vogliamo, al pari della scuola Dischord dei vari Dag Nasty/Embrace/Rites of Spring, testi comunque sempre identificabili come strumento di crescita e confronto quotidiano. Parte dal singolo individuo la "rigenerazione vitale" che poi la applica al mondo ed a quanto vuole esprimere: il vero cambiamento, consapevole e determinante. Non a caso Mould dirà:“Non vogliamo dire alla gente cosa pensare, non è questo il nostro obiettivo: vogliamo solo dirgli di pensare”.

Il tutto sostenuto da un esaltante supporto sonoro, creato dalla straripante Flying V satura di distorsione ai limiti del feedback ma pienamente melodic oriented (una chitarra che vale dieci), un'incalzante ed efficace drum-set, le due voci che si alternano/intersecano, magnificamente complementari nella loro diversità, ed un basso che spicca come struttura portante, costituendo l'ossatura dell’energico ed imitato modello. Non certo musicisti tecnicamente impeccabili, va detto, ma veramente qui poco importa.

All'indomani dello scioglimento, il cammino dei due songwriters sara' all'insegna del rock cantautorale, inteso nel senso piu' ampio: piu' convincente per Mould, solista (io amo The last dog and pony show del 1998) ed alla guida della creatura pop Sugar (l'esordio Copper Blue del '92 disco d'oro in Usa), meno per il discontinuo neo-chitarrista Hart, da solo (cito il mini 2541 per SST nel sett. 88) e con i Nova Mob (bello l'album omonimo del 1994), sospesi tra cavalcate rock, slanci pop e parentesi folk (piu' qualche sbandata elettronica per Bob)... Le loro carriere non hanno avuto tutta l'attenzione che riceveva puntualmente la progenitrice, ma ad onor del vero i due non l'hanno spasmodicamente cercata (anche se, per capirci, all'indomani dello scioglimento riflettori sono quasi tutti stati puntati verso Mould, il lato imprenditoriale della band, penombra sul piu' artistico Hart, oscurita' piena invece x Norton, colui che sgobbava dietro le quinte per l'unita'). Entrambi hanno poi continuato ad aiutare amici in giro, anche dopo la fine della Reflex: Mould, dopo le produzioni in passato di Articles of Faith, Soul Asylum, Impaler (!), Final Conflict, Hugh Beamont Exp., ha continuato con Starfish, Magnapop, Vic Chesnutt e diversi altri, ha fondato la specialistica S.O.L (Singles Only Label), marchio per diversi gruppi (tra cui i Grant Lee Buffalo) e duettato con i figliocci Foo Fighters nel 2011 nel pezzo Dear Rosemary contenuto in Wasting light
Hart dal canto suo ha prodotto e/o suonato con Yanomamos, Swallow, Magnolias, Patti Smith (nell'album Gung-Ho), mettendo pure su la label Tontine, gia' depositaria del debut 7” nel 1986 dei concittadini Run Westy Run. L'equilibrista Greg Norton ha collaborato con Sonny Vincent negli Shotgun Rationale dell'lp Who Do They think They are (Nomad
rec.) preferendo poi seguire la carriera di chef, nel suo apprezzato ristorante a conduzione familiare di St.Paul, poi chiuso. Lo ritroveremo nel 2007 nei Gang Font, con cui ha inciso l'album The Gang Font Feat. Interloper, per poi riemergere recentemente nelle fila dei Porcupine, autori del mini lp What you've heard isn't real (Dead Broke rekerds).
Come scrittura, tifo piu' per l'angst Mouldiana (con il suo impareggiabile accento malinconico, un vero spirito inquieto, di quelli che non si danno mai pace...) ma il premio simpatia va forse al compianto drummer...ecco, l'ho detto.

Un gradito ritorno d'attualità per la band c'e' stato nel 2017 grazie alla Number One group, che ha portato avanti per anni un certosino lavoro di recupero realizzando sotto forma di ricco box 3 cd /4 lp e corposo libro -più appendice EXTRA CIRCUS, 7”-mini cd appunto con le 5 outtakes delle Metal Circus sessioni- chiamato SAVAGE YOUNG DU (e vai con il richiamo ai soliti Beatles...), a ridare nuova luce e smalto a vecchie incisioni demo e live, per ben 69 tx che coprono a tappeto il caotico periodo '79-83, con l'approvazione totale del trio in persona. L'alternate version di Land Speed fa deragliare dalla restituita potenza (già per questo merita l'acquisto), le rimasterizzazioni di Everything Falls apart e In a free land (in sostanza l'ormai fuori stampa Everything...and more, ulteriormente migliorate) funzionano sempre a dovere… Bel documento da fare vostro, la veste più grezza della band la trovate qui in tutta la sua piena genuinità. Really fast & loud!

Il bello è che questa storia non è nata o si è svolta in una metropoli, una NY o Los Angeles, ma nella sonnolenta e fredda Minneapolis… per questo, romanticamente, mi piace vederla come la riscossa della dimenticata provincia americana, una sorta di rivincita del normale e semplice parafrasando l'amico Paul Westerberg. Forse proprio il clima gelido ed il decentramento geografico della città ha forgiato il caldo temperamento che fuoriesce da ogni nota composta, un contrasto che in modi differenti ha giovato entrambi: inserendo Minneapolis nelle cronache come riconosciuta rock-city che, grazie alla sua pressoché totale esclusione da ogni trend e condizionamento, ha stimolato la band a crearsi lì una storia col proprio retroterra personale ed indipendente, un magico binomio che ha reso possibile lo sviluppo di una delle espressioni più avvincenti di sempre (citando Massimo Scabbia sul Buscadero “Sono capaci di ottimizzare la risposta dei nostri sensi ed influenzare consapevolmente le nostre menti”). Il loro lascito? Un’umile lezione senza tempo, con ritmi da stacanovisti: a testimoniarlo 8 dischi dei quali due doppi in nemmeno 10 anni, qualitativamente ineccepibili. Una band sregolata –nel senso buono- che è diventata un esempio, che niente e nessuno è riuscito ad offuscare.

Diversi sono i tributi usciti nel corso degli anni: da Case Closed? per la tedesca Snoop rec. -benefit per la salvaguardia della foresta amazzonica, complimentato da Hart- con tra gli altri Alloy, Sick of it All, N.R.A., Gigantor, D.I., i nostri Upset Noise, a Du Huskers - The Twin Cities Replay Zen Arcade, con 23 band da Minneapolis/St.Paul che rifanno per intero il capolavoro, sulla locale Synapse, entrambi del ’94; dal mini There's a boy who lives on heaven hill della Burning Heart al tutto italiano Land Speed Sonic su Berserk nel '97. Come non mancano band che li hanno reinterpretati, c'è solo l'imbarazzo della scelta (si va dai Green Day a Heidi Berry agli Spacciatori di Musica Stupefacente). 
Certo, se mettete vicini il violento LAND e lo struggente WAREHOUSE le vostre orecchie stenteranno a credere si tratti dello stesso gruppo, eppure è così... evoluzione signori, non genuflessione al mercato, questo sia chiaro ed assodato per tutti! Dall’umanità HC al rock più umano mai sentito; quando si dice un’onesta dignità personale a fare sostanza (anche nel dopo Husker). “Vogliamo catalizzare una reazione, ma questa reazione significa per noi guardare dentro a se stessi. Se aiuteremo qualcun altro a farlo, il nostro compito di musicisti sarà realizzato” (Mould ’87). 

Curiosità: i Posies nell'lp Amazing Disgrace hanno un pezzo chiamato "Grant Hart", come i canadesi Furnaceface avevano fatto con "Ode to Grant Hart" nel cd Unsafe@anyspeed, mentre hanno osato di più i finnici Penniless People of Bulgaria titolando il secondo cd Mould! Gruppi che hanno scelto i nomi operativi di New Day Rising, Everything Falls Apart o 59 Times The Pain non vi ricordano (scusate il gioco di parole) qualcosa? O il progetto dei due Anthrax Scott Ian e C. Benante che si mettevano anni addietro a reinterpretare live il primo repertorio HD sotto la sigla Du Husker (oltre a coverizzarli con la band madre)... La Reflex ha svezzato il patron della futura AmRep Tom Hazelmayer, all'epoca loro dipendente nonché bassista degli Otto's Chemical Lounge (e prima ancora voce degli hardcorers Todlache), rilasciatari di un 7” per la label, isola anche per altri acts come Articles of Faith, Rifle Sport, Ground Zero, Mansized Action... Che ci crediate o no, Mould ha collaborato con il mondo del wrestling in qualità di sceneggiatore degli incontri! Tulsa Jacks è il nome dell’estemporanea one time band con Mould, Chris Osgood e Tommy Stinson, il cui unico brano è rintracciabile nella comp.tape Barefoot & Pregnance uscita nel 1982 in 200 copie su Reflex… Volete sapere la top 10 assoluta di Mould? Recuperate il libro The desert Island records (Tuttle ed., Blow Up staff). Sapete come i J Church intitolarono un lp? Whorehouse: Songs & stories! Per avere una panoramica abbastanza completa consultate l'aggiornato Husker Du database in rete (www.thirdav.com), dove troverete tutto l'impensabile se non di più sui tre.



BOB MOULD Live INIT Roma martedi’ 15/12/2009
(Presente!) 

Il buon Bob ha pensato bene, vista la capatina nello UK su invito dei curatori My Bloody Valentine, di partecipare il 6/12 al festival annuale Nightmare Before Christmas (con Swervedriver, Sonic Youth, Fucked Up, Primal Scream, Horrors…), e di prolungare la sua permanenza in continente tenendo 4 date in esclusiva europea nella nostra penisola.
Ravenna-Verona-Milano e per ultimo Roma, all'INIT dove mi sono recato per assistere alla performance del personaggio, accompagnato solo dalle sue due chitarre (ve lo dicevo che era in vacanza…). Dopo che Stiv Cantarelli aveva aperto le danze alle 22.45 armato di armonica e sei corde –ed una voce tentennante…-, carino ma niente più (ho captato dal testo di una delle 4 canzoni presentate qualcosa che parlava di Greyhound e deserti americani che fa molto Usa roots…), dopo una breve pausa alle 23.30 irrompe sul palco il nostro, che attacca senza perder tempo una sentita Wishin' Well, See a little Light, e poi, dopo aver imbracciato l’elettrica, giù a botta con alcuni Husker senza tempo (Something i learned today, I apologize, Hardly getting over it, Celebrated summer, la preistorica In a free land), che sollevano l’ovazione dell’esiguo pubblico accorso (poco più di un centinaio), Sugar (la sola You’re favorite thing) ed altri estratti dall’ultimo bel lp Life and Times come I’m Sorry baby, e la stessa title-track.
Dopo un’ora sudata ed un bis con Makes No sense at all, scusandosi per essere rimasto senza voce (l’ha detto lui altrimenti nessuno se ne sarebbe accorto!), l’uomo che talvolta sembra più giovane ora di vent’anni fa, conclude la bella serata. 
Li per lì, su due piedi, sono rimasto un po’ deluso, nel senso che se avessi saputo prima che presentava un set in solitario, non credo mi sarei spinto per i 250 km che mi separano da Firenze a Roma (più quasi un’ora e mezza nel freddo per tornare a Trastevere dal mio amico ospitante)…L'indomani invece mi sono ricreduto totalmente, perché se è vero che ascoltare pezzi originariamente elettrici degli Husker direttamente da chi li ha composti non capita tutti i giorni, la spoglia veste acustica ha dimostrato tutto il valore della scrittura di Mould, che è questo nella sua semplicità. Inutile annientarlo parlando di artista bollito, cristallizzato nel suo suono senza variazioni, che si rivolge alla sua sicura nicchia di mercato (non stiamo parlando di Michael Bolton…). Per certo non prende nessuno in giro: è quello che sa fare meglio e quello fa, sempre per la sua strada, preferendo far parlare le emozioni scegliendo un accordo, una particolare sfumatura, quella scintilla che scava nel cuore ancora oggi…e fin quando ci sarà qualcuno in grado di tirar fuori un riff memorabile, una melodia contagiosa, un testo significativo (o tutto ciò insieme, in questo caso), non si potrà mai parlare di mestiere. Per me rimane uno dei più grandi songwriter rock americani, parlano in suo favore i dischi da solo ed in compagnia da oltre 35 anni. Per le versioni elettriche mi accontento di gustarmi appieno i dischi, il prezioso sfizio acustico me lo sono goduto come una chicca, in attesa di saggiare prima o poi la band al completo a mille decibel!

P.S: See a little light: The trail of rage and melody è l’autobiografia di Mould approntata con l’aiuto di Michael Azerrad (autore di uno dei più appassionanti libri musicali, qual è l’ottimo Our band could be your life, in Italia American Indie 1981-1991, su Arcana, dove tra gli altri venivano trattati gli stessi HD), uscita a giugno 2011… A quando la versione italiana? Intanto ingannate l'attesa con il bel libro 2016 di Roberto Curti di Blow Up mag sulla band! 

In memoria di Grant Hart 1961-2017


Bob Mould ricorda Grant Hart
“Era l'autunno 1978. Frequentavo il Macalaster College a St.Paul, A un isolato dal dormitorio c'era un piccolo negozio che si chiamava Cheapo Records. C'era un sistema di amplificazione vicino alla porta che sparava punk rock. Sono entrato e ho sbattuto nell'unica persona che c'era dentro... Era Grant Hart. I successivi nove anni della mia vita li ho trascorsi con lui. Abbiamo fatto insieme della musica fantastica. Siamo quasi sempre stati d'accordo su come presentare il nostro lavoro al mondo. Quando abbiamo litigato per dei dettagli è stato perchè a entrambi importava molto della band...Era la nostra vita. Sono stati dieci anni incredibili. Abbiamo smesso di lavorare insieme nel gennaio 1988. Abbiamo iniziato le nostre carriere soliste, guidando le nostre nuove band, trovando modi diversi di raccontare le nostre storie. Siamo rimasti in contatto in questi 29 anni, a volte pacificamente, altre con difficoltà...nel bene e nel male è stato così. Questo succede quando a due persone interessa ciò che hanno costruito insieme. La tragica notizia della morte di Grant non mi è giunta inaspettata. I miei pensieri e le mie più sentite condoglianze vanno alla sua famiglia, agli amici e fans sparsi per il mondo. Grant Hart era un dotato artista visivo, un meraviglioso narratore e un validissimo musicista... Tutti lo ricorderemo per sempre. Buona fortuna, Grant. Mi manchi”

domenica 8 aprile 2018

 
PUNK AGAINST THE BISCIONE!
(a spasso con i KINA)

C’era una volta una band dallo strano nome ubicata in un angolino del nord-ovest in punta dello Stivale, fondata nel lontano 1982 da alcuni ragazzi. All’inizio la formazione è a 5, ma dall’83 si stabilizza trio col chit. (e voce) Alberto Ventrella, Giampiero Capra al basso (anche nei Contr-Azione, in seguito pure sagace penna critica su alcuni mags come Dynamo, Flash e Urlo) e Sergio Milani alla batt./voce, questi ultimi due animatori parallelamente dal 1984, assieme ai Franti, di una delle prime diy distro/label nazionali, la Blu Bus (e dal ’90 pure della Circus), dove chi scrive si acculturava fedelmente ogni mese dal 1990 della nutritiva sorgente HC/punk discografica underground internazionale. Proprio in uno dei miei frequenti contatti (eravamo a marzo ‘91), previa mia precedente supplica, “colui che percuote le pelli” mi propone così di punto in bianco una settimana in giro con la band, che, dal 1989 in cui uscì il 3° lp Se Ho vinto Se ho Perso (un capolavoro, immenso per me e la –mia- generazione italiana coinvolta con l’HC), mi ha letteralmente aperto gli occhi su una realtà tricolore che conoscevo poco sino a quel dì (diciamo Wretched, Stige, Negazione, Indigesti, Raw Power, Youngblood, Digos Goat, Infezione, Bloody Riot, CCM, Contropotere, I Refuse It…) e che ha contribuito molto alla mia crescita personale negli anni -e, perché no?, anche emozionale...-, facendomi scoprire appieno l’universo dell’autoproduzione. Esplosione di gioia mista ad incredulità (da fan n.1!) che mi accompagnerà sino alla data prefissata per la partenza e molto oltre, consolidando un’amicizia ormai trentennale. Attestati di inossidabile stima personale a parte, eccovi il vivido resoconto di quel fantastico giretto. Torniamo per incanto al magico 1991… 

Primo protagonista il treno: con questo mezzo dalla stazione di Taranto mi accingo a percorrere circa 1200 km in 16 ore filate per giungere l’indomani mattina a Torino e successivamente in Valle. Il mio spirito di sopportazione è allietato dal fatto che so cosa mi aspetterà quindi tutto procede bene. Arrivo ad Aosta, dove mi accoglie il prode Sergio, che mi porta subito nella sua dimora dandomi una degna ospitalità. Tempo una doccia e un fugace pranzo e siamo pronti per andare a recuperare la ciurma. Dopo aver imbottito il blu bus (esiste davvero, che vi credevate?!) di dischi, strumenti e cianfrusaglie necessarie varie, partiamo radiosi come il sole di quel caldo pomeriggio di mercoledì 1° maggio così schierati: Sergio, Giampiero, Marco Brunet (il chit. che aveva sostituito il dimissionario Alberto), più i roadies Manuela (la compagna di Giampi), ed…io! Si parte alla volta della metronomica Svizzera, destinazione Berna, dove si terrà la prima delle cinque tappe di questo minitour, dove ci attendono alla Reitschule, una imponente struttura che era stata precedentemente sede di una scuola di equitazione, adibita ora a centro sociale (pulito e ordinato, non splendido splendente ma assai vicino!). Intorno alle 18 arriviamo nel luogo indicato, dove troviamo puntuale ad attenderci un ragazzo che ci porta direttamente dall’organizzatore del concerto, titolare di un minuscolo ma stipatissimo negozio di dischi indipendenti. Si gira un po’ per la linda cittadina (per certi versi tutto apparentemente calmo e perfetto e per questo inquietante, almeno per il non abituato homo italicus), dove trovo anche il modo di fare una bella figura di merda comportandomi da perfetto idiota all’estero: pacchetto di sigarette buttato a terra regolarmente scalciato, incredulo per essere redarguito da una arzilla anziana sbraitante, che gridava vendetta per il mio insano gesto…Dovute scuse alla signora, seppur in ritardo. Comunque, dopo una buona rifocillata vegetariana in trattoria si ritorna al posto, dove la band se la vedrà sul palco con quei rinomati cazzoni degli australiani Hard-Ons, che combinazione ero pronto ad andare a vedere nella data torinese…colpo di culo, due piccioni con una fava! Calcolate che è il mio “Kina battesimo” live, quindi l’emozione è ancora più forte. Il posto si va riempiendo quando iniziano gli aostani, che non tradiscono le mie aspettative: come un diesel, partenza in sordina e poco dopo ti ritrovi a cantare tutti i loro brani, mostrando sui tempi lunghi tutto il loro indubbio valore musicale e comunicativo. La gente è piuttosto tranquilla, attenta nel modo giusto (cioè far prevalere la musica alla gara di birra) quindi tutti contenti. Si va a dormire addirittura in pensione (gentilmente offerto dagli organizzatori) cosa che sorprende tutti, abituati a ben altro. Appena svegli ci sbrighiamo poiché siamo invitati ad un brunch, che si svolgerà in un sito davvero suggestivo; immaginate alcune roulotte trasformate e collegate tra esse da sembrare un'unica casa, inventiva spropositata! Lauto il banchetto, una quantità stratosferica di cibo messo a disposizione dai tipi/tipe (soprattutto tipe) che da bravi italiani affamati spazzoliamo a dovere. La classe è classe, non c’è che dire.  






Così rimpinzati partiamo alla volta della crante Germania (la seconda vera casa della band) per Wangen, cittadina appena sul confine, dove appunto subiamo la seconda perquisizione del mezzo e del suo contenuto, con gli zelanti sbirri locali a guardare i dischi con una curiosità degna del miglior collezionista, anche se per motivi diversi dal filologo musicale. Arriviamo al Tonne, che altro non è che uno “jugend centrum”, i centri giovanili che spesso fungono da CSA in Germania, diversamente dai nostri centri aggregazione giovanili che, spesso, non si sa mai cosa sono… Simpatici i ragazzi e l’accoglienza ricevuta, si cena e alle 22.00 davanti ad un centinaio di persone si comincia. Nessun support-act è previsto quindi attaccano direttamente i nostri, sciorinando i loro piccoli-grandi classici, che la gente tutta sembra gradire molto, cantando pure e divertendosi sotto palco, tanto da chiedere ben due bis. Da premettere che da questa data si aggiunge alla truppa il gancio per le restanti date, il buon Tobby Holzinger, noto ai più per essere il fondatore della Your Choice, la label delle Live Series (che in seguito pubblicherà anche un Kina lp, tratto dal gig tedesco all’Oberhaus di Alzey il 4-5-‘90 con gli Scream). Stavolta si dorme da un ragazzo indigeno, una splendida casa su due piani che ci prende bene assai, considerato che intravediamo una doccia, il parquet tirato a lucido a terra, e soprattutto la possibilità di ri-cenare…Detto-fatto, si sbafa cazzeggiando alla grande prendendo di mira Marco che, venuto a sapere, tramite la Gazzetta locale (eravamo nell’era Avanti Cellulare), della sconfitta dell’Inter in casa contro la Samp nello scontro al vertice per l’assegnazione dello scudetto, sprofonda in uno stato catatonico che ci stimola ad essere impietosi della sofferenza altrui! Sono soddisfazioni... Dopo un comodo risveglio e super colazione al Tonne, grandi abbracci e ringraziamenti, ci si dirige verso la data più attesa: Monaco di Baviera. Il concerto si terrà nel gigantesco Kulturstation, con un cast da leccarsi le orecchie: Notwist ad aprire, Victims Family a chiudere!


Si va subito a cena considerato che arriviamo in leggero ritardo, salta la pizza preventivata in favore del chinese-food, tanto che al sottoscritto verranno quasi gli occhi a mandorla per la quantità di riso in bianco ingurgitato. Purtroppo però questo significa perderci i beniamini locali freschi di debut-lp omonimo, gli emergenti Notwist, col loro intrigante punk/HC melodico (la stessa band che da lì a qualche anno, seppur radicalmente trasformata, sarà apprezzata in tutta Europa, ndR)… Sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta. La calca che si va formando promette bene, una fiumana di gente (oltre 400) accorre per saggiare i titani in programma… Tento disperatamente di farmi strada per andare sotto palco, ma quasi arrivato alla meta devo desistere visto che vengo stritolato da diversi energumeni che pensavano di essere sfidanti all’ultimo sangue in un incontro di taekondo. La struttura sarà anche immensa ma francamente la sala concerti non è all’altezza del resto ed essendo già gremita…mission impossible! Ritorno così al blu-banchino, dove mi rassegno a passare la serata, ma senza mortificazione poichè conosco diversi astanti -anche di fauna femminile- e mi dilungo a parlare col tipo della Konkurrel rec. che fungeva da tour-manager dei Victims, che scopro essere l’ex batterista degli olandesi spaccatutto BGK, persona che si dimostra simpaticissima oltre che ben svitata (smorfie, vocine e prese di culo a tutto e tutti: un mito!). Una serata riuscita alla grandissima, senza casini, messa su dal rodato collettivo interno, applausi! Peccato solo per il tempo schifoso che, tra freddo e pioggia battente, ci ha impedito di visitare la città. Ci si reca a passare la notte a casa di Bernard, uno degli organizzatori. Ritornati dal mondo di Morfeo ben riposati, Bernard ci fa ascoltare in anteprima (i privilegi della notorietà…) il disco solista del Moving Targets Ken Chambers, ci parla della deutsch-punk/HC scene (e dietro richiesta mi fa ascoltare e propone, anche se non so quanto seriamente, l’acquisto dell’introvabile mini Cursed Earth dei miei amati Jingo de Lunch sparandomi 50 marchi), intervista la band per una delle maxi zine con cui collaborava (Zap o Trust? Sorry, non ricordo) e mi regala una carrettata di posters di concerti che gelosamente mi trascino dietro come un ambito trofeo, di quelli che ti permettono di fare lo sborone e guardare tutto il mondo dall’alto in basso (peccato che quei preziosi reperti mai varcheranno la soglia della mia stanza poiché dimenticherò la busta sul treno a Firenze, aaarrrgghhh!).

Colazione e via direzione Linz, nella quale giungiamo nel tardo pomeriggio dopo una cavalcata di diverse ore, per suonare al Kapu, un posto autogestito molto accogliente su due piani, con diverse stanze adibite a laboratori (sala serigrafia-stampa, riunioni dei collettivi, info-shop). Facciamo conoscenza subito con alcuni ragazzi nonché con il gruppo che farà da spalla, la connection austro-tedesca Cat-o-nine-tails, un quintetto da poco fuori con il debut-lp. Si cena a bomba e poi iniziano i mangia crauti che aprono la serata coinvolgendo con un tosto ma melodico punk/HC (vi ricordo che il suono Epitaph-Fat Wreck ancora non dettava legge…ndR), con il chitarrista che conquista punti anche per la bella maglietta dei Doughboys indossata. Dopo tre quarti d’ora lasciano spazio al trio alpino, che si destreggia bene sul palco per circa un’ora, convincendo anche qui la platea intervenuta. Nel dopo concerto con Sergio ci intratteniamo addirittura con una bella fanciulla autoctona, la quale ci invita ad un pub in zona, che non seguiremo vista la tarda ora (saranno state le 4 a.m)…Mestamente si va a nanna, si dorme nel posto, non prima però di aver assistito ad una performance dello sgarratissimo batterista dei teutonici, ubriaco da non reggersi in piedi ma capace di far caciara alla grande (roba da immortalare in video per i nipoti!)… fonti segrete mi diranno trattarsi dell’ex batt. degli Inferno (selvaggia gloria HC tedesca degli ’80). All’indomani, prima di partire, si decide di far una passeggiata approfittando della bella giornata ma anche del fatto che avevamo saputo che c’era una fiera del disco in una palestra di una scuola in centro, quindi bisognava presenziare, ce lo chiedeva insistentemente il nostro metabolismo, a caccia dell’affare personale dell'anno. La città è da cartolina, la gente cordiale, sicuramente con i problemi ben nascosti alla vista dell’ignaro gitante, però una -ricca- città vetrina diversa dal modello italiano ad uso e consumo del facoltoso turista: sembrava di essere calati negli anni ‘20 (o in un museo che la ritraeva in quel periodo), si respirava una sorta di festante atmosfera domenicale di relax. Se vi fossero stati cavalli al posto delle bici, si poteva credere di essere stati prescelti come cavie per un esperimento di trasporto mediante macchina del tempo. Dopo aver fatto alcuni acquisti e salutata la gente si parte per la Sacher-land Vienna, dove ci attendono al Flex, sede dell’ultima tappa del giro. Accoglienza freezer, per usare un eufemismo (saranno pure abituati ad avere a che fare con Mozart, però…), nessuno ci caga fino a quando il fonico ci viene a chiedere di scaricare gli strumenti per provare e che poco dopo ci verrà offerta la cena, naturalmente in solitario: gulash, cosa che per un aspirante vegetariano, all’epoca, equivaleva ad un insulto, al punto che comincio a sognare ossessivamente pizza e pasta al mio patrio ritorno. Proprio gli effetti digestivi sortiti dalla cena smentiranno molto del fascino cui siete soliti associare i Kina (il temibile day after, ne parliamo più avanti). La stanza concerti dello squat è piccola ma con una bella particolarità: essendo praticamente coperta da graffiti fluorescenti, tenendola al buio l’effetto-flash è assicurato, ovvio che ne approfittiamo per delle foto. Si sona: i tre tirano dritto per un’oretta quando dopo un bis acustico decidono di chiudere, anche perché si è deciso di partire a razzo per tornare in Italy causa impegni lavorativi (si sa, la vita scelta dal musicista diy è dura: consumare ferie per suonare in giro e recuperare se va bene il rimborso spese…se non è passione questa!), vista pure la considerevole distanza che ci separa da Aosta. Prima di partire però i musicisti, insaziabili, hanno la saggia idea di ascoltare il loro stomaco, il problema è trovare ora qualcosa di aperto considerato che sono le 2.00 a.m. Incuranti di tutto ciò, dopo un peregrinare tipo squalo a digiuno, adocchiamo l’unico posto aperto: un ristorante turco, dove ci fiondiamo, sperando di raccattare quanto avanzato dal menu di giornata. Ci presentano alcuni piatti, francamente poco appetibili: mi tocca una zuppa di yogurt alla menta…mi rimarrà sempre impressa nella mente, poiché ancora oggi la ricordo come una delle peggiori cose assaggiate in vita mia. Appena fuori Vienna comincia la processione verso il cesso, che diverrà per 4/5 della ciurma (eccetto lo stitico che scrive) tappa quasi obbligatoria ad ogni stazione di servizio-autogrill che si incontra, che diventano templi di svuotamento e meditazione (intestinale, of course). Difatti già poco dopo la partenza si era cominciato a diffondere nel van un sentore non proprio piacevole, delle esalazioni mefitiche che rendevano l’aria a tratti soffocante e che invogliava a frantumare disumani record di apnea in superficie. Lo confesso: spesso e volentieri si è parlato in termini simil poetici dei nostri, ma vi assicuro che in quei frangenti di poetico c’era ben poco. Ora capisco cosa intendevano dire nel testo (metaforico?) di Sabbie Mobili: “Dici in silenzio/ non evocare l’inferno/ lo vivi tutti i giorni /si muore un pezzo al giorno. In silenzio sul pullman /coi muri dietro agli occhi / non ti lamentare/ è il tuo silenzio che regge l’inferno”. Adattandoli al contesto, li definirei versi di una profondità viscerale!

Il viaggio continua, con la consueta cassetta (comp. con Husker Du, Rem, ed altri) in sottofondo che si susseguiva all’ascolto, e col furgone che comincia ad arrancare seriamente appena entrati in territorio elvetico, costringendoci al calvario di non dover mai staccare l’acceleratore; se si spegneva bisognava scendere ad aprire il cofano, battere qualche colpetto sullo spinterogeno, accelerare al massimo e filare via all’impazzata! Altro che McGyver… La sfacchinata di ritorno ci fa vivere le quattro stagioni condensate in meno di 24 fantozziane ore, passando dal semi congelamento austriaco alla neve sul confine, per lo stupendo tempo primaverile svizzero con la forte pioggia appena giunti nei pressi della rinomata Valle D’Aosta, dove arriviamo trionfalmente stremati a tarda ora. Mi tratterrò altri due giorni in città, per visitarla ulteriormente (e abbeverarmi di vin brulè e caffè valdostano!), fare una capatina al BB bunker, ma anche per cercare di meritare la cittadinanza onoraria, che arriverà comunque dal grande affetto dimostrato dalle splendide persone componenti il gruppo e relative vicinanze. Bilancio positivo? Di più, amici, molto di più. Una delle più grandi esperienze sul campo del sottoscritto!

Da quel tour fino alla dipartita avvenuta nel 1997 li vedrò altre 7 volte dal vivo (Leoncavallo a Milano, poi tutta Puglia tra Locorotondo-Taranto- Brindisi- Mesagne- Ginosa-Copertino), contribuendo modestamente a spacciare il nome ed i dischi della band nella mia zona ai più curiosi (la stessa curiosità che anni prima mi animò quando un giovane tossico tarantino li citò al povero ignorante che scrive). Dall’HC nudo e diretto degli inizi, all’energia HC incanalata in una struttura sonora incline al più grintoso rock d’estrazione melodica, che non disdegna momenti ed aperture acustiche (altra importante virtù: uno dei brani più belli da me ascoltati in questa veste -in assoluto- porta la loro firma, La strada di Vetri); folk-punk, come fu descritto da Kent McLard della Ebullition, che li volle sulla comp lp Illiterate (quella con sole bands europee). Una progressione decisamente entusiasmante espressa in 5 studio albums + due live, demo-lp, un mini e svariati 7”… Abusate pure della loro discografia: tutta salute e sentimento al prezzo giusto! Un aficionados, aggiungeteci altri 3 live visti dei mirabili continuatori (ma non replicanti) Frontiera…Cosa hanno rappresentato per me? “Un esempio da conservare come testimonianza di ammirevole tenacia e coerenza, col dire e fare che sono sempre andati di pari passo ed importanza, mai rinnegando i propri ideali o piegandoli per avere più consensi, anzi hanno mantenuto le stesse idee degli inizi, facendole maturare e completandole con l’azione; d’altronde non può che essere così da gente votata al confronto senza preconcetti, abituata a fare le proprie scelte fino in fondo autonomamente anche quando queste potevano risultare impopolari (la faccenda Flying rec). Una band militante, se ancora ha un senso questo termine, che ci dimostra come essere credibili nelle pratiche dell'’autoproduzione ed autogestione (punti fermi del loro operato), pionieri fondamentali anche per l’evoluzione di tali pratiche in penisola, di cui ribadiscono convinti la validità dei mezzi scelti e l’indipendenza dal business discografico, rivendicando sempre la natura di band nata e cresciuta antagonista. Sommateci pure la perfezione musicale e testi formativi…Senza tempo”. Parole queste che ho scritto oltre 20 anni fà e che conservano intatto tutto il loro significato. Quando dico il punk che cambia (ed in vari casi, salva) la vita, agendo costruttivamente sulla persona, mi riferisco anche, se non soprattutto, a loro…La forza del sogno che diventa realtà tangibile. Semplicemente imprescindibili, la mia band italiana preferita di tuti i tempi... GRAZIE KINA


Non mi cambierete quel che ho dentro, fuori un’altra faccia - Ho più cicatrici di prima sorrido un po’ meno, forse penso di più.. (“Questi Anni” )



SCREAM + KINA @CSOA Forte Prenestino sabato 28/01/2012 

La 13a volta di un Kina live coincide con la mia prima per gli americani Scream, ritornati in pista nel 2010 dopo svariati anni d’inattività, almeno con questa sigla. Le due band avevano già condiviso il palco svariate volte tra gli ’80 e ’90, quindi il sapore della rimpatriata al limite del deja-vu, ci sta tutto. Si, il lupo valligiano perde il pelo, ma certo non il vizio: il trio di tanto in tanto toglie dalla naftalina la storica sigla per partecipare a qualche estemporanea serata sparsa nella penisola, così per divertimento. Qui, con Roberto degli intercambiabili Frontiera al posto del Capra, ci danno dentro come se fosse ieri: solita partenza a singhiozzo e ottima ripresa, pezzi nell’ora di sfogo pescati da tutti gli albums, col saccheggio del must Se ho vinto… (metà album!), con Sfoglio i miei giorni nella più bella versione live da me ascoltata, a fare il paio con la sempre entusiasmante Questi anni, cantate a squarciagola dai commossi presenti, giovani e meno giovani uniti dal sentire comune. Da lodare il salto nel tempo con il recupero delle preistoriche Nessuno Schema e Vivere Odio, così come i brividi dispensati dalla toccante Troppo Lontano, che conclude alla grande la performance. L’umiltà li accomuna ai ringalluzziti americani, che non si risparmiano, d’altronde si parla di una band che on stage ha sempre dato il massimo. Potenti e contenti, in formazione originale coi Stahl bros, Skeeter Thompson, Kent Stax e l’aggiunta del nuovo chit. Clint Walsh, a sciorinare classici a manetta: This side up, Human behavior, le nuove Stopwatch e Elevate dal bel 10” per la Side One Dummy, l’accoppiata hc/reggae Fight/American justice dall’esordio, Feel like that e tante altre, fino alla conclusiva e sempre trascinante Came without warning assicurano la riuscita dell’evento, col singer che sopperisce alla sgolatura col lato animal che lo caratterizza. Sudore, coinvolgimento e grinta: grandi Scream! Tanta bella gente per un Forte pieno come ai bei tempi, benefit per Radio Onda Rossa, e dedica ai compianti Fabrizio Fiegl e Er Patata. Standing ovation di resistenza.

sabato 5 agosto 2017

NEGAZIONE La nostra vita (box discografia Contempo 2017)


Dalla mole con furore! Negazione: un nome forte e deciso, capace di evocare da subito in chi scrive l'universo antagonista e hardcore, all'epoca concetti ancora piuttosto confusi ma che già cominciavano a delinearsi nel mio essere pensante. Avevo letto più volte di loro intorno al 1987, erano uno di quei nomi che furoreggiavano su fanzines d'area HC/thrash, con qualche timida comparsata pure sulle nostrane riviste del tempo (Metal Shock e HM, Rockerilla), per cui accoppiando curiosità e bramosia d'ascolto mi decido a recuperare materiale dei torinesi...L'occasione mi fu fornita proprio dal secondo lp Little Dreamer, uno dei primi dischi di HC italiano da me posseduti (il primo è stato La tua morte non aspetta dei Wretched, mini lp che sdoganò al giovinastro alle prime armi sul genere proprio il cantato in lingua madre, per il quale nutrivo grande titubanza), da me acquistato a Milano -presso Mariposa dischi- fresco fresco di stampa per la crucca We Bite (con cui faranno comunella per diversi anni), dove mi ero recato per assistere al concerto-mini festival organizzato per la prima calata italiana dei miei amati Megadeth, con al seguito i protetti Sanctuary (i poi Nevermore), Flotsam & Jetsam e Testament, al mitico PalaTrussardi nel maggio 1988.
 
Difatti, con una piccola ma decisa squadra di squattrinati, partiamo in treno dalla amata/odiata Puglia alla volta della città da bere -con tanti chiodi di garofano, all'epoca-, un bel viaggio e permanenza flash che cementa l'amicizia dei 4/5 appassionati, tra i quali figura Nick Curri conosciuto dal sottoscritto un anno prima al mio primo concerto assoluto (un metal festival nel tarantino), che mi invita a collaborare alla sua ottima Metal Destruction, tra le prime italian pro-zine; proposta che accettai subito senza alcun esitazione, che mi avrebbe fatto scoprire le gioie dell'attivismo musicale e cambiato in meglio la vita (e lo dico senza fare la figura del deficiente, perchè è così...quella semmai la feci declinando il gentile invito di Vittorio Amodio a pubblicare per il suo magazine Urlo l'intervista live fatta -con penna e carta per trascrivere in tempo reale- in quel di Poviglio (RE) presso la sua videoteca al compianto Giuseppe Codeluppi dei Raw Power, ove mi ero recato con un amico del posto nell'estate 1989, per il solo fatto di volerla pubblicare in esclusiva sulla mia Metal Destruction...con Urlo poi collaborerò attivamente dal 1994 sino all'ultimo numero del settembre 1998! L'intervista non fu mai pubblicata, dato che venne smarrita dal sottoscritto tempo dopo...insomma, coglione al quadrato). 48 ore dopo, di ritorno alla mia dimora -al tempo- a Grottaglie (Taranto), studiando il disco acquistato vedo nel retro copertina l'indirizzo per contattarli (presso Roberto Tax Farano), ed avendo puntato la band come prima scelta mi decido a inviare una serie di domande -piuttosto ingenue, va detto- che andranno a comporre l'intervista, prevista per il n.5 della thrash 'zine. Spedisco via posta il tutto e nel giro di un mese mi arrivano le attesissime risposte del Tax, accompagnate da materiale informativo sulla band ed anticipazioni sulle prossime mosse...ecco come nasce la mia prima incursione nel magico mondo musicale underground nostrano. Grazie ancora Nick e Tax.

Da quel momento ogni loro uscita divenne da acquisto sicuro, innamorato di musica e quei particolari testi alternanza italiano/inglese creati dai 4 dalla motor city italiana (i 3 fissi più la girandola di drummer susseguitisi allo sgabello; senza alcun dubbio, per i fans IL batterista rimarra' sempre e comunque Fabrizio Fiegl, prematuramente scomparso nel luglio 2011)... Il disco successivo, il mini Behind the door, sfaccettato ed aperto ad altre contaminazioni ed il gran singolo d'accompagnamento Sempre in bilico/La nostra vita (registrato nelle stesse sessioni, ma pubblicato separatamente) furono consumati dagli ascolti, idem la cassetta che acquistai dal Trippa editor Stefano Ballini aka Mago Trippone, con la trasposizione parziale dello storico concerto al Casalone di Bologna con il tris CCM/Indigesti e appunto i nostri, che mi faceva immaginare come poteva essere un loro live...immaginario che divenne realtà nel 1990. I nostri erano impegnati in un mini tour nel sud Italia condiviso con i napoletani Randagi e i milanesi Extrema, ed una delle date previste toccava il Centro Sociale di Brindisi, ove mi recai con la solita truppa di Metal Destruction. Riesco a conoscere e scambiare quattro chiacchiere con i tipi, tranquilli e disponibili che non si fanno problemi ad interagire con chi li segue, aspetto che avrebbe rafforzato definitivamente il mio legame con la banda.
 
Quando fu il loro turno sul palco verso mezzanotte, dopo circa mezz'ora furono costretti a interrompere il set a causa dell'intervento dei soliti disturbatori dell'ordine che, di fatto, bloccarono il concerto adducendo come scusa l'orario e il baccano provocato, non prima però di concedere dopo una veloce trattativa un ultimo pezzo di congedo, che Zazzo dedicò proprio a loro... Tutti Pazzi, cantato in coro dagli astanti! Un'infuocata tappa, uno dei concerti rimasti nel cuore del sottoscritto. Burle a parte, quella sera due pezzi (dei 7 proposti) rimasero impressi nella mia allenata memoria, uno strumentale (poi divenuto Parole), e una certa Brucia di Vita, inediti al tempo e che avrebbero trovato spazio in 100%, lp in procinto di esser pubblicato dalla Godhead/Flying records da noi e We bite estero, che mi gasarono tanto da scalpitare nell'attendere la sua uscita.

Il disco che doveva essere il lancio definitivo sul mercato italiano divenne invece il loro epitaffio, non per la qualita' dei pezzi comunque discreti, ma probabilmente per fattori altri, che ormai non ha piu' senso tirare in ballo dopo 5 lustri (concretizzare le aspettative che potevano trasformare la storia in carriera, alimentata dalla visibilità data dalla partecipazione al Monsters of Rock italiano nel settembre 1991 nonché dagli innumerevoli giri a consumarli in tutta Europa e negli States...ah, nel disco alla batteria siede l'ex Impact Jeff Pellino, meglio noto in seguito come Neffa, you know?). Cosi', con un annuncio sul mag Rumore nell'estate 1992, mestamente arriva l'ufficiale no more Negazione...
 
Ora, passati ben 25 anni dal loro scioglimento, mi ritrovo a parlare dei torinesi in occasione della ristampa della discografia operata dalla rediviva Contempo (chi l'avrebbe mai detto?), label fiorentina che ha marchiato a fuoco l'epoca d'oro della new wave nostrana nonché uno dei simboli del panorama indie '80, che dopo anni di forzato letargo è riemersa come marchio intorno al 2004 e rilanciata alla grande negli ultimi anni -con il ritorno del figliol prodigo Alessandro Tozzo Nannucci- con puntuali uscite principalmente divise tra ristampe di colonne sonore -storiche e non- di culto, riedizione di gemme del passato (Litfiba, Diaframma), box discografie (Neon, Pankow, Petali del Cariglione/Carillon del Dolore) e nuovi dischi originali (Gianni Maroccolo con i suoi progetti, Miro Sassolini, Ginevra di Marco). 
Pubblicato in occasione del Record store day il 22 aprile 2017, il box stampato in 700 stilose copie contiene l'opera omnia dei nostri, in edizioni identiche agli originali: si va dalla split tape Mucchio Selvaggio condivisa con gli amici Declino (qui proposta solo col lato Negazione; la britannica C.O.R. rec la stampò integralmente in lp nel 1986) ed i primi due singoli Condannati a morte e Tutti pazzi (già ri-pressati ma in formato lp nel 1989 dalla solita We Bite come The Wild Bunch -early years) alla pietra miliare Lo Spirito Continua, autentico classico dell'Hardcore europeo anni '80, stampato da Konkurrel/Mordam (poi TVOR in Italy), 9 tracce sofferte e dinamiche che hanno segnato la nostra storia di riferimento ma anche trasversalmente Rock, come testimoniato da guide e speciali sui dischi più importanti dello stivale di quel decennio e non solo (al pari di altri patrimoni quali Screams from the Gutter dei citati Raw Power, Se ho vinto se ho Perso dei Kina oppure Osservati dall'Inganno degli Indigesti, per fare qualche esempio), al più introspettivo ed emozionale Little dreamer, passando per la doppietta Behind the door e il coinvolgente singolo Sempre in bilico/La nostra vita (nella mia top ten assoluta singoli), per finire col duro power core de 100%, condito da libretto 8 pagine con foto e testi, poster 30x60 che immortala un fighissimo scatto live al CBGB's del 1990 e la riedizione della red-shirt stampata per il Little dreamer tour dell'88. 30 e lode!
 
Una delle band più famose in ambito HC italiane all'estero, grazie anche alla vagonata di concerti fatti in ogni buco (accogliente e non), ma anche una di quelle più restie a ristampare i propri dischi (al pari dei CCM, anch'essi recentemente omaggiati dalla loro concittadina Area Pirata con il box discografia, concomitante l'uscita del libro del chitarrista Antonio Cecchi), per motivi che ci sfuggono, tranne per Lo Spirito Continua, rieditato nel 2012 in cd con bonus tx dai primi singoli e corposo libretto a carico della Shake edizioni col titolo Il giorno del Sole...bene, il momento è arrivato per cui affrettarsi perchè, com'è facile prevedere, il rischio di rimanere presto a mani vuote incombe. Peccato non ci sia qualche inedito o un live per l'occasione a rendere ancor più appetibile il già succulento piatto (anzi mancherebbe qualcosina, tipo la cover di I Think i see the light di Cat Stevens, pubblicato nell'edizione cd originale di 100%, ad esser pignoli...seghe da completista quale sono), ma va bene, va bene così, come diceva quel tale...anche perchè si bissa a breve con la ristampa dei singoli dischi in cd! Un rigenerante tuffo nel passato, rinvigorente per il piacere -ascolto e ricordi- e dovere -tributo a coloro che mi iniziarono-. La loro vita è anche un po' la nostra.
 
 

domenica 9 aprile 2017

DIABLO'S RISING!







Attenti: qui si va a parlare di una delle colonne portanti dell'emo-punk/HC -nonostante a loro non garbi la definizione-, una band che continua a tenere alto il buon nome del genere (inteso in senso lato) da oltre un quarto di secolo -seppur ad intermittenza-, sollazzandoci con buongusto e stile, e senza quella puzza sotto il naso dettato dallo status di veterani, che tanto infastidisce… Lo sapete che il nome deriva dal personaggio del celeberrimo libro americano di favole "Dr.Seuss" e composto dalle parole SAM-I-AM? Non vi dico quanto mi ci è voluto per capire come si pronunciava correttamente la sigla! Ma andiamo nei dettagli cronologici...

La band prende vita nel 1988 nell’assolata Berkeley, per mano del novello chitarrista Sergie Loobkoff, nato batterista con gli Sweet Baby (autori di un unico lp su Rude rec., ristampato su Lookout col titolo It's a girl: praticamente, i Beatles nati lì in spiaggia e cresciuti a Ramones), principale compositore nonchè autore delle grafiche, e da due ex Isocracy, il cantante Jason Beebout ed il bassista Martin Brohm, con la batteria affidata a Mark Mortensen (i restanti Isocracy, ossia il chit. Lenny formerà i Filth e l’iperattivo drummer Al Sobrante finirà nei primi Green Day!). A loro si aggiungerà poco dopo il chitarrista James Brogan, proveniente dai Social Unrest (attivi per tutto il decennio ‘80, con una corposa discografia all’attivo). Proprio Berkeley è l’epicentro californiano che vede fiorire tra il '90-91 un’arrembante nuova ondata melodica nel versante punk/HC, orbitante attorno la comunità nata dal posto autogestito situato al 924 di Gilman Street*, grazie anche al lavoro di misconosciute etichette che sfornano dischi di gente più o meno ai primi passi, alcuni rimasti poi negli annali degli appassionati, allargando la cerchia degli ammiratori a livello mondiale (e piuttosto consistentemente!): Lookout ed Epitaph in primis, con Operation Ivy, Green Day, Mr.T Experience, No Fx, Pennywise, e Jawbreaker, Cringer...! Tra queste ci sono anche la C/Z con All, Big Drill Car e Chemical People, e la più piccola New Red Archives (Reagan Youth, Hogan's Heroes, Kraut, Crucial Youth...), fondata e gestita da Nicky Garratt -l'originale chitarra degli U.K.Subs di nonno Charlie Harper- con i saranno famosi No Use For a Name, gli Ultraman e appunto i Samiam, battezzati dalla Lookout col 7”ep I AM, entrati in scuderia nell'89, e dei quali ha editato l'esordio lungo SAMIAM, seguito a ruota dal mini UNDERGROUND, prodotti da Peter Miller (già al timone nell'epocale Dehumanization dei Crucifix). Subito vengono inseriti tra gli astri nascenti, grazie alle 12 esuberanti tx figlie dell'HC melodico (i cui apici risiedono nella dolce amara Home sweet home, la caparbia Speed e nelle sostenute Sympathy e Early morning) che, nonostante qualche incertezza, non passano inosservate. Il gruppo sin dagli inizi aveva lavorato molto in sede live, tanto che cominciano ad arrivare le prime gratificazioni… Il batt. Mark però decide di ritornare al college, lasciando il posto al subentro David Ayer, giusto in tempo per intraprendere con i label-mates Ultraman il primo tour europeo (di ben quattro mesi!), toccando anche l'Italia a settembre 1990 per tre date (Forte Prenestino a Roma, Macchia Nera a Pisa e Leoncavallo a Milano), oltre a girare in lungo e largo lo sterminato paese natio in coppia con gli inglesi Snuff. E' il '91 quando vede la luce il secondo lp SOAR, prodotto dal tuttofare Brett Gurewitz, un avvincente susseguirsi di 14 canzoni con spunti che incrementano le caratteristiche salienti del Sam-sound: cala leggermente la velocità media in virtù di una maggiore cura nella costruzione dei brani e del senso melodico, con quel retrogusto malinconico che comincia ad affiorare, che appassiona sin dal primo ascolto. Il crescendo di Clean e la coinvolgente Tell me a story, con la più classica Sky flying by anticipano quanto saranno in futuro, Viewpoint e Slumbering ce li mostrano adrenalinici, al pari di Whole… Una netta progressione dal debutto, tanto che si impongono con irruenza all'attenzione dei seguaci dei sotterranei americani. Sia chiaro che siamo ancora di fronte ad un disco di HC melodico: uno dei migliori dell'annata senza dubbio, per la zine gallese Fracture "uno dei massimi capolavori dell'emotional HC"! Nel frattempo aumentano le richieste di partecipazione a compilations: la disponibilità ad offrire pezzi è di casa, vista la sfilza di dischi sparsi per il globo in cui presenziano, perlopiù con estratti da radio-sessions e live (pochissimi gli inediti: il sampler della NRA Hardcore Breakout USA vol.1 è uno di questi, col brano Indigestion), cimentandosi negli anni in vari remakes (da Come fly with me di Sinatra a Here Comes your Man dei Pixies, Search&Destroy degli Stooges...) o in sfuriate da 30" come Long enough to forget you contenuta in Short music for short people (su Fat Wreck, copertina ad opera di Sergie)...insomma, l'importante è esserci! E' sempre mamma N.R.A. a stampare nel '92 l’album BILLY, carino ma con pochi colpi di genio nelle sue 13 tx, dove i nostri si sforzano sì di evidenziare il cambiamento in atto, ma non riescono ad imprimerlo fino in fondo, come nel più ovvio disco di transizione. La produzione di Armand John Petrie (di fama Goo Goo Dolls) con l'aiuto di Billy Anderson poi non sembra adattarsi alla band, con l'effetto che il suono sembra trattenuto più che rilasciato, privo di mordente; per ultimo, il titolo del disco, che rischia di confonderli tra le troppe geek-core band sparse ovunque, tutti elementi che giocano a sfavore… Non che manchino buoni pezzi: indicativi a riguardo le belle Get Out e Head Trap, la movimentata Hey brother, la lunga At the bottom, ma le crepe ci sono... La critica di settore lo accoglie con aggettivi non proprio invitanti, secondo me esagerando poiché il disco non è affatto brutto, ma confrontato con il diretto predecessore perde nettamente ai punti. Billy era stato anticipato dal 10" parzialmente acustico DON'T BREAK ME e dal mini BEAUF, stampato dalla tedesca Beri Beri (per la quale Sergie curerà anche l'artwork della comp. in tre volumi Life is Change, dove sul secondo i nostri offrono gli inediti Friend e Where d'ya go), con vecchi brani rifatti e versioni demo di 5 pezzi poi su Billy. A questo punto la band saluta la N.R.A (che si rifarà sotto nel 1998 con THE NEW RED YEARS, cd retrospettivo con 17 brani tratti dalle releases nel periodo in cui erano in combutta) e comincia a guardarsi attorno, intenta a darsi una scossa anche per capire se ci sono possibilità di far carriera; il dubbio viene fugato in maniera piuttosto celere, quando ricevono un contatto di quelli seri, chiamata che loro stessi nonostante le crescenti ambizioni, non avrebbero mai immaginato da chi... il periodo è particolarmente florido e viene loro incontro. Vediamo il perché.

1992-'93: sull'onda dell'inaspettato botto mondiale dei Nirvana e del fenomeno grunge-alternative, le majors si buttano a capofitto sguinzagliando i propri segugi, pronti a depredare a suon di dollari il fervido sottobosco yankee nella esasperata ricerca della next big thing (riuscendovi con i Green Day, gli Offspring di Smash erano ancora marchiati Epitaph, indipendente che proprio da quel 1994 inizierà la sua business escalation), ossia carne fresca da sacrificare all'altare del mercato, trappola nella quale cadono anche i nostri (col colosso Atlantic). La stragrande maggioranza dei gruppi aspira ad entrare nel grande circo major, intravedendo con questo quella dorata visibilità che dà via al professionismo musicale, assicurata dalla massiccia azione congiunta che incrocia sostegno economico-promozionale e distribuzione capillare del proprio prodotto, fattori che possono portare a raggiungere un pubblico più vasto e da interessare, magari in maniera duratura. Promesse, e come tali da dimostrare, che spesso vengono smentite nei fatti… e li cominciano i guai. Proprio alla vigilia della firma il bassista Martin decide di abbandonare i compagni, prontamente sostituito dal vecchio room-mate di Sergie, l’ex Mr.T Exp. Aaron Rubin, così come viene allontanato a metà record-session l’originario batterista Mark (rientrato nei ranghi al posto di Ayer, andato a far comunella con ex Primus e Sister Double Happiness nei Porch, nonché apprezzato sessionman live/studio, tra cui gli Uk Subs: ascoltatelo nel loro album del ventennale Quintessentials), rimpiazzato da Vic Indrizzo. Siamo nel ’94 quando esce il nuovo full-lenght: il loro capolavoro! CLUMSY sfoggia 11 delizie impreziosite dalla mano di Lou Giordano (già al servizio per Lemonheads, Moving Targets, FU'S, Articles of Faith, Siege, Jones Very, Jerry's Kids, Sugar... continuo?), dove viene completamente definito il nuovo corso e la piena maturità della proposta: qui nasce l’apprezzato Samiam style, l’anello di congiunzione tra melodic punk dalle sfumature pop e emo-core dall’animo malinconico (chiedere ai pur coevi Seaweed, Gameface o Slap of reality: mentirebbero negandone la diretta influenza). Badate, parlo di emo della loro generazione sonora... In molti li hanno definiti i Dag Nasty dei '90: un gran complimento questo, che però toglie giusti meriti a quanto espresso dai cinque. L’opener As we’re told crea l’inebriante mood per iniziare bene l’ascolto, che continua con Capsized e Stepson, scelti come giusti singoli con tanto di video (i primi della band, trasmessi pure con buona frequenza nei music network), come lo poteva essere anche Tag along; Bad day e Routine proseguono nel tipico Samiam incanto (non avrebbero affatto sfigurato su Soar), così come la sofferta Cradle ed il degno finale affidato all’ottima Time by the dime. La voce di Jason è magistralmente cucita col suono, le chitarre ora taglienti ora intrise di dolci fraseggi armonici, e le ritmiche, corpose e dinamiche quanto basta a smuovere: un insieme perfetto! Il punto vincente è il cambio di approccio mentale: se fino a "Billy" sembravano timorosi o forse non coscienti di tutto il loro potenziale, ora lo fanno autorevolmente prendendo coscienza dei propri mezzi, sicuri senza esitazioni. La produzione risente del sostanzioso budget messo a disposizione, e paradossalmente proprio qui muovo l'unico –pignolo- appunto a "Clumsy": la grinta c'è, la potenza pure però attenuata dalla pulizia formale (dal tocco rock) che sembra smussare il carattere dei pezzi. Sbavature o cadute di tono? Nemmeno a parlarne, è una continua escalation di emozioni, dettate da un songwriting al top... Un disco FAVOLOSO che meritava ben altra sorte. Ma chissà cosa s'aspettavano quei tignosi dell'Atlantic, probabilmente un successo istantaneo (e non le 60.000 copie vendute), cosa che non avviene e, in un'epoca in cui se non funziona il tutto e subito (diversamente da come era fino agli '80 quando si investiva su una band anche in termini di crescita spendibile nel tempo), sei tagliato fuori...Risultato, il rapporto si deteriora irrimediabilmente, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, l’idiosincrasia tra punk & majors.
Diciamolo: i Samiam non hanno l'immagine né l'accattivante guasconeria dei loro amici Green Day, oltre ad essere musicalmente meno immediati, più adulti in questo...Un deficit di caratteristiche, più che qualità, gli elementi che forse sono venuti a mancare nel suscitare quel particolare appeal presso il pubblico teenager, principale target a cui si rivolgono le majors (senza nulla togliere ai Green Day, che hanno solo aggiornato la loro proposta iniziale espressa su Lookout; per gli Offspring proprio non riesco a trovare motivazioni altre che non siano bei video a supporto di qualche azzeccata canzone orecchiabile...entrambi però importanti, a modo loro, nel far scoprire ai giovanissimi il punk/HC, magari più di qualcuno avrà approfondito la conoscenza tralasciando gli aspetti più glamour e distorti della storia...)... Cosa avrà decretato la loro disfatta mainstream? Misteri del mercato.

Nonostante il master del nuovo disco fosse pronto, il gruppo, di ritorno dal Warped Tour, capisce che le prospettive non sono affatto invoglianti a proseguire e prova a chiudere questa breve ed avvilente esperienza (destino comune ad altri acts simili: Face to face, Jawbreaker, Downset, Smoking Popes, Hagfish, Schleprock, Into Another...). I 5 rinascono presso la svedese Burning Heart, che acquista, dopo un tira e molla economico, il master dalla Atlantic ed anche i diritti di Clumsy (che verrà subito ristampato). Ebbene sì, il cuore ardente si accaparra le loro prestazioni in esclusiva, tranne per gli USA, dove escono stavolta su Ignition (sussidiaria della rap/R&B label Tommy Boy), affidando licenza per la stampa paese per paese. Una seria mossa della label questa, intenzionata a creare un team di prestigio, da amanti dell'intero universo punk -visto anche la parallela Sidekicks rec.- più che da spietati aguzzini pronti a fottere tutti i malcapitati, anche se la successiva partnership con la Epitaph nel '98 farà storcere la bocca a tanti, intervento motivato per salvare l'etichetta di Orebro dal tracollo finanziario (non bastavano più le vendite di Hives, Millencolin, Refused, No fun at All, Satanic Surfers a tirare la carretta, suppongo anche consistenti nel giro a confine tra underground e overground?), subentrando con l'acquisizione del 51% del controllo azionario. La B.H. aveva fatto il passo più lungo della gamba? Comunque sia, sono loro ad editare nel '97 YOU ARE FREAKING ME OUT, composto da 13 inconfondibili gemme (inclusa la Cry Baby Cry dei Beatles) -col nuovo drummer Michael Petrarch- che continuano le gesta dell'illustre predecessore ma con un piglio più solare, ottimizzati dalla profondità di suoni ottenuta da Steven Haigler, già produttore di Pixies e Quicksand. Il trittico iniziale Full on/She found you/Factory miete vittime con le loro cariche melodie, così come My convenience e l’accattivante Nothing new...Bello, giusto un gradino sotto "Clumsy", di sicuro il loro disco più conosciuto in Europa. Nuova tornata continentale stavolta con gli Shades Apart, con puntata in Italy il 24 sett.97 al capitolino Forte, ove il gruppo dà il meglio di sè, smentendo chi li dava per spacciati (citando JAMMAI: "un concerto esplosivo il loro, senza tanti fronzoli nè ricami...Samiam batte Shades Apart un tot a zero"). Seguirà un Japan tour di spalla ai Green Day nel 1998, ed al ritorno giro negli Usa con i Creed… Un rinnovato interesse (perlopiù fuori dagli States) prende bene la band, che bella pimpante entra nel terzo millennio con il variegato ASTRAY. Guida la console Tim O’Heir (Alloy, Sebadoh, Bob Evans…): una sequenza di 12 brani che parte bene con l'energica Sunshine ed i successivi Wisconsin e Super Brava (da baci in bocca), propone l'ennesimo video single Mud Hill (hanno fatto di meglio, via!), si bilancia tra slanci emozionanti nella riflessiva Dull ed in How long, o in sanguigne sortite come in Bird Bath…La loro vitalità non è mai scemata, ma forse stavolta si comincia a sentire una stanchezza di fondo, che in brani -dagli ammiccamenti indie-pop- quali Curbside e Why do we si fa alquanto evidente. Annotiamo l'ennesima girandola di componenti la ritmica (entrano l’ex Limp Johnny Cruz-dr e il più volte collaboratore live Sean Kennerly-bs dei Fakes, già dal '98 in pianta stabile), un nuovo partner americano (la Hopeless) e nuovi tours in programma... Improvvisamente però il veterano Brogan lascia per ritirarsi a vita privata, e la band parte per la nuova euro-capatina di tre settimane come quartetto; così arrivano nei nostri lidi per due date a febbraio 2001 -dopo il falso allarme di sett. 2000, preventivati con i No Fun at all-, delle quali mi gusto quella milanese al Rainbow, dove hanno riproposto vecchi, recenti e nuovi inni del calibro di Bad day, Sunshine, Capsized, She found you, Factory, Clean... Ad onor del vero la mancanza di una chitarra ha tolto slancio alla brillante scaletta, tutto sommato però hanno offerto un buon concerto, terminato dopo un'oretta per gli innumerevoli inconvenienti al drum-kit del temerario Cruz, cui va un elogio poiché è riuscito ad assicurare una buona performance seppur in condizioni disastrose. Applausi!

La band si rende però conto che vive in una fase di stallo, con le quotazioni stabili che si non vanno giù, ma nemmeno sembrano tali da permettere loro il famoso salto di categoria; non gregari, ma di sicuro non in prima fila nel gradimento di vendita, e bruciata l'esperienza major il treno del successo sembra svanito. Di comune accordo decidono quindi di andare in stand-by, smettendo di fatto di essere una band attiva ma più uno sfizio da riattivare quando se ne ha voglia (ribadito da Sergie in un'intervista del 2010).

Solo nel marzo 2005 i Samiam si sono riaffacciati sulle scene, affrontando un euro-tour di 15 date tra Spagna, Francia e la seconda patria Germania, ritornando alla line-up a 5 con l’ingresso del bassista Jeremy Bergo (con Sean che ritorna alla chit., suo strumento originario), per poi nell’ott. 2006 uscire ancora per B. Heart/Hopeless con il nuovo cd WHATEVER’S GOT YOU DOWN! I nostri pulsano ancora forte, emettendo buone vibrazioni nelle 12 radiose tracce prodotte stavolta da Chris Moore (per ogni disco un produttore diverso, questo per precisa scelta), puro distillato Samiam heartfelt sound, volutamente più diretto e sporco di “Astray”, con almeno due pezzi a concorrere per l’inclusione in un eventuale greatest hits, l'opener When we’re togheter e Take Care. Un tenace ritorno in pista, come dimostrano anche altri brani come le classiche Anything e Are you alright, o ancora la doppietta finale Holiday parade e Bide my time... Un album gradevole, peccato solo l’abbiano notato in pochi, penalizzato purtroppo dalla timida esposizione mediatica ormai riservata alla compagine. Dopo il cambio di bassista, con l’innesto di Billy Bouchard, e tour in Sud America e Australia nel 2009, proprio nel momento in cui cominciavamo a temere il peggio, la band a settembre 2010 se ne esce pubblicando tramite la No Idea ORPHAN WORKS, raccolta cd/doppiolp di 18 pezzi tra demos, outtakes e live, risalenti ai (migliori) tempi di Clumsy e You are…, promozionato con un tour europeo ad ott. 2010 concomitante l'entrata di Charlie Walker (già alle pelli con Split Lip, Chamberlain e New End Original). Il disco ha lo scopo di mettere un po’ d’ordine nella discografia più sommersa della band, oltre a tener viva la fiamma per rilanciarsi con l’uscita del nuovo lp, TRIPS, pubblicato a sett. 2011 per la ritrovata Hopeless. Produzione scattante, affidata a Chris Dugan (Green Day, Iggy Pop…), con 13 validi pezzi che danno un vivace assetto al disco; la cifra stilistica resta immutata, d’altronde il collaudato impianto va da se ed anche stavolta il gioco d’insieme da soddisfazioni. I primi due pezzi 80 west e Clean up rinverdiscono vecchi fasti fine ’90, September holiday trasmette la giusta grinta, per proseguire col tripudio di chitarre elettroacustiche in crescendo delle ritmate Crew of One e Dead; le rilassate El Dorando e Magellan suscitano un trasporto emotivo da sogno, per arrivare a Free Time e la conclusione affidata alla malinconia soffusa di Happy for you, a riecheggiare la sfera più pop (ultimi Doughboys?). Da dimostrare non c’è più niente, a se stessi ed agli altri, cosa che sembra aver giovato al tutto tanta la scioltezza che emerge dall’ascolto, dal gusto old fashioned trasportato nella modernità… Che in definitiva proprio questa libertà da vincoli li abbia avvantaggiati in termini creativi, senza ansie da prestazione e grattacapi dettati da aspettative di vendita? Senza essere trascendentale, il disco risulta molto intrigante: esemplari contrappunti di chitarre e voci, (power) pop, punk, indie-rock, ed una mai sopita vena emo-core: il loro miglior album del nuovo millennio!
L'ultimo parto in ordine temporale è il 10” per la serie della Side One Dummy COMPLETE CONTROL SESSIONS del 2012, ove ripropongono 6 pezzi appunto live in studio, consuetudine della serie. Attendiamo ora qualche segno di vita dai soliti Sergie e Jason -l'inossidabile duo dell'intera Sam-story- e company, anche per sapere quando ci allieteranno con una nuova release...che aspettiamo a braccia spiegate!

In curriculum figurano anche vari 7": in solitario, come Stump ('92 Black Box) e Live in Germany ‘92, stampato nel '95 in 2000 copie dalla Your Choice, dove presenzia per la prima volta il futuro bassista/poi chitarrista Sean, ai quali si aggiungono gli split con gli amici Jawbreaker (allegato al n.9/92 della fanza No Idea), quelli con i francesi Six Pack e Garlic Frog Diet, e l’inclusione nel box di cinque 7” della Vagrant West, North, South. Un altro Live in Germany ’96 è quello in cd condiviso con i Texas is the Reason nel 1999… Preferendo il vinile, sappiate che la Bitzcore ristampò la tripletta Clumsy, You are… e Astray, e la Beri Beri Y.A.F.M.O suddiviso in quattro 7” ep; più recentemente invece ci ha pensato la No Idea rieditando in vinile/cd opportunamente rimasterizzati YAFMO e Whatever... (questo con copertina modificata e cover aggiuntiva di This will be our year degli Zombies, come nella originale Japan edition dello stesso, mercato tradizionalmente privilegiato; anche il vinile di Astray dell'epoca conteneva l'addizionale Heidi). Volete qualche aneddoto? Cercate il libro scritto dal Brogan Tour stories and other 3rd grade tales, ove racconta 15 anni di esperienze vissute con le due bands nelle quali ha militato. Chi proprio non ce la fa ad oziare e' sicuramente Sergie: oltre alla sua attività come grafico (per molte band, tra le quali Snuff, Tilt, Sick of it All, High Standard, Grinch, Ataris, Avenged Sevenfold, No Fx... visitate il suo sito slappedtogether.com), dopo l’esperienza con gli Knapsack dell’album This conversation is ending, ne ha approfittato prima mettendo su -con ex Texas is the Reason e Sensefield- i sublimi Solea, che ad oggi hanno editato due mini e due ottimi albums indipendenti (i cui pezzi Mercy was here e Finally we are nowhere, con quelle melodie infettive tanto sono penetranti, con un adeguato airplay ad evidenziarli avrebbero sbancato con classe le charts!), e poi concedendosi progetti tipo quello messo in piedi nel 2013 a nome Felled Trees, band che ha rivisitato per intero un classico anni '90 quale Where you been dei Dinosaur Jr, trasformandolo in Where we been (Siren rec). While you we’re waiting è invece il tributo stampato dalla Death to False Hope nel 2011, con 13 bands (Donots, Paper Arms, Let me Run…) a rifare songs del Sam repertorio, oltretutto benefit per il Gulf Restoration Network…

Concedetevi il sano piacere di ascoltare le loro vibranti melodie, accompagnati da testi delicati, che raccontano storie che si celano dietro/dentro situazioni della vita quotidiana e dinamiche dei rapporti, riflessioni dolci, amare, ciniche o spensierate, un intreccio che alimenta il loro fascino. Musica nata semplice e senza velleità sperimentali, fedele solo a se stessa e alle proprie emozioni, da condividere...Dalla loro sala prove (divisa con i Neurosis) a giramondo: ne sono passate di città, stati, squats e clubs, palchi di ogni genere da quel primo concerto nel gennaio '89 con i Christ on Parade, per cui speriamo di vederli ancora in giro, con l'inseparabile mascotte Diablo a tenerci compagnia!

*924 GILMAN STREET, posto autogestito nato a Berkeley nel 1986 e tutt'ora aperto, grazie ad un unico finanziamento d'avvio elargito dalla storica fanzine Maximum R'n'R, che negli anni diverra' la palestra per la scena californiana punk/HC underground, celebrata con tanto di benefit nel 1988 nella doppia comp.7" Turn it Around con contributi, tra gli altri, degli stessi Sweet Baby -Jesus, al tempo- ed Isocracy. Il locale si è subito reso indipendente, autofinanziandosi con concerti all ages e iniziative varie no profit che sono alla base della loro attività, mandata avanti da volontari addentro la faccenda, con una precisa particolarità: nel loro statuto è presente una clausola che vieta l'esibizione nel locale di qualsiasi band con contratto major. Il libro 924 Gilman, the story so far di Brian Edge (Ak Press/Maximum R'n'R) ne racconta la storia dalla nascita al 2004, al pari del dvd Let's talk about tact&timing.