sabato 5 agosto 2017

NEGAZIONE La nostra vita (box discografia Contempo 2017)


Dalla mole con furore! Negazione: un nome forte e deciso, capace di evocare da subito in chi scrive l'universo antagonista e hardcore, all'epoca concetti ancora piuttosto confusi ma che già cominciavano a delinearsi nel mio essere pensante. Avevo letto più volte di loro intorno al 1987, erano uno di quei nomi che furoreggiavano su fanzines d'area HC/thrash, con qualche timida comparsata pure sulle nostrane riviste del tempo (Metal Shock e HM, Rockerilla), per cui accoppiando curiosità e bramosia d'ascolto mi decido a recuperare materiale dei torinesi...L'occasione mi fu fornita proprio dal secondo lp Little Dreamer, uno dei primi dischi di HC italiano da me posseduti (il primo è stato La tua morte non aspetta dei Wretched, mini lp che sdoganò al giovinastro alle prime armi sul genere proprio il cantato in lingua madre, per il quale nutrivo grande titubanza), da me acquistato a Milano -presso Mariposa dischi- fresco fresco di stampa per la crucca We Bite (con cui faranno comunella per diversi anni), dove mi ero recato per assistere al concerto-mini festival organizzato per la prima calata italiana dei miei amati Megadeth, con al seguito i protetti Sanctuary (i poi Nevermore), Flotsam & Jetsam e Testament, al mitico PalaTrussardi nel maggio 1988.
 
Difatti, con una piccola ma decisa squadra di squattrinati, partiamo in treno dalla amata/odiata Puglia alla volta della città da bere -con tanti chiodi di garofano, all'epoca-, un bel viaggio e permanenza flash che cementa l'amicizia dei 4/5 appassionati, tra i quali figura Nick Curri conosciuto dal sottoscritto un anno prima al mio primo concerto assoluto (un metal festival nel tarantino), che mi invita a collaborare alla sua ottima Metal Destruction, tra le prime italian pro-zine; proposta che accettai subito senza alcun esitazione, che mi avrebbe fatto scoprire le gioie dell'attivismo musicale e cambiato in meglio la vita (e lo dico senza fare la figura del deficiente, perchè è così...quella semmai la feci declinando il gentile invito di Vittorio Amodio a pubblicare per il suo magazine Urlo l'intervista live fatta -con penna e carta per trascrivere in tempo reale- in quel di Poviglio (RE) presso la sua videoteca al compianto Giuseppe Codeluppi dei Raw Power, ove mi ero recato con un amico del posto nell'estate 1989, per il solo fatto di volerla pubblicare in esclusiva sulla mia Metal Destruction...con Urlo poi collaborerò attivamente dal 1994 sino all'ultimo numero del settembre 1998! L'intervista non fu mai pubblicata, dato che venne smarrita dal sottoscritto tempo dopo...insomma, coglione al quadrato). 48 ore dopo, di ritorno alla mia dimora -al tempo- a Grottaglie (Taranto), studiando il disco acquistato vedo nel retro copertina l'indirizzo per contattarli (presso Roberto Tax Farano), ed avendo puntato la band come prima scelta mi decido a inviare una serie di domande -piuttosto ingenue, va detto- che andranno a comporre l'intervista, prevista per il n.5 della thrash 'zine. Spedisco via posta il tutto e nel giro di un mese mi arrivano le attesissime risposte del Tax, accompagnate da materiale informativo sulla band ed anticipazioni sulle prossime mosse...ecco come nasce la mia prima incursione nel magico mondo musicale underground nostrano. Grazie ancora Nick e Tax.

Da quel momento ogni loro uscita divenne da acquisto sicuro, innamorato di musica e quei particolari testi alternanza italiano/inglese creati dai 4 dalla motor city italiana (i 3 fissi più la girandola di drummer susseguitisi allo sgabello; senza alcun dubbio, per i fans IL batterista rimarra' sempre e comunque Fabrizio Fiegl, prematuramente scomparso nel luglio 2011)... Il disco successivo, il mini Behind the door, sfaccettato ed aperto ad altre contaminazioni ed il gran singolo d'accompagnamento Sempre in bilico/La nostra vita (registrato nelle stesse sessioni, ma pubblicato separatamente) furono consumati dagli ascolti, idem la cassetta che acquistai dal Trippa editor Stefano Ballini aka Mago Trippone, con la trasposizione parziale dello storico concerto al Casalone di Bologna con il tris CCM/Indigesti e appunto i nostri, che mi faceva immaginare come poteva essere un loro live...immaginario che divenne realtà nel 1990. I nostri erano impegnati in un mini tour nel sud Italia condiviso con i napoletani Randagi e i milanesi Extrema, ed una delle date previste toccava il Centro Sociale di Brindisi, ove mi recai con la solita truppa di Metal Destruction. Riesco a conoscere e scambiare quattro chiacchiere con i tipi, tranquilli e disponibili che non si fanno problemi ad interagire con chi li segue, aspetto che avrebbe rafforzato definitivamente il mio legame con la banda.
 
Quando fu il loro turno sul palco verso mezzanotte, dopo circa mezz'ora furono costretti a interrompere il set a causa dell'intervento dei soliti disturbatori dell'ordine che, di fatto, bloccarono il concerto adducendo come scusa l'orario e il baccano provocato, non prima però di concedere dopo una veloce trattativa un ultimo pezzo di congedo, che Zazzo dedicò proprio a loro... Tutti Pazzi, cantato in coro dagli astanti! Un'infuocata tappa, uno dei concerti rimasti nel cuore del sottoscritto. Burle a parte, quella sera due pezzi (dei 7 proposti) rimasero impressi nella mia allenata memoria, uno strumentale (poi divenuto Parole), e una certa Brucia di Vita, inediti al tempo e che avrebbero trovato spazio in 100%, lp in procinto di esser pubblicato dalla Godhead/Flying records da noi e We bite estero, che mi gasarono tanto da scalpitare nell'attendere la sua uscita.

Il disco che doveva essere il lancio definitivo sul mercato italiano divenne invece il loro epitaffio, non per la qualita' dei pezzi comunque discreti, ma probabilmente per fattori altri, che ormai non ha piu' senso tirare in ballo dopo 5 lustri (concretizzare le aspettative che potevano trasformare la storia in carriera, alimentata dalla visibilità data dalla partecipazione al Monsters of Rock italiano nel settembre 1991 nonché dagli innumerevoli giri a consumarli in tutta Europa e negli States...ah, nel disco alla batteria siede l'ex Impact Jeff Pellino, meglio noto in seguito come Neffa, you know?). Cosi', con un annuncio sul mag Rumore nell'estate 1992, mestamente arriva l'ufficiale no more Negazione...
 
Ora, passati ben 25 anni dal loro scioglimento, mi ritrovo a parlare dei torinesi in occasione della ristampa della discografia operata dalla rediviva Contempo (chi l'avrebbe mai detto?), label fiorentina che ha marchiato a fuoco l'epoca d'oro della new wave nostrana nonché uno dei simboli del panorama indie '80, che dopo anni di forzato letargo è riemersa come marchio intorno al 2004 e rilanciata alla grande negli ultimi anni -con il ritorno del figliol prodigo Alessandro Tozzo Nannucci- con puntuali uscite principalmente divise tra ristampe di colonne sonore -storiche e non- di culto, riedizione di gemme del passato (Litfiba, Diaframma), box discografie (Neon, Pankow, Petali del Cariglione/Carillon del Dolore) e nuovi dischi originali (Gianni Maroccolo con i suoi progetti, Miro Sassolini, Ginevra di Marco). 
Pubblicato in occasione del Record store day il 22 aprile 2017, il box stampato in 700 stilose copie contiene l'opera omnia dei nostri, in edizioni identiche agli originali: si va dalla split tape Mucchio Selvaggio condivisa con gli amici Declino (qui proposta solo col lato Negazione; la britannica C.O.R. rec la stampò integralmente in lp nel 1986) ed i primi due singoli Condannati a morte e Tutti pazzi (già ri-pressati ma in formato lp nel 1989 dalla solita We Bite come The Wild Bunch -early years) alla pietra miliare Lo Spirito Continua, autentico classico dell'Hardcore europeo anni '80, stampato da Konkurrel/Mordam (poi TVOR in Italy), 9 tracce sofferte e dinamiche che hanno segnato la nostra storia di riferimento ma anche trasversalmente Rock, come testimoniato da guide e speciali sui dischi più importanti dello stivale di quel decennio e non solo (al pari di altri patrimoni quali Screams from the Gutter dei citati Raw Power, Se ho vinto se ho Perso dei Kina oppure Osservati dall'Inganno degli Indigesti, per fare qualche esempio), al più introspettivo ed emozionale Little dreamer, passando per la doppietta Behind the door e il coinvolgente singolo Sempre in bilico/La nostra vita (nella mia top ten assoluta singoli), per finire col duro power core de 100%, condito da libretto 8 pagine con foto e testi, poster 30x60 che immortala un fighissimo scatto live al CBGB's del 1990 e la riedizione della red-shirt stampata per il Little dreamer tour dell'88. 30 e lode!
 
Una delle band più famose in ambito HC italiane all'estero, grazie anche alla vagonata di concerti fatti in ogni buco (accogliente e non), ma anche una di quelle più restie a ristampare i propri dischi (al pari dei CCM, anch'essi recentemente omaggiati dalla loro concittadina Area Pirata con il box discografia, concomitante l'uscita del libro del chitarrista Antonio Cecchi), per motivi che ci sfuggono, tranne per Lo Spirito Continua, rieditato nel 2012 in cd con bonus tx dai primi singoli e corposo libretto a carico della Shake edizioni col titolo Il giorno del Sole...bene, il momento è arrivato per cui affrettarsi perchè, com'è facile prevedere, il rischio di rimanere presto a mani vuote incombe. Peccato non ci sia qualche inedito o un live per l'occasione a rendere ancor più appetibile il già succulento piatto (anzi mancherebbe qualcosina, tipo la cover di I Think i see the light di Cat Stevens, pubblicato nell'edizione cd originale di 100%, ad esser pignoli...seghe da completista quale sono), ma va bene, va bene così, come diceva quel tale...anche perchè si bissa a breve con la ristampa dei singoli dischi in cd! Un rigenerante tuffo nel passato, rinvigorente per il piacere -ascolto e ricordi- e dovere -tributo a coloro che mi iniziarono-. La loro vita è anche un po' la nostra.
 
 

domenica 9 aprile 2017

DIABLO'S RISING!







Attenti: qui si va a parlare di una delle colonne portanti dell'emo-punk/HC -nonostante a loro non garbi la definizione-, una band che continua a tenere alto il buon nome del genere (inteso in senso lato) da oltre un quarto di secolo -seppur ad intermittenza-, sollazzandoci con buongusto e stile, e senza quella puzza sotto il naso dettato dallo status di veterani, che tanto infastidisce… Lo sapete che il nome deriva dal personaggio del celeberrimo libro americano di favole "Dr.Seuss" e composto dalle parole SAM-I-AM? Non vi dico quanto mi ci è voluto per capire come si pronunciava correttamente la sigla! Ma andiamo nei dettagli cronologici...

La band prende vita nel 1988 nell’assolata Berkeley, per mano del novello chitarrista Sergie Loobkoff, nato batterista con gli Sweet Baby (autori di un unico lp su Rude rec., ristampato su Lookout col titolo It's a girl: praticamente, i Beatles nati lì in spiaggia e cresciuti a Ramones), principale compositore nonchè autore delle grafiche, e da due ex Isocracy, il cantante Jason Beebout ed il bassista Martin Brohm, con la batteria affidata a Mark Mortensen (i restanti Isocracy, ossia il chit. Lenny formerà i Filth e l’iperattivo drummer Al Sobrante finirà nei primi Green Day!). A loro si aggiungerà poco dopo il chitarrista James Brogan, proveniente dai Social Unrest (attivi per tutto il decennio ‘80, con una corposa discografia all’attivo). Proprio Berkeley è l’epicentro californiano che vede fiorire tra il '90-91 un’arrembante nuova ondata melodica nel versante punk/HC, orbitante attorno la comunità nata dal posto autogestito situato al 924 di Gilman Street*, grazie anche al lavoro di misconosciute etichette che sfornano dischi di gente più o meno ai primi passi, alcuni rimasti poi negli annali degli appassionati, allargando la cerchia degli ammiratori a livello mondiale (e piuttosto consistentemente!): Lookout ed Epitaph in primis, con Operation Ivy, Green Day, Mr.T Experience, No Fx, Pennywise, e Jawbreaker, Cringer...! Tra queste ci sono anche la C/Z con All, Big Drill Car e Chemical People, e la più piccola New Red Archives (Reagan Youth, Hogan's Heroes, Kraut, Crucial Youth...), fondata e gestita da Nicky Garratt -l'originale chitarra degli U.K.Subs di nonno Charlie Harper- con i saranno famosi No Use For a Name, gli Ultraman e appunto i Samiam, battezzati dalla Lookout col 7”ep I AM, entrati in scuderia nell'89, e dei quali ha editato l'esordio lungo SAMIAM, seguito a ruota dal mini UNDERGROUND, prodotti da Peter Miller (già al timone nell'epocale Dehumanization dei Crucifix). Subito vengono inseriti tra gli astri nascenti, grazie alle 12 esuberanti tx figlie dell'HC melodico (i cui apici risiedono nella dolce amara Home sweet home, la caparbia Speed e nelle sostenute Sympathy e Early morning) che, nonostante qualche incertezza, non passano inosservate. Il gruppo sin dagli inizi aveva lavorato molto in sede live, tanto che cominciano ad arrivare le prime gratificazioni… Il batt. Mark però decide di ritornare al college, lasciando il posto al subentro David Ayer, giusto in tempo per intraprendere con i label-mates Ultraman il primo tour europeo (di ben quattro mesi!), toccando anche l'Italia a settembre 1990 per tre date (Forte Prenestino a Roma, Macchia Nera a Pisa e Leoncavallo a Milano), oltre a girare in lungo e largo lo sterminato paese natio in coppia con gli inglesi Snuff. E' il '91 quando vede la luce il secondo lp SOAR, prodotto dal tuttofare Brett Gurewitz, un avvincente susseguirsi di 14 canzoni con spunti che incrementano le caratteristiche salienti del Sam-sound: cala leggermente la velocità media in virtù di una maggiore cura nella costruzione dei brani e del senso melodico, con quel retrogusto malinconico che comincia ad affiorare, che appassiona sin dal primo ascolto. Il crescendo di Clean e la coinvolgente Tell me a story, con la più classica Sky flying by anticipano quanto saranno in futuro, Viewpoint e Slumbering ce li mostrano adrenalinici, al pari di Whole… Una netta progressione dal debutto, tanto che si impongono con irruenza all'attenzione dei seguaci dei sotterranei americani. Sia chiaro che siamo ancora di fronte ad un disco di HC melodico: uno dei migliori dell'annata senza dubbio, per la zine gallese Fracture "uno dei massimi capolavori dell'emotional HC"! Nel frattempo aumentano le richieste di partecipazione a compilations: la disponibilità ad offrire pezzi è di casa, vista la sfilza di dischi sparsi per il globo in cui presenziano, perlopiù con estratti da radio-sessions e live (pochissimi gli inediti: il sampler della NRA Hardcore Breakout USA vol.1 è uno di questi, col brano Indigestion), cimentandosi negli anni in vari remakes (da Come fly with me di Sinatra a Here Comes your Man dei Pixies, Search&Destroy degli Stooges...) o in sfuriate da 30" come Long enough to forget you contenuta in Short music for short people (su Fat Wreck, copertina ad opera di Sergie)...insomma, l'importante è esserci! E' sempre mamma N.R.A. a stampare nel '92 l’album BILLY, carino ma con pochi colpi di genio nelle sue 13 tx, dove i nostri si sforzano sì di evidenziare il cambiamento in atto, ma non riescono ad imprimerlo fino in fondo, come nel più ovvio disco di transizione. La produzione di Armand John Petrie (di fama Goo Goo Dolls) con l'aiuto di Billy Anderson poi non sembra adattarsi alla band, con l'effetto che il suono sembra trattenuto più che rilasciato, privo di mordente; per ultimo, il titolo del disco, che rischia di confonderli tra le troppe geek-core band sparse ovunque, tutti elementi che giocano a sfavore… Non che manchino buoni pezzi: indicativi a riguardo le belle Get Out e Head Trap, la movimentata Hey brother, la lunga At the bottom, ma le crepe ci sono... La critica di settore lo accoglie con aggettivi non proprio invitanti, secondo me esagerando poiché il disco non è affatto brutto, ma confrontato con il diretto predecessore perde nettamente ai punti. Billy era stato anticipato dal 10" parzialmente acustico DON'T BREAK ME e dal mini BEAUF, stampato dalla tedesca Beri Beri (per la quale Sergie curerà anche l'artwork della comp. in tre volumi Life is Change, dove sul secondo i nostri offrono gli inediti Friend e Where d'ya go), con vecchi brani rifatti e versioni demo di 5 pezzi poi su Billy. A questo punto la band saluta la N.R.A (che si rifarà sotto nel 1998 con THE NEW RED YEARS, cd retrospettivo con 17 brani tratti dalle releases nel periodo in cui erano in combutta) e comincia a guardarsi attorno, intenta a darsi una scossa anche per capire se ci sono possibilità di far carriera; il dubbio viene fugato in maniera piuttosto celere, quando ricevono un contatto di quelli seri, chiamata che loro stessi nonostante le crescenti ambizioni, non avrebbero mai immaginato da chi... il periodo è particolarmente florido e viene loro incontro. Vediamo il perché.

1992-'93: sull'onda dell'inaspettato botto mondiale dei Nirvana e del fenomeno grunge-alternative, le majors si buttano a capofitto sguinzagliando i propri segugi, pronti a depredare a suon di dollari il fervido sottobosco yankee nella esasperata ricerca della next big thing (riuscendovi con i Green Day, gli Offspring di Smash erano ancora marchiati Epitaph, indipendente che proprio da quel 1994 inizierà la sua business escalation), ossia carne fresca da sacrificare all'altare del mercato, trappola nella quale cadono anche i nostri (col colosso Atlantic). La stragrande maggioranza dei gruppi aspira ad entrare nel grande circo major, intravedendo con questo quella dorata visibilità che dà via al professionismo musicale, assicurata dalla massiccia azione congiunta che incrocia sostegno economico-promozionale e distribuzione capillare del proprio prodotto, fattori che possono portare a raggiungere un pubblico più vasto e da interessare, magari in maniera duratura. Promesse, e come tali da dimostrare, che spesso vengono smentite nei fatti… e li cominciano i guai. Proprio alla vigilia della firma il bassista Martin decide di abbandonare i compagni, prontamente sostituito dal vecchio room-mate di Sergie, l’ex Mr.T Exp. Aaron Rubin, così come viene allontanato a metà record-session l’originario batterista Mark (rientrato nei ranghi al posto di Ayer, andato a far comunella con ex Primus e Sister Double Happiness nei Porch, nonché apprezzato sessionman live/studio, tra cui gli Uk Subs: ascoltatelo nel loro album del ventennale Quintessentials), rimpiazzato da Vic Indrizzo. Siamo nel ’94 quando esce il nuovo full-lenght: il loro capolavoro! CLUMSY sfoggia 11 delizie impreziosite dalla mano di Lou Giordano (già al servizio per Lemonheads, Moving Targets, FU'S, Articles of Faith, Siege, Jones Very, Jerry's Kids, Sugar... continuo?), dove viene completamente definito il nuovo corso e la piena maturità della proposta: qui nasce l’apprezzato Samiam style, l’anello di congiunzione tra melodic punk dalle sfumature pop e emo-core dall’animo malinconico (chiedere ai pur coevi Seaweed, Gameface o Slap of reality: mentirebbero negandone la diretta influenza). Badate, parlo di emo della loro generazione sonora... In molti li hanno definiti i Dag Nasty dei '90: un gran complimento questo, che però toglie giusti meriti a quanto espresso dai cinque. L’opener As we’re told crea l’inebriante mood per iniziare bene l’ascolto, che continua con Capsized e Stepson, scelti come giusti singoli con tanto di video (i primi della band, trasmessi pure con buona frequenza nei music network), come lo poteva essere anche Tag along; Bad day e Routine proseguono nel tipico Samiam incanto (non avrebbero affatto sfigurato su Soar), così come la sofferta Cradle ed il degno finale affidato all’ottima Time by the dime. La voce di Jason è magistralmente cucita col suono, le chitarre ora taglienti ora intrise di dolci fraseggi armonici, e le ritmiche, corpose e dinamiche quanto basta a smuovere: un insieme perfetto! Il punto vincente è il cambio di approccio mentale: se fino a "Billy" sembravano timorosi o forse non coscienti di tutto il loro potenziale, ora lo fanno autorevolmente prendendo coscienza dei propri mezzi, sicuri senza esitazioni. La produzione risente del sostanzioso budget messo a disposizione, e paradossalmente proprio qui muovo l'unico –pignolo- appunto a "Clumsy": la grinta c'è, la potenza pure però attenuata dalla pulizia formale (dal tocco rock) che sembra smussare il carattere dei pezzi. Sbavature o cadute di tono? Nemmeno a parlarne, è una continua escalation di emozioni, dettate da un songwriting al top... Un disco FAVOLOSO che meritava ben altra sorte. Ma chissà cosa s'aspettavano quei tignosi dell'Atlantic, probabilmente un successo istantaneo (e non le 60.000 copie vendute), cosa che non avviene e, in un'epoca in cui se non funziona il tutto e subito (diversamente da come era fino agli '80 quando si investiva su una band anche in termini di crescita spendibile nel tempo), sei tagliato fuori...Risultato, il rapporto si deteriora irrimediabilmente, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, l’idiosincrasia tra punk & majors.
Diciamolo: i Samiam non hanno l'immagine né l'accattivante guasconeria dei loro amici Green Day, oltre ad essere musicalmente meno immediati, più adulti in questo...Un deficit di caratteristiche, più che qualità, gli elementi che forse sono venuti a mancare nel suscitare quel particolare appeal presso il pubblico teenager, principale target a cui si rivolgono le majors (senza nulla togliere ai Green Day, che hanno solo aggiornato la loro proposta iniziale espressa su Lookout; per gli Offspring proprio non riesco a trovare motivazioni altre che non siano bei video a supporto di qualche azzeccata canzone orecchiabile...entrambi però importanti, a modo loro, nel far scoprire ai giovanissimi il punk/HC, magari più di qualcuno avrà approfondito la conoscenza tralasciando gli aspetti più glamour e distorti della storia...)... Cosa avrà decretato la loro disfatta mainstream? Misteri del mercato.

Nonostante il master del nuovo disco fosse pronto, il gruppo, di ritorno dal Warped Tour, capisce che le prospettive non sono affatto invoglianti a proseguire e prova a chiudere questa breve ed avvilente esperienza (destino comune ad altri acts simili: Face to face, Jawbreaker, Downset, Smoking Popes, Hagfish, Schleprock, Into Another...). I 5 rinascono presso la svedese Burning Heart, che acquista, dopo un tira e molla economico, il master dalla Atlantic ed anche i diritti di Clumsy (che verrà subito ristampato). Ebbene sì, il cuore ardente si accaparra le loro prestazioni in esclusiva, tranne per gli USA, dove escono stavolta su Ignition (sussidiaria della rap/R&B label Tommy Boy), affidando licenza per la stampa paese per paese. Una seria mossa della label questa, intenzionata a creare un team di prestigio, da amanti dell'intero universo punk -visto anche la parallela Sidekicks rec.- più che da spietati aguzzini pronti a fottere tutti i malcapitati, anche se la successiva partnership con la Epitaph nel '98 farà storcere la bocca a tanti, intervento motivato per salvare l'etichetta di Orebro dal tracollo finanziario (non bastavano più le vendite di Hives, Millencolin, Refused, No fun at All, Satanic Surfers a tirare la carretta, suppongo anche consistenti nel giro a confine tra underground e overground?), subentrando con l'acquisizione del 51% del controllo azionario. La B.H. aveva fatto il passo più lungo della gamba? Comunque sia, sono loro ad editare nel '97 YOU ARE FREAKING ME OUT, composto da 13 inconfondibili gemme (inclusa la Cry Baby Cry dei Beatles) -col nuovo drummer Michael Petrarch- che continuano le gesta dell'illustre predecessore ma con un piglio più solare, ottimizzati dalla profondità di suoni ottenuta da Steven Haigler, già produttore di Pixies e Quicksand. Il trittico iniziale Full on/She found you/Factory miete vittime con le loro cariche melodie, così come My convenience e l’accattivante Nothing new...Bello, giusto un gradino sotto "Clumsy", di sicuro il loro disco più conosciuto in Europa. Nuova tornata continentale stavolta con gli Shades Apart, con puntata in Italy il 24 sett.97 al capitolino Forte, ove il gruppo dà il meglio di sè, smentendo chi li dava per spacciati (citando JAMMAI: "un concerto esplosivo il loro, senza tanti fronzoli nè ricami...Samiam batte Shades Apart un tot a zero"). Seguirà un Japan tour di spalla ai Green Day nel 1998, ed al ritorno giro negli Usa con i Creed… Un rinnovato interesse (perlopiù fuori dagli States) prende bene la band, che bella pimpante entra nel terzo millennio con il variegato ASTRAY. Guida la console Tim O’Heir (Alloy, Sebadoh, Bob Evans…): una sequenza di 12 brani che parte bene con l'energica Sunshine ed i successivi Wisconsin e Super Brava (da baci in bocca), propone l'ennesimo video single Mud Hill (hanno fatto di meglio, via!), si bilancia tra slanci emozionanti nella riflessiva Dull ed in How long, o in sanguigne sortite come in Bird Bath…La loro vitalità non è mai scemata, ma forse stavolta si comincia a sentire una stanchezza di fondo, che in brani -dagli ammiccamenti indie-pop- quali Curbside e Why do we si fa alquanto evidente. Annotiamo l'ennesima girandola di componenti la ritmica (entrano l’ex Limp Johnny Cruz-dr e il più volte collaboratore live Sean Kennerly-bs dei Fakes, già dal '98 in pianta stabile), un nuovo partner americano (la Hopeless) e nuovi tours in programma... Improvvisamente però il veterano Brogan lascia per ritirarsi a vita privata, e la band parte per la nuova euro-capatina di tre settimane come quartetto; così arrivano nei nostri lidi per due date a febbraio 2001 -dopo il falso allarme di sett. 2000, preventivati con i No Fun at all-, delle quali mi gusto quella milanese al Rainbow, dove hanno riproposto vecchi, recenti e nuovi inni del calibro di Bad day, Sunshine, Capsized, She found you, Factory, Clean... Ad onor del vero la mancanza di una chitarra ha tolto slancio alla brillante scaletta, tutto sommato però hanno offerto un buon concerto, terminato dopo un'oretta per gli innumerevoli inconvenienti al drum-kit del temerario Cruz, cui va un elogio poiché è riuscito ad assicurare una buona performance seppur in condizioni disastrose. Applausi!

La band si rende però conto che vive in una fase di stallo, con le quotazioni stabili che si non vanno giù, ma nemmeno sembrano tali da permettere loro il famoso salto di categoria; non gregari, ma di sicuro non in prima fila nel gradimento di vendita, e bruciata l'esperienza major il treno del successo sembra svanito. Di comune accordo decidono quindi di andare in stand-by, smettendo di fatto di essere una band attiva ma più uno sfizio da riattivare quando se ne ha voglia (ribadito da Sergie in un'intervista del 2010).

Solo nel marzo 2005 i Samiam si sono riaffacciati sulle scene, affrontando un euro-tour di 15 date tra Spagna, Francia e la seconda patria Germania, ritornando alla line-up a 5 con l’ingresso del bassista Jeremy Bergo (con Sean che ritorna alla chit., suo strumento originario), per poi nell’ott. 2006 uscire ancora per B. Heart/Hopeless con il nuovo cd WHATEVER’S GOT YOU DOWN! I nostri pulsano ancora forte, emettendo buone vibrazioni nelle 12 radiose tracce prodotte stavolta da Chris Moore (per ogni disco un produttore diverso, questo per precisa scelta), puro distillato Samiam heartfelt sound, volutamente più diretto e sporco di “Astray”, con almeno due pezzi a concorrere per l’inclusione in un eventuale greatest hits, l'opener When we’re togheter e Take Care. Un tenace ritorno in pista, come dimostrano anche altri brani come le classiche Anything e Are you alright, o ancora la doppietta finale Holiday parade e Bide my time... Un album gradevole, peccato solo l’abbiano notato in pochi, penalizzato purtroppo dalla timida esposizione mediatica ormai riservata alla compagine. Dopo il cambio di bassista, con l’innesto di Billy Bouchard, e tour in Sud America e Australia nel 2009, proprio nel momento in cui cominciavamo a temere il peggio, la band a settembre 2010 se ne esce pubblicando tramite la No Idea ORPHAN WORKS, raccolta cd/doppiolp di 18 pezzi tra demos, outtakes e live, risalenti ai (migliori) tempi di Clumsy e You are…, promozionato con un tour europeo ad ott. 2010 concomitante l'entrata di Charlie Walker (già alle pelli con Split Lip, Chamberlain e New End Original). Il disco ha lo scopo di mettere un po’ d’ordine nella discografia più sommersa della band, oltre a tener viva la fiamma per rilanciarsi con l’uscita del nuovo lp, TRIPS, pubblicato a sett. 2011 per la ritrovata Hopeless. Produzione scattante, affidata a Chris Dugan (Green Day, Iggy Pop…), con 13 validi pezzi che danno un vivace assetto al disco; la cifra stilistica resta immutata, d’altronde il collaudato impianto va da se ed anche stavolta il gioco d’insieme da soddisfazioni. I primi due pezzi 80 west e Clean up rinverdiscono vecchi fasti fine ’90, September holiday trasmette la giusta grinta, per proseguire col tripudio di chitarre elettroacustiche in crescendo delle ritmate Crew of One e Dead; le rilassate El Dorando e Magellan suscitano un trasporto emotivo da sogno, per arrivare a Free Time e la conclusione affidata alla malinconia soffusa di Happy for you, a riecheggiare la sfera più pop (ultimi Doughboys?). Da dimostrare non c’è più niente, a se stessi ed agli altri, cosa che sembra aver giovato al tutto tanta la scioltezza che emerge dall’ascolto, dal gusto old fashioned trasportato nella modernità… Che in definitiva proprio questa libertà da vincoli li abbia avvantaggiati in termini creativi, senza ansie da prestazione e grattacapi dettati da aspettative di vendita? Senza essere trascendentale, il disco risulta molto intrigante: esemplari contrappunti di chitarre e voci, (power) pop, punk, indie-rock, ed una mai sopita vena emo-core: il loro miglior album del nuovo millennio!
L'ultimo parto in ordine temporale è il 10” per la serie della Side One Dummy COMPLETE CONTROL SESSIONS del 2012, ove ripropongono 6 pezzi appunto live in studio, consuetudine della serie. Attendiamo ora qualche segno di vita dai soliti Sergie e Jason -l'inossidabile duo dell'intera Sam-story- e company, anche per sapere quando ci allieteranno con una nuova release...che aspettiamo a braccia spiegate!

In curriculum figurano anche vari 7": in solitario, come Stump ('92 Black Box) e Live in Germany ‘92, stampato nel '95 in 2000 copie dalla Your Choice, dove presenzia per la prima volta il futuro bassista/poi chitarrista Sean, ai quali si aggiungono gli split con gli amici Jawbreaker (allegato al n.9/92 della fanza No Idea), quelli con i francesi Six Pack e Garlic Frog Diet, e l’inclusione nel box di cinque 7” della Vagrant West, North, South. Un altro Live in Germany ’96 è quello in cd condiviso con i Texas is the Reason nel 1999… Preferendo il vinile, sappiate che la Bitzcore ristampò la tripletta Clumsy, You are… e Astray, e la Beri Beri Y.A.F.M.O suddiviso in quattro 7” ep; più recentemente invece ci ha pensato la No Idea rieditando in vinile/cd opportunamente rimasterizzati YAFMO e Whatever... (questo con copertina modificata e cover aggiuntiva di This will be our year degli Zombies, come nella originale Japan edition dello stesso, mercato tradizionalmente privilegiato; anche il vinile di Astray dell'epoca conteneva l'addizionale Heidi). Volete qualche aneddoto? Cercate il libro scritto dal Brogan Tour stories and other 3rd grade tales, ove racconta 15 anni di esperienze vissute con le due bands nelle quali ha militato. Chi proprio non ce la fa ad oziare e' sicuramente Sergie: oltre alla sua attività come grafico (per molte band, tra le quali Snuff, Tilt, Sick of it All, High Standard, Grinch, Ataris, Avenged Sevenfold, No Fx... visitate il suo sito slappedtogether.com), dopo l’esperienza con gli Knapsack dell’album This conversation is ending, ne ha approfittato prima mettendo su -con ex Texas is the Reason e Sensefield- i sublimi Solea, che ad oggi hanno editato due mini e due ottimi albums indipendenti (i cui pezzi Mercy was here e Finally we are nowhere, con quelle melodie infettive tanto sono penetranti, con un adeguato airplay ad evidenziarli avrebbero sbancato con classe le charts!), e poi concedendosi progetti tipo quello messo in piedi nel 2013 a nome Felled Trees, band che ha rivisitato per intero un classico anni '90 quale Where you been dei Dinosaur Jr, trasformandolo in Where we been (Siren rec). While you we’re waiting è invece il tributo stampato dalla Death to False Hope nel 2011, con 13 bands (Donots, Paper Arms, Let me Run…) a rifare songs del Sam repertorio, oltretutto benefit per il Gulf Restoration Network…

Concedetevi il sano piacere di ascoltare le loro vibranti melodie, accompagnati da testi delicati, che raccontano storie che si celano dietro/dentro situazioni della vita quotidiana e dinamiche dei rapporti, riflessioni dolci, amare, ciniche o spensierate, un intreccio che alimenta il loro fascino. Musica nata semplice e senza velleità sperimentali, fedele solo a se stessa e alle proprie emozioni, da condividere...Dalla loro sala prove (divisa con i Neurosis) a giramondo: ne sono passate di città, stati, squats e clubs, palchi di ogni genere da quel primo concerto nel gennaio '89 con i Christ on Parade, per cui speriamo di vederli ancora in giro, con l'inseparabile mascotte Diablo a tenerci compagnia!

*924 GILMAN STREET, posto autogestito nato a Berkeley nel 1986 e tutt'ora aperto, grazie ad un unico finanziamento d'avvio elargito dalla storica fanzine Maximum R'n'R, che negli anni diverra' la palestra per la scena californiana punk/HC underground, celebrata con tanto di benefit nel 1988 nella doppia comp.7" Turn it Around con contributi, tra gli altri, degli stessi Sweet Baby -Jesus, al tempo- ed Isocracy. Il locale si è subito reso indipendente, autofinanziandosi con concerti all ages e iniziative varie no profit che sono alla base della loro attività, mandata avanti da volontari addentro la faccenda, con una precisa particolarità: nel loro statuto è presente una clausola che vieta l'esibizione nel locale di qualsiasi band con contratto major. Il libro 924 Gilman, the story so far di Brian Edge (Ak Press/Maximum R'n'R) ne racconta la storia dalla nascita al 2004, al pari del dvd Let's talk about tact&timing.

lunedì 8 agosto 2016

MC4: And the Pop fell like bullets from a gun...



Avete presente quelle bands che vi danno un sussulto irresistibile, così forte da indurvi brividi tanto ci si identifica con le loro creazioni? Si che lo sapete, incalliti musicofili…Bene, per me i MC4 sono nella lista, ed in un posto adiacente la pole position. Doveroso quindi un riepilogo storico, a colmare un vuoto informativo a riguardo... Anzitutto specifico che il nome non è una parodia degli agit-prop americani MC5 (Motor City Five) ma è tratto dal fumetto "2.000 A.D." ossia le avventure del noto Judge Dredd, laddove Mega City Four sta per il nome della sua città, ok? Vamos!

Il quartetto si forma nel gennaio 1987, composto dai fratelli Darren "Wiz" e Danny Brown (voce/chit. + chit./cori) ed il bassista Gerry Bryant, ossia 3/4 dei Capricorn (attivi dal '82, con il demo 15 tx fuori “The good news tape”) + l’ex batterista degli Exit East Chris Jones, a Farnborough, paese dei sobborghi di Londra. Trasferitisi nella capitale, entrano subito in contatto con la scena locale, rilasciando un demo di 4 pezzi nel marzo ’87, lodato dalla 'zine “Suspect Device”, che con l’altra “Haggle” –alla quale allegheranno una tape con 2 pezzi rimasti inediti, “Behind Closed Doors” e “Silent Witness”- risulteranno agli inizi fondamentali nel promuoverli degnamente. Per l’esordio vinilico bisognerà attendere il mese di settembre, quando si autoproducono il 7” Miles Apart / Running in Darkness, tirato in 1000 copie (andate a ruba in tre mesi), due pezzi che, grazie al perfetto bilanciamento melodico pop/aggressività punk, riscuotono una certa attenzione, in primis quella della Decoy/Vinyl Solution, negozio ed etichetta già con varie produzioni (P. Daze, Stupids, Les Thugs, Hard-ons, Cateran), che ristampa il singolo nel marzo '88 convincendo la band a legarsi a loro. Le recensioni sono impressionanti: nel medesimo anno vengono invitati dal compianto John Peel (che diverrà un loro grande fan, tanto da volerli come ospiti anche per la festa del suo 50° compleanno nel 1989!) a registrare per il suo storico programma su Radio One, che presenta “Miles Apart” come uno dei migliori esordi punk assoluti, definendola la “Teenage Kicks” (di memoria Undertones) del nuovo decennio… Se non è incoraggiamento questo! Le cose ingranano da subito, e tenendo fede alla loro politica del suonare a più non posso e farsi così la migliore pubblicità, seguiranno tante date in ogni buco dello UK: solo con gli amici Seers ne faranno 75, diverse altre con gli Instigators… La band nominerà appropriatamente il tour natalizio “Loosing our jobs by Christmas”! Altri tre singoli di brillante fattura si susseguono nell’arco di qualche mese (Distant Relatives/Clear blue sky -singolo della settimana su NME- Less than senseless/Dancing days are over e Awkward Kid/Cradle) e la partecipazione alla compilation della Link Underground Rockers (con Instigators, Guitar Gangsters, Crack, Sect, Magnificent ed altre; uscirà anche un vol.2 con S. Things, HDQ, Manic Street Preachers, ABS…) con i nuovi pezzi Shattered e la 77ina Claudia, vinili che aumentano l'attesa riguardo l'imminente esordio lungo, come anche la fila dei detrattori, che li aspettano a tale varco per smontarli e sgonfiare l'hype underground che si era nel frattempo scatenato, e non solo attorno a loro...Difatti vengono inclusi nel gran calderone dell'allora nascente filone pop-core albionico, con i vari Leatherface, Senseless Things, Drive, Ned's Atomic Dustbin, Snuff, Sink, Sofa Head, Seers, Cateran, Perfect Daze, gruppi cugini più che fratelli sul piano stilistico, ma si sa il voler creare una scena a tutti i costi causa confusione, provocata ad arte da riviste e giornalisti rampanti.

Quando però arriva TRANZOPHOBIA a fine ‘89 molti sono costretti a fare dietro-front, confermando che quanto si era detto non era frutto del caso: lo provano 14 tracce prodotte da Iain Burgess (un sodalizio iniziato col quarto singolo e che andrà avanti per un paio d’albums, già spippolatore per Big Black, Rapeman, Naked Raygun, Didjits...scomparso a febb. 2010 ndR), dove i germogli intravisti coi singoli -tutti esclusi dal disco, segno di grande sicurezza- appaiono maturati in rapida fretta, donandoci un fresco melodic punk arricchito da un soffice ma evidente tocco emozionale di fondo (non emo, ok?). Il trittico iniziale Start, Pride & Prejudice, Severe attack of the Truth fa scintille, ma anche Alternative Arrangements e What you’ve got ci dicono che è nata una grande band. Se ne accorge anche il pubblico, tanto da trascinarlo in vetta all'Indie chart nonchè spingerlo nella National! I paragoni con i Buzzcocks si sprecano, loro grande influenza, specie nell’approccio alla materia pop/punk: ricordo bene di essermi avvicinato con molta curiosità basandomi sul gran chiacchiericcio che si faceva sul loro conto, un dilagante seguito sotterraneo che montava nel corso dei dischi che si succedevano in casa. Nel 2002 verrà ristampato dalla Cherry Red, nuova titolare dei diritti del catalogo della defunta Decoy.
A dimostrazione del felicissimo momento sfornano un nuovo 12"ep nel marzo '90, intercalare tra i primi due lp, che diventa probabilmente il Mega highlight: parlo di There goes my Happy Marriage, 4 tx dove spiccano la triste grazia di Finish e l’energica Thanx (da rapimento sensoriale…i loro anthems definitivi?). Stefano Giaccone, col suo ottimo progetto Banda di Tiro Fisso, nel terzo ed ultimo 7” Silvia Baraldini (1994) riprese a meraviglia Finish in chiave acustica. In occasione del soggiorno londinese dei Mudhoney invece, le bands si incontrano e mettono su una estemporanea fusione per una sola serata di puro divertissement live al Marquee chiamata, ovvio, MegaHoney! Insieme parteciperanno due settimane dopo all’estivo Reading Festival. Il quartetto suona a ruota libera ovunque (300 concerti solo nell’89!), Italia per la prima volta inclusa, e così si arriva al nuovo capitolo WHO CARES WINS, 14 nuove tracce all'insegna di un travolgente melodic punk/pop a presa immediata dalle tinte autunnali (che purtroppo paga qui lo scotto di una produzione che ne smorza il fascino), dalla prima all'ultima nota un superbo concentrato di indubbia caratura, alimentato anche da testi sensibilmente intimisti basati su relazioni inter/personali, affrontati in maniera adulta anche quando parlano di problematiche e insicurezze giovanili. Scatenati in Open, Rail e Balance (i pezzi più veloci da loro incisi, in odore Bad Religion), malinconici in Messenger e Mistook, frizzanti nell’opener Who Cares? e in Revolution… L’affiatato gruppo è al top della condizione, ed anche negli States qualcuno comincia a nominarli: su tutti, il famoso Rodney Bingenheimer (l’equivalente americano di John Peel), tanto che il brillante No such place as Home risulterà il brano più richiesto per alcuni mesi di fine 1990 nel suo radio-show “Rodney on the Roq” sulla emittente KROQ di L.A. Il disco diventa l'atto di congedo dalla Decoy, che prima di diventare orfana dei propri best sellers, editerà l'anno successivo TERRIBLY SORRY BOB, l’ottima raccolta dei primi 4 singoli, il 12" ed il raro pezzo No Time dal 7" promozionale della label stampato in 1000 esemplari (con gli amici Les Thugs, HardOns e Bomb Disneyland), cadeau d’ingresso ad un concerto all'Astoria nell'89.

Il gruppo è ormai una autentica istituzione del panorama indipendente britannico, tanto che al ritorno dal nuovo euro-giro di cinquanta tappe (ben sette solo da noi nel febb.'91, nella cui ultima al Bloom di Mezzago (MI) vennero intervistati da Vix Maze per l'indimenticato cult-magazine Blast) firmano per la Big Life, collegata alla Polygram. Il rapporto viene inaugurato dallo splendido 7”ep Words that Say, dove svetta la perfetta title-track (ma Lipscar e Untouchable non sono da meno) ed a ruota SEBASTOPOL RD, che si presenta raggiante all'inizio del '92, partorito come il loro album più ambizioso, che, grazie alla Caroline rec., verrà stampato anche oltreoceano (l’unico appositamente negli States). Pop chitarristico delicatamente distorto dal feeling sentimentale, mai volgarmente accattivante, con Ticket Collectors, l’umbratile Clown e Props a rimanere impresse (puro MC4 doc sound), così come la pacata Callous e la bittersweetsymphony della conclusiva Wasting my breath -escludo il semi Replacements plagio di Anne Bancroft, roba da recitare un mea culpa-, prodotto in maniera cristallina da Jessica Corcoran, che forse accentua la vena pop dei brani... La Cherry Red, tramite la sussidiaria 3 Loop music, ha ristampato nel 2014 in expanded edition il cd, addizionato dai singoli dell’epoca, b-sides e varie tracce demo.
L'album si rivelerà il più fortunato della carriera (41° nella National chart), trainato dal singolo Stop (36° nella stessa), una bella canzone dal piglio Husker Du, altra marcata influenza, dei quali dal vivo rileggevano Don't want to know if you are Lonely, inclusa pure nel doppio lp INSPIRINGLY TITLED – THE LIVE ALBUM, del nov. ’92 (esiste anche una studio-version calligrafica sulla comp. francese On Another Planet). Giudicando dalla scaletta, devo dire che è stata effettuata una mirata selezione del loro percorso dal 1990 fino a quel momento. Cercatelo, al pari dell'album su Strange Fruit che assembla le due PEEL SESSIONS, quella di agosto '88 di 5 pezzi e l’altra del sett.93 con le restanti 4. Poco dopo sarà la volta del nuovo spumeggiante singolo Shivering Sands, che raggiungerà il picco più alto della carriera, piazzandosi al n.35 della classifica, a cui seguirà immancabile il nuovo tour continentale, con altre tre date peninsulari (Castelnuovo del Garda, Bologna e Firenze).

Il successo è crescente, le comparsate tv aumentano, ma la band non sembra particolarmente a suo agio mostrando piuttosto un atteggiamento sobrio, tipico di gente che vuol mantenere un profilo basso riguardo lo starsystem (da qui la scelta di non dotarsi di manager). Comunque, non paghi nonostante l'iperattività, aprono il '93 con l'uscita di MAGIC BULLETS. Sicuramente l’album più introspettivo sfornato, con l’adeguata produzione di Chris Potter e la bella copertina dell’illustratore Tim Jonke, che però non raccoglie i consensi dei precedenti nonostante la bontà delle 13 composizioni, che svelano un’atmosfera meno pervasa dalla teen-verve a loro cara, ponendosi come un misto tra quanto fatto in precedenza e un possibile dopo appena abbozzato. La rilassata Drown colpisce, così come le tirate Rain man e Greener (punti di contatto col recente passato), azzeccate Enemy skies ed il singolo Iron Sky (deboluccio invece l’altro Wallflower). Seguono le apparizioni ai rinomati Phoenix Festival di metà luglio e Glastonbury (sul palco del NME, spinti dalle firme Simon Williams e Steve Lamacq, loro accaniti fans), ma tutto ciò sembra non bastare… A causa di questo tiepido riscontro l'etichetta tronca anzitempo il rapporto nel sett.'93, ma i 4 non si perdono d'animo e sono ben lungi dal mollare. Dopo un periodo di riposo, passano ancora più tempo on the road, rispuntando con un 7" condiviso con i finlandesi Refreshments nel febb.'95, suonano prima in Spagna e poi in Scandinavia una dozzina di riuscite date ed al rientro “busy” Wiz riparte stavolta per gli States a dar mano agli amici N.A.Dustbin (come già fatto con i Therapy) a corto di chitarrista per tre settimane di tour. Dopodichè sono i MC4 a varcare l’oceano, ancora una volta senza un contratto: i nostri continuano imperterriti a comporre brani e rodarli in tour, tanto che al ritorno in patria ad attenderli trovano la Fire records, entusiasta dell’acquisto puntato e conseguito.
Anticipato dai singoli Superstar e Skidding, coi quali inizia il periodo delle accese copertine firmate da Helga Phillips, nel ’96 esce il policromo SOULSCRAPER, sempre prodotto da C.Potter, con 11 brani -la prima edizione vinile includeva un 7" con l’inedito Dustbowl, ripescato poi sul n.5 della comp. Snakebite City della Bluefire-, che perdono forse in immediatezza pop ma guadagnano in termini di elasticità, ridefinendo il proprio canone sonoro giocando con chitarre più incisive e parti più dilatate ma pienamente melodiche (una sorta di hard shoegazing simil Swervedriver). Il disco divide i fans: c’è chi dice che è stanco, chi lo esalta… Una prova valida ed onesta che li avvicina maggiormente all'indie-rock, che con le energiche Android Dreams e Slow Down, così come le più articolate The dog lady e I know where you live, e la brumosa I stop breathing cattura a dovere. Qui si apre una nuova stimolante fase, in un momento nel quale sarebbe stato più redditizio gettarsi nella mischia visto l’imperante trend brit-pop, ma la decisa voglia di non confondersi con quelle edulcorate bands, ha fatto sì venisse amplificata l'evoluzione in atto a scapito delle tentazioni commerciali, fattore che, sommato ad un minore richiamo mediatico concesso al gruppo rispetto al passato, ha probabilmente significato lasciar perdere le residue, se non ultime, luci della ribalta. "Siamo pur sempre una band dalle radici punk!" dichiarò convinto Wiz a tale domanda...Tanto per cambiare la volubile stampa li affianca stavolta ad un'altra scena, per ultima quella denominata traveller-baggy, forse perchè continuamente in giro (dal '91 al '95 hanno fatto 450 gigs, Giappone incluso)... Con questo album però finisce la Mega-story, che si sciolgono nella primavera dello stesso 1996. Forse l’ultimo inedito pubblicato è Take me Alive, che vedrà la luce sulla comp. della Mother Stoat The best of Splatch! nel 1997. Resta il rammarico per quello che poteva svilupparsi, egregiamente fissato con Soulscraper… A questo punto Wiz vola in Canada accettando l'offerta dell'amico J. Kastner in soccorso urgente ai compagni di tours DOUGHBOYS, partecipando in parte sia alle sessioni che alla composizione dell'album Turn Me On, bissando quanto fatto con il precedente Crush (disco d'oro in Canada), dove aveva co-firmato Fix Me e la splendida Shine, uno dei pezzi più belli nonché maggior successo della compagine...Il Kastner aveva ricambiato scrivendo per Soulscraper l'opener Android Dreams (pubblicata pure come singolo) e Picture perfect. L’esperienza canadese durerà sino a fine anno, quando deciderà di ritornare in Inghilterra.

Fortunatamente Wiz, dopo una pausa utile a far chiarezza sul da farsi, non si lascia sfuggire l'occasione di mettere su un nuovo outfit, concretizzandolo con l’inflazionato nome SERPICO (non confondeteli con i newyorkesi capitanati da John Lisa), che dopo una 3 tx-tape del luglio '99, a dicembre 2000 rilasciano il bel cd Everyone vs. Everyone su Boss Tuneage. Umilmente Wiz ricomincia daccapo con rinnovata fiducia, gente nuova ed un bagaglio di esperienza non indifferente...e si sente: 6 ottimi pezzi (un gioiello Little Star!) in cui riconosciamo la mano di chi li ha composti, che richiamano gli ultimi MC4 più energici e corposi, con intatto pronunciato gusto melodico. Una positiva rentrée, degna delle migliori pagine del nostro. La band si scioglierà nel 2002 e dalle sue ceneri nasceranno gli IPANEMA (ennesimo nome affossa carriera!): dopo l’esordio 7”/cds Je suis un baseball bat/Skulls del 2003, col trio bello spigliato nei due pezzi (dalla scattante influenza Foo Fighters), hanno editato il mcd/10” Me Me Me per la solita ‘Tuneage, disco che tra l’altro segna il ritorno del compare Gerry Bryant al basso (già coinvolto nei primissimi Serpico, abbandonati poi per seguire il suo studio di registrazione nella natia Farnborough). Degli altri due Megas invece si sono perse le tracce, mancando all'appello da tempo (anche se nel 2013 il drummer Chris Jones è riemerso con le sue bacchette negli Snakes, giusto in tempo per incidere l'album The last days of Rock'n'Roll).

Ma se parliamo di MC4, non possiamo tralasciare i tanti 7”/cd single usciti negli anni, tutti con inediti, e mai riempitivi, anzi alcuni addirittura superlativi (su tutti il (ri)sentimento della mia preferita Stay Dead, accanto alle deliziose Wilderness e St.Catherine, la lacrimevole Overlap, Chrysanth, l'acustica My Own ghost, Everybody loves you, ed ancora gli inediti King of Clowns, Friends to fail, When things go wrong nonché la notevole Apparition proposti via My space e You tube), cosa che fa pensare meno alla tipica operazione commerciale di battere il ferro finché caldo o quantomeno farlo senza prendere in giro i fans. Sarebbero da raccoglierli tutti in un apposito cd! Intanto mi è giunta voce di un Best of nipponico con 21 tx, anche se non so chi l’abbia stampato e quando, quindi se qualche fanatico ne fosse al corrente please mi informi.
MC4 - Tall stories & creepy crawlies è il libro compilato da Martin Roach per la Independent Music Press nel 1993, che ripercorre la storia della band tra interviste esclusive, foto ed aneddoti vari.

Tirando le somme, dico che i MC4 hanno preso spunto dal suono dei Buzzcocks e Husker Du post 1984 (coi quali condividono l’interesse per i Beatles, omaggiati ben due volte: hanno prima rifatto Rain, e poi sul tributo Revolution n.9 A Hard day's Night), miscelandolo con un carismatico e personale taglio compositivo venato di malinconia, dalla struttura melodica semplice ed al contempo raffinata, valorizzata ulteriormente dall’inconfondibile timbro vocale e dai profondi testi di Wiz (praticamente compositore unico della band). Certo, le produzioni dei loro albums facevano pendere l’ago della bilancia in una direzione che li ha sempre portati ad essere definiti pop (almeno da “Sebastopol”…), però è anche vero che come i nomi sopra, non si sono mai fatti problemi d’immagine ed estetica sonora. Mai sono voluti sembrare quel che non erano, foderando heavy o snaturando il proprio sound per essere appetibili ad altre fasce di acquirenti (se soltanto avessero riproposto l’iniziale sound dopo l’exploit neopunk dei Green Day e conseguente revival, chissà…), bensì lasciando risaltare appieno il loro luminoso pop-charme dalle armonie squisitamente a briglia sciolta, che comunque conserverà sempre un approccio sporco fino alla fine. Troppo pop per un audience punk, troppo punk per quella classicamente pop: catchy songs dall’indole melodica che si presterebbero benissimo all'unplugged, ricchissimi di sfumature, però è quando si caricano di elettricità che quanto esce dagli strumenti diventa irresistibile! Brani sì dal forte appeal radiofonico, canticchiabili ma non di consumo spicciolo, credetemi anche qui c'è una certa dignità a fare la differenza: troppo intelligente la proposta per essere adibita all’unico scopo della scalata di classifiche e patinati sogni adolescenziali. E pensare che proprio qui da noi avevamo i loro più accreditati eredi: i Miles Apart (capito da dove veniva il nome adottato dagli ex Eversor?), alla luce di quanto fatto nei vari dischi, che sì possono anche suonare diversi ma vi assicuro colgo lo stesso spirito e magia degli inglesi. Un gran bel gruppo, purtroppo scioltosi nel 2007...che vi invito a scoprire, prima o poi!

In tempi dove si considerano punk artisti che si atteggiano a ribelli pur sguazzando nel mainstream o che si comportano da divi da salotto MTV, sicuramente i MC4 sono punk nell'animo...Naif, ma non per questo sbarazzini. Checché se ne dica, visto che lo si usa per tanti e spesso a sproposito, nella loro decennale attività hanno scritto memorabili episodi, col desiderio di esprimersi liberamente ed un atteggiamento meno compromesso di quanto possa sembrare dalle esigenze spremitutto del mercato (chiedere ai Muse, che nel 2010 hanno voluto ricordare la band come una delle loro prime influenze coverizzando Prague, inclusa nel cd single di Resistance). Chi afferma che sono stati sopravvalutati dalla critica, chi sottovalutati dal pubblico, ma una cosa è certa, cioè che hanno sempre suonato con smisurata passione... Chiamatelo softcore-hardpop-thrashpop-popcore (la fiera dell'etichetta): per me, una delle più entusiasmanti powerpop bands emerse dal punk. Quando la leggerezza non è sinonimo di facile: l’altra faccia del pop. Quella che non merita affatto l’oblio.

Un breve ricordo...
Al contrario del motto dei Clash, per i MC4 il futuro è già stato scritto, purtroppo: l'amara causa, l’improvvisa scomparsa a soli 44 anni di Wiz, avvenuta il 6/12/2006 per una emorragia cerebrale. Ciò ha fatto cambiare il senso originario di questo scritto (pronto invero già da anni), diventando a tutti gli effetti un sentito omaggio non solo alla band quanto soprattutto a un personaggio in grado di calamitare la mia attenzione e sensibilità musicale. Una persona schiva quanto disponibile e rispettata dai colleghi, come provano le sincere parole giunte alla famiglia nell’approntato sito di condoglianze, ed il benefit-gig Four 4 Wiz organizzato in suo ricordo alla Islington Academy di Londra il 4-3-2007, che ha visto mobilitarsi numerosi amici (John Kastner, Senseless Things, Carter USM, Ned’s A. Dustbin, Andy Cairns dei Therapy, membri di Ipanema e Serpico…) alternarsi sul palco eseguendo assieme ai tre Mega originali diversi brani del vasto repertorio. Dal report letto, un appassionato e commosso tributo d’affetto a colui che non c’è più ma solo fisicamente, anche perché rimarrà sempre vivo in noi il prezioso songwriting di mr. Wiz, capace di far uscire dalla sua penna autentiche gemme dotate di fantasia e conquista emozionale, che in più di qualche occasione portano al famoso brivido che vi accennavo. L'ultima uscita che lo vede coinvolto è il cd omnio 17tx Ipanema uscito a gennaio 2008 per B. Tuneage, contenente i pezzi delle precedenti releases accanto ai nuovi che dovevano comporre il previsto debut-lp, pronti già in versione demo registrati nel settembre 2006 alla vigilia della partenza per l’Eastcoast Usa tour di 7 date, che i restanti membri hanno poi ultimato in studio. In questo modo sosterrete anche il Forward 4 Wiz Trust, l'attiva fondazione messa su dalla sua girlfriend Karina Fraser, che si occupa di aiutare e dare sostegno a bands alle prime armi vogliose di farsi sentire. 
Your spirit will never fall…


 
Coz you give me strenght when i weaken, you pick me up when i am low, and there’s something that i want to say, a million times a day, Thank you, you’ve given me something new” (Thanx, 1990)

domenica 15 maggio 2016

The DOUGHBOYS - Happy-Sad philosophy





Ok: a molti questo nome dirà poco, se non addirittura nulla alle nuove generazioni, ne sono ben conscio... L’ennesimo affronto duro da digerire, specie quando si parla di gruppi poco trendy, in fatto di stile o appartenenza al giro giusto, motivi che certo non spingono a parlarne. Giusto qualche nostalgico ogni tanto li tira ancora fuori…Vendetta! L’articolo vuole quindi rendere giustizia ad un gruppo dall’alto spessore, che merita di farsi ri/scoprire per le tante entusiasmanti pagine scritte in 10 anni d’attività.

Montreal (Quebec), fine 1986: il ventenne Johh Kastner, dopo un ep e due micidiali lp tra l'84-'85 (Be What You Want e Contemporary World), viene cacciato dagli Asexuals, energica HC band nella quale cantava e di cui era fondatore, e cosi' decide di ripartire all'istante iniziando una nuova avventura (imbracciando anche la chitarra ritmica), con alcuni amici che entrano a far parte del gruppo (come il bassista Jon Asencio Bondhead -ex League of Dead Politicians e Zyklome B-, il chit. Scott McCullough ed il poderoso batterista Brock Pytel)... Il nome prescelto e' DOUGHBOYS! I quattro si rintanano volutamente per alcuni mesi al chiuso tra sala prove e lo studio cittadino Victor, e, senza aver mai suonato dal vivo, confezionano, con il produttore Steve Kravac, quello che diventa l'esordio effettivo. WHATEVER esce a meta' 1987 per la concittadina Pipeline rec. (ristampato poi dalla Cargo ed in Inghilterra dalla What Goes on), sfoggia dieci indovinate tracce che puntano piu' sulla melodia che sulla velocita' HC in senso stretto (pur mostrandone i dettami, come mai piu' faranno), con parti vocali divise tra Kastner e Pytel. Si scatta subito con Tradition che assieme a You're Related (uscita pure su video) dettano il ritmo al disco, ma sono songs come Strangers from within, I Remember e la doppietta finale You don't know me/ I don't wanna know ad emergere grazie al robusto pieno melodico (con qualche variazione in You don't, formalmente una rock song ma suonata con irruenza tutta core), ruvidi accordi conditi da ruggenti melodie umorali, tra solarita' e malinconia, una particolarita' rintracciabile in diverse bands della loro terra (...sara' l'effetto della neve?), che lasciano un bel segno in chi ne viene a contatto. Intanto in seno alla band si verifica il primo avvicendamento -una costante d'ora in avanti-, con l'entrata del chitarrista-cantante Jon Widdalee Cummins (ex Circus Lupus di Toronto, conosciuto dopo una data nella sua Boston nel corso del primo USA-tour, fatto dai 'Boys prima di aver mai suonato in Canada, nonostante l'album fosse gia' fuori!), al posto del McCullough (futuro alt-rocker nei Rusty), che diventa subito un pilastro della formazione. La faccenda sembra continuare sulla strada giusta, quando vengono contattati dal produttore Dan McConomy, che stava cercando una band pronta a fornire qualche brano a supporto di un film in preparazione sul mondo skate... Durante la fase di realizzazione pero' l'accordo si dissolve nel nulla, causa bancarotta della casa di produzione del film; visto che 3 pezzi erano pronti (reprise di brani gia' su Whatever), decidono di farli uscire ugualmente sotto forma di promo 7''ep in 500 copie su MTL rec. (in pratica autoprodotto). Dopo un tour attraverso il Canada, come opening act dei Red Hot Chili Peppers, trovato un accordo con la californiana Restless nel 1988, i nostri fermano un attimo la loro sfrenata attivita' on the road, prendendosi giusto una pausa per incidere, in California, l'album che dichiara il loro stile, consacrandolo agli annali del genere -cuore e memoria-, mostrando l'animata essenza della band. Parlo della perla HOME AGAIN dell'agosto '89, prodotto dalla rodata coppia Stevenson- Egerton (chi non li conosce per la militanza negli storici Descendents e nei frizzanti All, oltre alla parentesi Black Flag del Stevenson- si schiaffeggi da solo), che optano per una produzione tipica di quelle che privilegiano l'ascolto loud volume, riuscendo a rendere magiche le dieci chicche incluse, apprezzate al punto da farli notare in maniera vistosa in ambito underground, dove gia' si parla di loro come uno dei migliori live-acts del Nord-America. Buying Time e No way fanno carburare l'ascolto, che si vivacizza ulteriormente con le scatenate In my head e Waiting away, la Today di Cummins che conquista favori con la sua abilita' melodica, e l'ultima She doesn't live there anymore di Asencio, a presentare l'anima che verra' propriamente fuori da li a poco, strizzando l'orecchio al mondo college (degna dei migliori Soul Asylum). Vertici del disco? La struggente I won't write you a letter, la travolgente Numbered Days, con quell'impennata di tono finale, e la punk song White Sister (con la mitica parte centrale a cappella) non hanno eguali! Un torrido connubio che si nutre di superlative melodie, energizzate dall'irruento trattamento punk e da un intenso feeling live, con le voci che si completano vicendevolmente (chi scrive il pezzo lo canta...quindi tutti!) e si accoppiano nei coinvolgenti cori a profusione...Husker-core venne definito all'epoca (con un debito pagato pure ai Descendents, specie nelle parti ritmiche). Tra l'altro e' l'unico loro disco a cui sono allegati i testi, solitamente presenti in brevi estratti (mistero che francamente non mi spiego, se non con la poco importanza riservata agli stessi), qui dalle riflessioni dolci-amare che ben spiegano il titolo dell'album. Ricordo ancora con gran piacere l'articolo di Pierluigi Bella sulle pagine del defunto mensile Velvet, uno dei pochissimi audaci a diffondere il culto nello stivale. <Really powerfully produced music, lots of guitar & umph here. Good record from these Canadians!> (Tim Yohannon MRR #77, ott. 89).

Qui finisce il periodo più esagitato -e dall’underground feel- della band, con l’abbandono del Pytel in vece del potente e preciso drumming di Paul Newman (da Toronto, nessuna parentela con lo “spaccone” hollywoodiano) ed inizia la fase che mette a -strettissimo- contatto il punk con il power-pop (perlomeno quello che si intende con il termine rapportato nell’era alternative), che li contraddistinguerà in futuro, a partire dall’immediato nuovo lp, HAPPY ACCIDENTS, fuori nel 1990. Stupende le armonie e gli intrecci vocali che riescono a modellare (“soffice respiro vocale” dalle parole dell’amico Luca Collepiccolo), ancora una volta straordinaria la capacità di creare trame sonore avvolgenti dal ricercato gusto melodico. Alla brillante Countdown è affidata l’apertura, uno dei pezzi più energici del platter, assieme a Sorry Wrong number e Every bit of nothing, che si sviluppa e cresce attraverso la profonda Deep End ed il rock di Happy Home, due immediati Dough’s classici; le convincenti firme di Cummins (sempre più presente in fase di scrittura) Intravenus de Milo, Far Away e Wait and see fanno gioire, per proseguire con l’accattivante Happy sad day, e lo spensierato pop elettro-acustico di Sunflower honey (qui si parlava addirittura di corteggiamento dei REM fans), con un testo che sa molto di presa di culo da quel che si intuisce, scritta e cantata da Asencio, che vien fuori come il lato più pop della band. Gli ultimi due pezzi invece sono autentiche mosche bianche nella loro discografia: The apprenticeship of Lenny Kravitz sembra un pasticcio rock senza capo nè coda, mentre la conclusione è affidata ad un bel brano acustico all’americana, Tupperware party… Un disco intrigante dal pronunciato afflato college-rock, arioso nell’atmosfera che emanano le 13 tx, che forse soffre solo la loro scelta di produzione (o la pesante mano del produttore Michael P. Wojewoda?), risultando in taluni casi ridondanti (specie in certi arrangiamenti). <Hard hitting dose of pop oriented hard rock with sharp hooks and vocal harmonies> citando Billboard... Il contesto sonoro si sarà pure addolcito, ma per quanto concerne la qualità del materiale, nulla da eccepire: eccellente! (idem la copertina di Drazen Kozjan, già designer di Home Again). Insomma, la band vuole dire a tutti che è pronta per la svolta di carriera! Da ricordare l’amichevole collaborazione prestata dai due Voivod Michel “Away” Langevin e Jean Yves “Blacky” Thierault. Parte il tour che li porterà nel nostro continente a cavallo tra il 1990/91, con alcune date pure da noi (7 dic. all’Isola nel Kantiere, indimenticato squat bolognese), dove ritornano dopo la toccata e fuga dell’89 (7 ott. al “Joy Club” di Balsega di Pinè (TN), 8 ott. “Sala Boldini” di Ferrara, qui supportati dai locali Madhouse). Proprio da due concerti tedeschi tenuti a Bielefield, verranno estratti i 4 pezzi che compongono il live ep HOME AGAIN (titolo bis!), seconda uscita del singles club della Blackbox, che li vede alle prese con due originali + due covers, appartenenti a Cheap Trick (“He’s a whore”) e Kiss (“Stole yer love”). Il seguente minilp WHEN UP TURNS TO DOWN a fine ’91 (stavolta dimissionario il bassista J. Asencio Bondhead, sostituito dalla meteora John Deslauriers), è un passo controverso, poiché esce nel completo disaccordo tra la band e l’etichetta, che li forza coi soliti obblighi contrattuali (ragionamento più vicino all’ottica major che non ad una indie…), a mò di ripicca poiché la band nel frattempo meditava di cambiare aria, disgustata ormai dalle ripetute fregature incorse e dall’ambiguo comportamento della label, come in un rapporto mai decollato, nonostante le buone premesse iniziali. Nei suoi 5 pezzi solo due sono nuovi di zecca, l’opener So Long e la title track, più riflessiva e meditata, anche nel ritmo, sulla falsariga stilistica dei migliori episodi di “Happy…”, aggiunti a due covers più il remix di “Deep End” (nella stampa europea, su Roadrunner, è esente la cover di "Private Idaho” dei B 52’s). Partecipano poi a Something’s gone wrong again, il tributo ai Buzzcocks (con i quali erano stati in tour e tra i loro numi tutelari) messo su dalla rinomata Cruz nel ’92, dove rivivono gli infuocati spiriti di gioventù col remake di Why she’s a girl from the chainstore… Una goduria per il quartetto, visto le notevoli affinità sonore con quanto abitualmente masticano; il loro terreno ideale, semplice ma dal forte impatto emotivo. 

Nella stessa estate i nostri decidono di rescindere il contratto-capestro che li legava alla truffaldina Restless, svincolo pagato a duro prezzo (pare $10.000), ma necessario, anche perché qualcuno aveva bussato alla loro porta: difatti, la situazione si sblocca poco dopo quando firmano per la major A&M, lesta ad assicurarsi per prima le loro prestazioni, che da alle stampe il gettonato CRUSH. Il disco esce nell’agosto ’93, anticipato dai cd singoli (con tanto di video) degli estratti Shine e Fix Me -scritti in collaborazione con il MC4 Wiz-, tre pezzi ognuno, con in dote quattro esclusivi inediti complessivi (peraltro ottimi, come la veloce e punk Shawn’s stories e la toccante 16 sins), disponibili in parte anche sul mcd BLANCHE. Il cd segna l’ingresso del nuovo bassista Peter Arsenault (da Halifax, ex chitarra nei primi due lp dei Jellyfishbabies), viene accolto molto bene da stampa e pubblico, ed è girato –ma senza far breccia… - anche qui nel vecchio continente, grazie al minimo di spinta garantita dalla ammaliante hit “Shine” (inserita al 26° posto di una speciale classifica dei singoli più belli in assoluto di autori canadesi stilata da Chart Magazine!) a trainare l’album che in patria raggiungerà il disco d’oro (50.000 unità vendute). I canoni di riferimento trasmessi sono quelli dell’alternative rock tipicamente ’90 più prossimo al pop, rinvigorito da rimandi punk (seppur mitigati dalla levigata produzione), presente nel dna dei nostri. L’uno-due d’apertura promette grandi cose: Shine e Melt, energiche quanto bastano a bilanciare azzeccate melodie e grinta d’esecuzione, aspetti replicati in End of the Hall e Tearin’ away, si cambia invece registro con Fix Me (puro MC4 pop style) e soprattutto Neighbourhood villain, sospesa tra implosione/esplosione, e sembrano buoni anche i tentativi di andare oltre la proposta, come nel caso della meno lineare Fall, il numero alla Buffalo Tom di Treehouse, ed il grunge flavour de Shitty song e Summer song…Un lavoro discreto, a tratti esaltante nel suo brioso tiro, che tante soddisfazioni porterà loro, dopo anni di dura gavetta. Ritornano poi in Europa per un mesetto, dopo un fugace Uk tour tra agosto/sett. ’93 (con apparizione al festival di Reading), aprendo per i -sopravvalutati- Therapy, coi quali avevano già girato in Canada, itinerario che tocca lo stivale per due gigs, a Firenze (Auditorium Flog, sab. 26 marzo ’94, il migliore, con un devastante finale affidato al Pere Ubu classic “Final Solution”) e Milano (al City Square il giorno dopo, funesto per la nostra storia nazionale, causa la vittoria del polo s-fascista del Cavaliere nelle politiche), concerto di cui sono stato felice testimone, non completamente appagato visti gli appena 25’ -impareggiabili!- proposti dal four-piece...ed i 1000Km per vederli in azione! Una durata misera ma a conferma che la dimensione live fa accrescere il valore delle loro composizioni. Restano memorabili le figuracce fatte poi dalla stampa specializzata in alcune live-reviews (da “gruppo texano” per Flash e “gruppo al primo disco” per Metal Shock, passando per le cattivelle di Itself ‘zine). Il tour mondiale proseguirà bene, tanto che alla fine conteranno ben 250 date fatte in 16 mesi a zonzo (ma diciamo che erano perennemente in tour: si parlava di circa 200 date l’anno, cosa che li ha forgiati a tutte le intemperie!). Il tempo trascorre, la band partecipa alla soundtrack de A tribute to Hard Core Logo, dove assieme ad altre 14 reinterpretano i pezzi della pellicola (un mockumentary del ’96 di Bruce McDonald, basato sulla punk/HC band canadese Hard Core Logo, in realtà mai esistita!), cimentandosi con Something’s gonna die tonight

E si arriva all’estate 1996, a cui risale l’uscita del nuovo tassello TURN ME ON. Travagliata la sua gestazione, prodotto inizialmente da Ted Niceley, poi sollevato dall’incarico a favore di Daniel Rey, già produttore di Crush. Il cd, dalla copertina –oscena- curata dal Kastner e dal fido designer Pat Hamou (specializzato in poster-art, presente col suo apprezzato tocco sin dall'era Asexuals), propone una fragrante ondata melodica condensata in 12 pezzi: per farla breve, più rock che punk e più pop del pop mostrato in Crush, caratteristiche però ben distinte e non miscelate come poteva essere stato in passato, con netta predominanza del coefficiente pop, minato però da un indeciso umore chiaro/scuro che sembra affliggere i pezzi. Un dolce arpeggio introduce l’incisiva Lucky, I never liked you si fa strada col suo penetrante tiro catchy e la grazia pop di Everything and after commuove (non a caso i due singoli scelti), così come conquista il delicato calibro della onirica Coma; la scuola punk si fa sentire –solo- in My favorite martian, la riservata concessione mainstream di Slip Away avvia il disco al finale in scioltezza di Down in the world… La voglia di diversificare il piatto è evidente, solo in un modo che quasi lo compromette (vedasi le anonime Diamond idiot e Nothing inside), per un disco che non sappiamo se cede alle pressioni della label, ma di sicuro sarà il più debole sfornato dalla casa. Importantissimo cambio di line-up: lascia, e non solo per divergenze musicali, il veterano “Johnson” Cummins, in favore di Wiz, ex voce-chitarra degli affini Mega City 4, che si trasferisce appositamente in Canada, intervenendo anche stavolta nella stesura del disco con un paio di ottime piazzate (Lucky e l’affascinante It can all be taken away), anche se già a fine anno l’inglese abdicherà per rientrare in patria. Il Kastner troverà anche il tempo per una comparsata nell’ultimo lp del primm’ammore Asexuals Fitzjoy, come già fatto con il debut mlp dei Rise ed i Men Without Hats dell’album Sideways del ’91 (gruppo del tastierista Ivan Doroschuk, collaboratore in studio sin da Happy Accidents). La chiamata degli allora dominatori di classifiche Offspring, che li vogliono a tutti i costi al loro fianco per il Canada tour dell’estate ‘97, li sprona a riprendere l’attività live, grazie anche al gentile aiuto del chitarrista Mark Arnold, che si unirà per queste date, ma nuovi problemi sono già dietro l’angolo ad attenderli…Subito dopo il gruppo come trio intraprende un breve tour negli States, alla fine del quale viene congelato dallo stesso Kastner, molto deluso dal disinteresse della A&M, che, non avendo sostenuto promozionalmente “Turn me on”, ha lasciato la band al proprio destino, incrinando irreversibilmente il rapporto tra le parti. Tutta la preziosa semina distrutta, ancora una volta.

Kastner poco dopo si trasferirà in California (dopo aver transitato per Toronto) dove assieme agli ex M.I.A. e Big Drill Car Frank Daly e Mark Arnold (amici dall’epoca del Descendents “FinAll” tour nell’87, condiviso come support-acts) metterà su gli ALL SYSTEMS GO!, completati con il batterista degli High Lo Fi Matt Taylor, sfornando nel giugno ’99, per la Coldfront, il cd omonimo. Il disco, grazie al video-single All I Want, e tour con Lag Wagon e nell’itinerante Warped, avrà un buon successo underground internazionale, merito anche della indie svedese Bad Taste, che lo stamperà in Europa. Il tour mondiale li farà girare per svariati mesi nel 2000, con date anche in Italia con i Satanic Surfers; quella al Leoncavallo è stata molto adrenalinica, confermo! Del 2002 è il secondo brillante capitolo Mon Chi Chi, prodotto sempre da D. Rey (quasi un membro aggiunto alla band), diverso nella sezione ritmica, e più personale stilisticamente, che ha ricevuto gli stessi elogi del debutto…Cosa suonano gli ASG? Immaginateli come un energico incrocio tra la canadesità pop dei Doughboys e la californianità punk dei Big Drill Car, cioè la cara e vecchia scuola dei loro trascorsi. Il futuro però è buio pesto: nel 2007 hanno rilasciato via I Tunes e solo in download A Late Night Snack, una raccolta di 14 tracce tra outtakes e demos, hanno cambiato bass-player (dal Descendents/All Karl Alvarez, a John P. Sutton, co-fondatore degli ottimi Weakerthans) poi il nulla…
Tornando ai 'Boys, inaspettatamente a fine 2003 mi imbatto in LE MAJEURE 1987, l’originale demo in versione 7''ep/mcd! Difatti l’attento Pytel recupera il master con i primi 3 pezzi dei Doughboys (The Forecast, Stranger from within e I remember), meno curati e più grezzi degli stessi poi ri-registrati su Whatever; 2500 copie stampate dalla Scamindy in collaborazione con la Does Everyone Stare, ed in Europa dalla Boss Tuneage (su espressa richiesta del “fornitore” Kastner). Anche altri ex sono ritornati in pista: Cummins alla guida dei potenti Bionic prima e poi degli Usa Out of Vietnam, Pytel da solista (nel cui bel debut cd Second Choice troviamo Kastner e Bondhead), negli Slip-ons e la sua label Scamindy, Newman dopo la breve parentesi come road manager (per Legendary Pink Dots e Pluto) e negli storici punks Forgotten Rebels, riemerge con i Blue Mercury Coupe. Kastner continua ad essere il piu' affaccendato: dopo aver realizzato alcune colonne sonore per telefilm, presenziato, anche come coautore in due pezzi, nell’album “Bubblegum” di Mark Lanegan, oltre che ospitato nel pezzo “It just takes time” dai River City High, collaborato live e studio con i Bran Van 3000, nel 2009 ha musicato la vampiresca commedia rock Suck, film di Rob Stefaniuk, che vede tra gli interpreti Henry Rollins, Moby, Iggy Pop, Alice Cooper…un cast d’eccezione! Nel giugno 2006 ha ufficialmente iniziato pure la carriera solista, rilasciando per la Cobraside Have You Seen Lucky? (i Replacements…), lp che si avvale di prestigiose presenze come il chit. dei Rush Alex Lifeson, il batt. dei Voivod M.Langevin, la voce dei Fear Lee Ving ed altri, con scatto di copertina fatto da Evan “Lemonhead” Dando (con cui aveva fatto pure tour come acoustic duo). Il disco scorre via alla grande: 12 rock songs, talvolta più pop, altre più punk, che graffiano con tutta la profonda e sincera passione che trasuda da sempre...Recentemente ha messo pure lo zampino (o meglio l'ugola ai cori) nel comeback dei grandi NILS del redivivo Carlos Soria, Shadows and Ghosts, uscito nel 2015 per la sua Cobraside, a chiusura di un cerchio cittadino Montrealese che parte da lontano, considerando che in passato hanno condiviso palchi e stima (il nostro nel box celebrativo del ventennale della Boss Tuneage Too much music...Too many bands propose la sua versione di When you’re Young, scritta dal compianto amico e fratello minore di Carlos, Alex Soria -morto suicida nel 2004- per la sua band post Nils Chino. Nello stesso box il ritrovato Brock Pytel rifece Fountains dei Nils). Che dire, 50 anni suonati bene!

Sull’onda dell’entusiasmo vi consiglio i primi 3 imperdibili lp (ai giorni nostri Whatever viene ricordato come un classico del punk/HC canadese, invece l’esuberante alchimia di Home again rimane il più amato dai fans storici), specie agli amanti del più genuino ed equilibrato melodic punk/HC, suonato con una vitalità positiva e pregno di trascinante sentimento. Superfluo dire che, nel caso foste in possesso di registrazioni rare, live e video nei quali figurano (ed a me mancanti, come quello della video-zine tedesca Tv Enemy; il libro Hell on wheels-a tour stories comp. di G.Jacobs, che fa raccontare alle bands aneddoti e storie capitate in tour, e l’altro Have not been the same - The Can Rock renaissance ‘85-‘95; il Jam-tribute cd When you’re young edito dalla Explosion, dove ritroviamo alcuni ‘Boys tra i Mountain Bride of Historical Society, che rifanno “But I’m different now”; bootlegs live delle Hole che coverizzano “Shine” o gli ASG! ritratti come backing band nel canadian-tour dell’ex Swervedriver Adam Franklin, alle prese proprio col repertorio degli inglesi), siete obbligati a farvi vivi, così da arricchire con la vostra collaborazione lo scritto in questione. Teneteli a mente per ora: dopo averli ascoltati, saranno parte del vostro cuore, indelebilmente. Provare per credere.

…E’ dall’ultimo show fatto l’8 Agosto 1997 a Green Bay, Wisconsin, 14 anni dopo i Doughboys si sono ripresentati nel 2011 con quella che può definirsi una reunion ufficiale, per quanto live, con la line-up di Happy Accidents (quella dei tre John!). Su invito di Dave Grohl, non nuovo a queste miracolose iniziative, per l’impatto positivo che sortiscono, 4 show: il primo segreto di riscaldamento al Bovine Club di Toronto, città nella quale l’indomani hanno supportato Foo Fighters e Fucked Up all’Air Canada Centre, same bill nella loro Montreal il 10 agosto al Bell Centre, con finale in notturna e show solitario a sorpresa nel club cittadino Lambi. Se la speranza è l’ultima a morire...

 

mercoledì 2 marzo 2016

ASEXUALS - Va dove ti porta il CORE



Non nascondo di avere un forte debole per la scena punk/HC canadese, in particolare per il filone melodico del genere sviluppatosi dagli '80 ai '90 nell’area di Montreal...Sarà per nostalgia, forse perché parlo del posto che è il mio luogo di nascita? Tranquilli, non sto scoprendo un mio lato nazionalista... sono cittadino del mondo! Associo probabilmente ricordi e sensazioni mai sopite, che rimandano a quel periodo della mia infanzia? O forse perché questi gruppi, data la provenienza, li immagino come audio-portavoce della mia idealizzata fissa, amplificandola grazie al loro fascino musicale? Diciamo che entrambe le ipotesi sono in piedi. Quali sono allora questi nomi? La formidabile quaterna Doughboys/Asexuals/Nils/Rise, per molti perfetti sconosciuti, per questo cercherò di rimediare alla vostra terribile lacuna! Dei primi vi rimando all’apposito articolo a brevissimo disponibile sul blog, degli ultimi due mi limiterò prossimamente a sviscerare le rispettive discografie in uno speciale, quindi non mi resta altro che completare il discorso con la narrazione delle vicende degli Asessuati, esponenti imprescindibili quando si parla di punk e derivati alternativi del francofono Quebec.

1983: Quattro liceali appassionati di punk/HC (John Kastner-voce; Sean Friesen-chitarre; TJ Collins-basso; Paul Remington-batteria) decidono di formare una band con la quale mettere a soqquadro la loro zona... L’idea prende subito corpo ed anima registrando i 4 pezzi che andranno a comporre l'anno seguente il grezzo debutto in 500 copie FEATURING THE ASEXUALS (OG rec.). Il 7” acquisisce i dettami impartiti dal primo HC, cioè quella che sembra essere la loro influenza primaria, nonostante ribadiscano a più riprese la fondamentale lezione avuta da Uk Subs, Clash e Stiff Little Fingers (io direi su tutti primi Circle Jerks)... Il disco si fa notare nel circuito locale, attenzione che verrà rinforzata dalla partecipazione a Primitive Air-raid, lo storico lp assemblato dalla Psyche Industry, etichetta che avrà un ruolo di primissimo piano nello sviluppo dei primi fermenti, fungendo da stimolante/collante cittadino, dando di fatto lo start all'entrata di Montreal come parte attiva nel nascente movimento Canuch-core. 14 i partecipanti (Nils, Direct Action, Genetic Control, Fair Warning, No Policy...), con i nostri che presentano Contra Rebel, uno degli apici dell'ottima compilazione, ormai un pezzo da collezione introvabile da anni. Il pezzo farà parte assieme ad altri nuovi di BE WHAT YOU WANT, che esce nel medesimo 1984 per la First Strike...e qui fanno il botto! Un grande lp, dalle fulminee melodie che non attenuano minimamente l’esuberanza ivi contenuta: la title track, l’inno Asexual e Mr. Rat sono belle spolverate, 14 trascinanti tx essenziali e grintose che mixano punk e HC da urlarne i cori e da ascoltare tutto d'un fiato, perfetto per far girare il nome anche al di fuori dei confini, confermando la loro egemonia locale assieme agli splendidi Nils. Come nel 7”, i testi spaziano da argomenti politici (Contra Rebel, Iraq/Iran) ad episodi di vita quotidiana ed autodeterminazione dell’individuo (Be what you want, Mind Contraction)… Ad alimentare la fama ci pensano poi i travolgenti live-set, tra i più eccitanti e seguiti nell'area in quel periodo, riconoscimento che arriverà anche dagli States, visitati nel gennaio ’84 e nel sett.’85 (69 date fatte in due mesi!). Un biennio davvero all'insegna dello sbattimento, a complemento del quale, a sett. '85, l'attenta Psyche Industry si offre per editare il secondo full-lenght (e ristampare il primo), ossia CONTEMPORARY WORLD. Sarà per la produzione, affidata ai servigi di Steve Kravac, che il nuovo lp appare più curato rispetto al predecessore, con maggiore enfasi melodica e toni -leggermente- più dimessi (Stop the City e So Alone rendono bene l’idea), che comunque conserva un alto tasso energico (qui citerei Where were you e Take a look around). 10 pezzi che suonano bene e si ascoltano altrettanto, ma qualcosa pare stia cambiando… La cover del classico Dylan The times they are a changin’ sembra alquanto profetica: la tesi è avvalorata dal fatto che sul finire del 1986 la band decide di estromettere il frontman J. Kastner (che andrà subito a formare i Doughboys); una decisione inspiegabile, almeno dall’esterno, ma tant’è… I due album verranno poi accomunati nell'edizione cd.

La band sembra prendersi una temporanea pausa di riflessione, ed intanto si comincia a mormorare negli ambienti cittadini di un reset alla proposta, cosa che diviene certezza nel 1987, quando riappaiono come trio facendo diversi concerti (uno dei quali di spalla ai P.I.L. davanti a 2000 persone). La mutazione interna vede TJ Collins/Plenty dal basso passare alla sei corde, impegnandosi nel dividere il ruolo di vocalist e compositore con l'altro chit. Sean Friesen, Paul Remington fisso dietro le pelli mentre di li a poco il posto al basso verrà raccolto da Blake Cheetah. Con il ritorno alla line-up a 4, supportano i D.O.A. in un tour nord-americano e successivamente, sotto l’egida della locale Cargo, esce nel 1988 il terzo lp… DISH si presenta con una copertina orribile (diciamo che non hanno mai brillato in questo!), e stravolge le carte in tavola: non c’è una sola traccia che rimandi ai pur recenti esagitati trascorsi, tant’è infarcito di sonorità tra rock & powerpop, con cori/controcori abbondantemente sparsi e chit. acustiche, fermo restando lo spirito punk che aleggia sul tutto. L’unico punto di contatto col passato è la riconferma del Kravac a capo-console (che anni dopo citerà i due album a cui ha messo mano nella sua top professionale)… In questa nuova veste a prendere il sopravvento sul lato HC è la profonda ispirazione data dagli amati Replacements (e Soul Asylum, aggiungerei) con il loro viscerale rock di strada aromatizzato dal taglio melodico pop, coi quali traccerei un valido parallelo, sposando in pieno quel concetto sonoro senza limitazioni stilistiche (incluse certe tentazioni di derivazione country). Per capirci, si reinventano alla grande; sonorità più morbide rispetto ai trascorsi, ma che non lesinano certo energia e passione, facendo godere chi, non aspettandosi tale cambiamento, scopre un gruppo ignorato fino a poc'anzi. Un’inarrestabile onda rock accompagna felice e ispirata tutto il disco, come dimostrano ampiamente le 11 fluide composizioni: qui figura Borderline, per me il pezzo più bello da loro scritto, con quella sua contagiosa aria da viaggio che fa tanto vissuto, continuando con le appassionanti Time will Tell, Little Tragedy, Sunday, o l’allegra title-track (quanto di più pop offerto dal gruppo, con quei fiati a straniare!), per un risultato finale che soddisfa in pieno. Un trauma per i vecchi irriducibili fans, traditi a loro dire, anche se bisogna riconoscere alla band d’aver fatto una scelta coraggiosa, che ostenta sicurezza nell’affrontarla (e subirla…) a viso aperto, conservando lo stesso monicker. Sarà forse per non perdere quella seppur piccola notorietà riconosciuta nell’underground? Sono pur sempre ¾ della band di prima, anche se all’ascolto dei precedenti capitoli, ad occhi chiusi avrei dubitato... Fuorviante di sicuro, diversi, ma comunque ottimi. Chapeau!

Con il gruppo ritornato stabilmente a macinare miglia in tour, seguirà l’anno seguente lo split 7" con i conterranei Change of Heart sponsorizzato Cargo, dove ripropongono il remix dell’edita Dish ('89 version) accanto alla efficace So many miles, ma nonostante questo, stentano a decollare non ricevendo le attenzioni sperate, cosa che demoralizza l’animo dei quattro. C’è chi dice che allora erano più interessati a quante birre potevano scroccare a concerto che alla carriera! Ma se la speranza è l’ultima a morire…Passa qualche tempo ed il disco capita nelle mani di un promoter tedesco (della Mad booking) che rimane stregato dall’Asexuals sound, al punto da piazzare 500 copie di Dish in continente, spingendolo successivamente ad organizzare la prima trasferta europea dei canadiens. Inaspettato soccorso che rinvigorisce la band, che però al termine dell’euro-tour agli inizi del ’91 perde il bassista Blake Cheetah prontamente rimpiazzato dal collega Dominic Pompeo che fa la sua comparsa direttamente sul nuovo lp EXILE FROM FLOONTOWN, pubblicato nello stesso anno dalla fida Cargo. Un disco avente parecchie frecce nel suo arco: dall’iniziale title-track, all’acustica Return to the end (promossa anche su video), all’elettrica Refuge of the mind, 12 convinte e convincenti rock songs prodotte da Kevin Komoda che mostrano una band davvero in forma, dalla scrittura brillante che avvince per qualità e classe melodica. Il disco nella stampa locale viaggiava nella prima tiratura limitata come doppio cd, con 4 pezzi aggiuntivi (2 gli inediti); bonus-disc che anni dopo sarà conosciuto come WALT’S WISH, grazie alla riscoperta della Boss Tuneage, che è riuscita a trovare una esigua rimanenza di copie del mcd in Canada (considerato il fallimento della locale Cargo nel 1997): appena 60 esemplari, avvolti in una copertina a poster, diventati collectors items in due settimane! Il pubblico finalmente sembra aver metabolizzato il nuovo corso dei Montrealesi, cosa che permette di gustare appieno l’attuale direttiva stilistica: ormai è superfluo dire se siano meglio i primi tempi o i nuovi, vista l’estraneità tra le due fasi, musicalmente parlando. A farla può solo essere una questione di gusti personali. Certo è che, con la svolta, potrebbero potenzialmente allargare i consensi ad aree estranee al punk, cosa che però non si verificherà appieno poiché per molti rimarranno unicamente un gruppo punk, tanto che orbiteranno perlopiù in giri riconducibili a quei lidi (peraltro mai rinnegati). Nel 1993 arriva LOVE GOES PLAID/BEAUTIFUL, due ottimi pezzi su 7” editato dalla coppia RPN/Boss Tuneage come passaporto per la seconda puntata europea, che li porterà nel loro girovagare pure in Italia, con una data alla Giungla occupata a Firenze (della quale possiedo una buona registrazione!). Concerti si susseguono anche in patria, e, dopo l’ennesimo cambio di bassista -esce Pompeo (r.i.p 2012) ed entra Yuri Mohasci-, forti di un accordo siglato con la Hypnotic/Mca, si accingono a preparare quello che risulterà essere il loro commiato, che si concretizzerà alla fine del 1996, a titolo FITZJOY. Le vivaci particolarità espresse in precedenza sembrano (irrimediabilmente?) svanite: il suono appare più compatto, ma mancano quei colpi di testa specchio del loro spavaldo atteggiamento, affossati in favore di un pulito rock standard che sa di bel compitino e niente più. Questo atto finale propone 12 pezzi dalla corposa registrazione (curata da Rod Shearer), pur volenterosi ma che sembrano difettare proprio di spinta motivazionale... L’avvincente Black Sugar conquista la palma di miglior pezzo, seguito da Underground e Leaving. Un segno di stanchezza generale? Addomesticati per la carriera? Non si sa, di fatto però così si chiude questa bella esperienza, pur se costellata da qualche vicissitudine, durata oltre 10 anni (al posto giusto ma al momento sbagliato?). Curiosità: Doughboys & Asexuals accomunati nel destino anche dalla coincidenza: entrambi hanno interrotto il loro cammino nel 1997…

Meno male che la solita Boss Tuneage (label di Aston Stephens, superfan della band) ha pensato di riportare in auge il nome Asexuals, ristampando prima Fitzjoy e poi editando nel 2000 l’antologia GREATER THAN LATER. Essa contiene 23 pezzi pescati da tutte le releases, ed è compilata dal Friesen, che scova pure un inedito per l'occasione (Bondage), più un antipasto dei suoi nuovi La Motta a chiusura d’album. Francamente la selezione non soddisfa come dovrebbe, vista l’esclusione di Contra-Rebel, uno dei loro pezzi più noti, come gli estratti da Exile… non mi sono sembrati particolarmente indicativi (omesse alcune songs più rappresentative)… Comunque Sean non è rimasto fermo: trasferitosi in Texas, ha messo su i citati La Motta, che partono musicalmente da dove avevano lasciato gli ultimi Asexuals (saggiateli nel cd Love California), e ha pubblicato il mcd Moonshine a firma Shimmer, frutto di una episodica collaborazione con Matt Taylor (All Systems Go!, High lo-fi) e Peter Johnson (Flounger & Chino), 4 tx composte, provate un paio di volte e registrate in qualche ora in studio in presa diretta!
Quando meno me l’aspetto, cosa vengo ad apprendere spippolando sul web? L’1/10/2010 c’è stata una rimpatriata della band in formazione originale, in occasione del Pop Montreal Festival, replicata il 4 & 5 marzo 2011 a Toronto, a cui sono seguite altre date tra 2012 e 2014…cosa dobbiamo aspettarci? Nulla che non siano sporadiche esibizioni live, di dischi non se ne parla proprio. Chi può se li goda, finché dura…

Se volete avere una buona fotografia degli Asexuals immaginate una band con un’anima apparentemente divisa in due parti, entrambe devote all’espressività più genuina. Non so dirvi quale preferisco dei loro due periodi: del primo apprezzo la selvaggia, incontenibile verve; del secondo, la calorosità avvolgente che letteralmente trasporta. Impeto e feeling: in ogni caso, inconfondibilmente sentimentali.


PS: It’s… è un doppiolp bootleg tedesco editato nel 1991, dove presenziano, assieme a Green Day, Fugazi, Blondie, Pitch Shifter, Poison Idea, Youth Brigade, Naked Raygun ed altri, con due covers: Russian Roulette e Smoke on the Water. Gli americani Woolworthy nel 2001 hanno ripreso Love goes plaid sul bel mcd Blasted into Ashes.